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Tatuaggi e piercing, istruzioni e uso

Tatuaggi e piercing sono sempre più diffusi, non solo fra i giovani. Aumentano gli appassionati della cosiddetta “body art”, ma allo stesso tempo cresce a schiera dei “pentiti” di queste pratiche così invasive per la pelle. Il professor Marcello Monti, responsabile dell’Unità Operativa di Dermatologia dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano), spiega quali sono i rischi e le norme da rispettare per evitare problemi anche serie. Quali sono i tatuaggi più diffusi, secondo la sua personale esperienza clinica? “In un recente passato – spiega il professor Monti - erano molto usati i tatuaggi di tipo figurativo, policromatici, che raffiguravano perlopiù animali. Le zone del corpo più tatuate erano braccia, schiena e glutei. La nuova tendenza è quella di preferire invece i “tatoo” a soggetto decorativo. Sono di solito monocromatici, cioè ad un solo colore, nero o blu, di forma circolare, attorno ad un braccio, al polso, alla caviglia o al giro vita. In dermatologia i tatuaggi sono classificati per sede, tipo e mono o policromia. Le sedi più difficili da curare sono il dorso delle mani o dei piedi sui quali, anche se asportato, il tatuaggio rischia di lasciare cicatrici permanenti. Anche sul collo, sul volto o sul decolleté la pelle è estremamente delicata, così come su tutte le aree genitali dell’uomo e della donna o su quelle di flessione degli arti. E’ bene sapere che il disegno inciso sulla pelle non rimane “fresco di stampa” per sempre. I colori perdono tonalità e , spesso, bisogna tornare dal tatuatore per farsi reincidere il colore, allargarlo o rinnovarlo. I tipi di tatuaggio si distinguono in professionali e non professionali. I primi sono molto ben definiti, realizzati con macchine adatte, che rilasciano più pigmento sulla pelle. I secondi sono eseguiti con pochi granuli di pigmento e si possono asportare più facilmente. I monocromatici sono fatti con inchiostro di china e non danno grossi problemi una volta che il soggetto decide di toglierli. I “tatoo” policromatici possono dare reazioni allergiche in alcune persone perché l’organismo fagocita i granuli di carbonio distruggendo l’inchiostro e assimilandolo. Proprio le allergie costituiscono un tipo di risposta dermatologico locale al colore non perfettamente tollerato”.

E i tatuaggi all’Hennée che non sono permanenti?
“Meritano un discorso a parte, in quanto semipermanenti, decorativi e non figurativi. Sono costituiti oltre che dall’hennée anche da parafenielendiamina, lo stesso reagente utilizzato per le tinture dei capelli. La dermatite che si scatena facilmente con l’Hennée divora il tatuaggio, causando forte prurito e a volte cicatrici deturpanti una volta asportato. Ma il peggio deve ancora venire perché le persone allergizzate da questi tatuaggi resteranno sensibilizzati anche dopo, dal parrucchiere, al momento di fare la tintura. Un altro tipo di tatuaggio che, spesso, viene trascurato è il cosiddetto “trucco permanente”. Eseguito sulle sopracciglia, sulle ciglia e sul contorno labbra di molte donne, consiste nell’introduzione di granuli molto fini di pigmento scuro in sedi della pelle molto delicate. Si tratta di pratiche molto simili alla microchirurgia ma che vengono effettuate in condizioni igieniche e ambientali tutte da verificare”.

Quali sono i tatuaggi più pericolosi per la salute?
“I policromatici ricavati in sedi difficili e pericolose, come le pieghe cutaneee, i genitali; quelli all’Hennée e i monocromatici molto estesi ”.

Quali sono i danni reversibili o irreversibili?
“Non esiste una soluzione definitiva. Posso però dire che più si aspetta a togliere un tatuaggio, più sarà difficile. Questo perché il pigmento si approfondisce nel derma fissandosi più tenacemente: le cellule che hanno inglobato i pigmenti tendono infatti a scivolare in basso non rimanendo in superficie”.

Come riuscire a toglierli?
“Le tecniche sono diverse: abbiamo a disposizione differenti tipi di laser, la dermoabrasione, l’uso di peeling forti con acido tricloroacetico, l’ablazione con raggi infrarossi ecc . Il metodo più efficace per asportare i tatuaggi – spiega ancora il prof. Monti - è il laser, che funziona nel 90% dei casi. Alcuni tipi possono agire sul colore trapassando l’epidermide: sono i cosiddetti Dye Laser. Comunque le variabili vincolanti da considerare, per avere buone chance, sono: il tipo di pigmento usato; la reattività personale del soggetto da trattare: le pelli chiare rispondono meglio al trattamento. Mettiamo le mani avanti: le cicatrici resteranno comunque; solo con il laser c’è la possibilità di far sparire tutto completamente, ma occorreranno più sedute, anche parecchio costose: fino a 1.500 Euro”.

