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A Genova la Casa dell'Intercultura

A Genova è nato il Centro Scuola Nuove Culture che dovrebbe diventare il luogo dove si raccordano i progetti delle scuole statali, del Comune e delle associazioni che da anni lavorano sulla multietnicità . Dietro Porta Soprana, nel cuore della città medievale che per secoli è stata teatro dell'incontro tra le diverse culture del Mediterraneo, nasce un laboratorio interculturale per rispondere alle nuove esigenze della società genovese, nei fatti multietnica.

Infatti oltre 3.000 bambini provenienti da altri paesi frequentano oggi le scuole genovesi, dalle materne alle superiori.

“L’educazione all’intercultura è una risorsa di mediazione sociale e di inclusione, è la risposta più significativa ai processi di immigrazione” ha volturo sottolineare l’assessore Borzani il giorno dell’inaugurazione del Centro.

“La scuola è il miglior modo per combattere la delinquenza, più integrazione c’è, più si riduce il brodo della cultura a cui attingono le bande locali”.

Il Centro avrà dei laboratori per i ragazzi delle scuole, attiverà una decina di progetti di formazione per gli insegnanti e promuoverà mostre ed iniziative.

L’aspetto più interessante riguarda il peso attribuito all’aspetto interculturale e quindi a progetti che coinvolgano le scolaresche nel loro insieme, bambini italiani ed stranieri.

In tre istituti genovesi sono già in corso dei laboratori linguistici aperti a queste esperienze: sono stati realizzati dei corsi di arabo e italiano, cinese e italiano, spagnolo e italiano.

“L’idea è che tutti capiscono così le difficoltà dell’altro, imparino una nuova lingua e scoprono tante cose sulla cultura dell’altro”.

Gli operatori non nascondono le difficoltà.
Tra gli immigrati ci sono infatti ragazzi che non frequentano la scuola con regolarità,
si sono verificati fenomeni di raggruppamento di studenti stranieri in alcune scuole del centro storico, come nel caso della media Baliano, dove l’anno scorso è stata avviata una prima classe composta interamente da ragazzi stranieri.
Piuttosto che un approccio multietnico è sembrata un’iniziativa ghettizzante.

“Un centinaio di bambini marocchini non frequenta la scuola o ci va raramente”, dice la dott.ssa Cinieri,responsabile del Centro, “abbiamo così voluto fare una ricerca e con mediatori culturali e traduttori abbiamo scoperto che vengono tutti da una zona agricola del Marocco e sono abituati a vivere di pastorizia.
Per loro vendere fiori per la strada è un prolungamento della vita originaria.
Non sono quasi mai abbandonati dalla famiglia, ma è la famiglia stessa che li manda a vendere”.

L’apertura del Centro è un fatto importante, l’ amministrazione comunale ha preso atto della necessità di operare nella società reale e valorizzare le sue diverse risorse culturali.
Si tratta ora di vedere come queste dichiarazioni di intenti si concretizzeranno in impegni ed iniziative concrete.

Alla scuola Diaz…