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Aids in carcere

Da tempo sappiamo che il carcere rappresenta la zona più buia dell'apparato di giustizia, "il luogo dove il potere di punire, che non osa più esercitarsi a viso scoperto, organizza silenziosamente un campo di oggettività in cui il castigo può funzionare in piena luce come terapeutica" [M. Foucault, 1976, 281].

Del resto non è nemmeno indispensabile rileggere Michel Foucault per constatare come il giuridico e il carcerario parlino spesso linguaggi inconciliabili, in un dissidio estenuante nel quale il carcerario si rifiuta spesso alla limpida grammatica della legge.
A questa impressione di incomunicabilità non sfugge la normativa oggetto del presente articolo, quella relativa alla detenzione in carcere di individui affetti dal virus HIV o sieropositivi. L’esame della letteratura esistente sul tema e della situazione dei vari ordinamenti giuridici dei paesi europei ed extra-europei ha, infatti, mostrato come esista la tendenza a regolare tale fenomeno attraverso norme di carattere amministrativo e regolamentare, emanate per lo più da organismi ministeriali; norme il cui carattere di piena giuridicità è certamente molto attenuato [P. Thomas, 1992].
In questa prospettiva va guardata anche la distinzione, spesso citata, tra modelli di gestione autoritaria e modelli di gestione liberale del fenomeno Aids in carcere. I primi sarebbero caratterizzati dall’obbligatorietà del test sierologico, dall’isolamento dei detenuti sieropositivi, dalle restrizioni nell’accesso al lavoro interno e ad altre attività comuni, dal rifiuto di consentire in carcere la distribuzione di preservativi e di materiale disinfettante per le siringhe; i secondi invece si distinguono per il fatto di richiedere il consenso informato al test, per l’adozione di misure di prevenzione, di sostegno psico-sociale ai detenuti malati e di strategie di riduzione del danno [P. Darbeda, 1990].