Attenti alle infezioni
Per evitare possibili infezioni è bene usare aghi monouso per ogni singola persona che si sottopone a questa pratica decorativa del proprio corpo. Dopo ogni utilizzo vanno buttati via.
“Attenzione - ricorda Monti - bisogna comprendere che il tatuaggio è un piccolo intervento chirurgico e come tale dovrebbe essere eseguito seguendo tutte le norme di sterilizzazione dello strumentario a regola d’arte, con guanti e teli protettivi, in un ambiente anch’esso sterile. Con il tatuaggio si possono introdurre nella pelle batteri e funghi. Purtroppo non ci sono, almeno in Italia, linee guida che dettino le regole per l’esecuzione corretta di questa tecnica così invasiva. Le infezioni comportano anche il rischio assai concreto che, durante il tatuaggio, la persona possa contrarre un’infezione da epatite virale B e C o peggio da virus Hiv”.

Il problema del “piercing”
“Il problema della perforazione della pelle a fini estetici è simile a quello dei normali fori dell’orecchio per portare gli orecchini - esordisce il prof. Monti - Di solito vengono usate pistole che “sparano” delle capsuline d’argento e oro, in modo da evitare allergie ai metalli, per preparare la strada, cioè il foro attraverso il quale dovrà essere impiantato il perging di varia foggia e dimensione. Anche in questo caso il “piercer” deve utilizzare solo capsule o aghi individuali, ma non può evitare il sanguinamento della zona del corpo interessata. Perciò si rischia anche di trasmettere pericolose infezioni virali, quali epatite B e C, fra operatori dello studio di “piercing” e soggetti a cui viene praticato”.

Quali sono le aree del corpo più delicate e pericolose sottoposte al “piercing”?
“Certamente la bocca, il naso e gli organi genitali, sia dell’uomo sia della donna. Nel naso, in particolare, al momento della creazione di un tragitto non fisiologico, si forma una comunicazione fra le mucose interne del naso e l’esterno: due aree che hanno una flora batterica differente e che tramite il tragitto creato possono andare pericolosamente a contatto. Altro inconveniente non da poco: con il “piercing” risultano lesionati e traumatizzati alcuni tessuti particolarmente innervati: la lingua e i genitali, a livello del clitoride o del prepuzio. In queste aperture artificiali, non fisiologiche, finisce di tutto, compromettendo l’igiene: dallo sporco, alla polvere, al sapone, ai batteri, ai virus. Il “piercing” nella lingua può causare ristagno di zuccheri e batteri durante i pasti; quello al naso dà particolarmente fastidio in caso di malattie da raffreddamento. L’igiene diventa un optional e il rischio di infezioni, non solo dermatologiche, sempre possibile. Anche il materiale usato per l’orecchino da fissare dovrebbe sempre essere costituito da leghe di platino, oro o argento e mai in nichel o cromo, responsabili delle pericolose dermatiti allergiche”.

Qual è la differenza fondamentale fra piercing e tatuaggio?
“Che il piercing è facilmente reversibile: basta un piccolo intervento per chiudere definitivamente il tragitto transcutaneo: i fori su lingua e genitali cicatrizzano anche spontaneamente una volta rimosso il piercing ”.

Pentiti del tatuaggio e problemi psicologici
“Il fatto sconcertante – commenta il prof. Monti - è che il 50% dei soggetti portatori di un tatuaggio permanente, dopo non molto tempo fanno di tutto per toglierlo. Noi dermatologi li definiamo i “pentiti del tatuaggio”. Ma un grosso problema in chi si fa tatuare è il suo atteggiamento mentale: prima di tutto, perché lo fa; poi, perché – anche dopo pochi giorni – la stessa persona cambia idea e decide di farselo togliere. Questa incertezza di fondo crea disagi al dermatologo. Non solo: sono in aumento le cause civili e penali che vedono sul banco degli imputati proprio specialisti accusati di non aver asportato il tatuaggio a regola d’arte, lasciando cicatrici deturpanti o comunque insoddisfatti i clienti. Perciò, si fa strada una presa di posizione netta dei dermatologi, oggi piuttosto restii a togliere tatuaggi: chi si lascia convincere, prima fa firmare una dichiarazione con cui il “pentito” di questa pratica declina ogni responsabilità sui risultati”.

Quali soluzioni suggerisce per disciplinare la materia?
“A mio parere – conclude il professor Monti – il Ministero della Salute dovrebbe varare una normativa precisa, non semplici linee guida, con degli obblighi severi per i professionisti del piercing e del tatuaggio. Fra le regole da inserire, il consenso informato del paziente sui rischi futuri ed eventuali, in modo che chi si sottopone a queste pratiche, spesso un adoloscente o poco più, sappia a cosa va incontro, anche in caso di asportazione del tatuaggio; l’obbligo di usare guanti e materiale monouso in ambiente perfettamente idoneo a questa pratica ; l’istituzione di un albo di “tatuatori” autorizzati e adeguatamente preparati anche riguardo i problemi sanitari; il divieto di sottoporsi a tale pratica per i minori di 18 anni senza il consenso dei genitori”.