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De Felice, la forza delle idee contro

Le istanze revisioniste, le polemiche, ma anche la grande generosità e l'onestà intellettuale: in occasione della presentazione del volume dedicato allo storico, pubblichiamo la relazione di Maurizio Serra di Maurizio Serra*

ROMA - Sono molto grato ai curatori del volume dedicato a Renzo De Felice, primi fra tutti gli amici Luigi Goglia e Renato Moro, per avermi invitato a parlare oggi qui. Sono grato agli organizzatori della manifestazione, che si tiene in una sede il cui prestigio intimidisce, credo, chiunque vi acceda: da queste finestre si domina la Roma caput mundi, che è quella, che da cittadini vorremmo sempre vedere ed in cui non ci stancheremmo di vivere. Ma nella gratitudine vi è una punta d’imbarazzo perché, se mi sento tuttora legato al ricordo di un maestro che ho amato e frequentato a lungo, e che tanto ha influenzato i miei studi.

Mi corre l’obbligo, a questo punto, di darvi brevemente conto del “mio De Felice”, anche per giustificare la mia presenza a questo tavolo, tra ben più autorevoli relatori. Lo incontrai a metà degli anni settanta, sui vent’anni, e l’occasione fu un saggetto che avevo scritto su di un autore sbrigativamente ingabbiato nella formula del romanticismo fascista, il francese Pierre Drieu La Rochelle, che è stato piuttosto un testimone dell’Europa in rivolta contro tutte le ideologie. Il lavoro confluì in una tesi di laurea sulla politica culturale della Francia di Vichy: argomento all’epoca, poco frequentato in Italia ed ancora sotto embargo in Francia, dove restavano vivi i veti gollisti e pochi studiosi, almeno nella letteratura non di parte, ammettevano il plebiscitario consenso – come vedete, entriamo subito in media res – che la politica pétainista riscosse in tutta la Francia, occupata dai tedeschi o nominalmente libera, almeno fino al 1942.

De Felice non fu mio relatore né correlatore, essendo io studente di altra facoltà (Scienze Politiche) ma seguì la tesi e incoraggiò il mio proposito di tornare in Francia dopo la laurea per continuare le ricerche, cosa che feci preparando contemporaneamente il concorso diplomatico, che era la mia originaria aspirazione. Il risultato fu un volume pubblicato nel 1980 da Laterza, sempre grazie a De Felice, che volle aggiungervi una prefazione talmente lusinghiera da indurre l’editore a riportarla in quarta di copertina. Non so se, a distanza di anni il volume serbi una sua validità; ma se non sbaglio rimane unico o quasi almeno in Italia, dove si è cominciato a parlare dell’ideologia di Vichy, ma al solito preferendo tradurre spesso a caso, piuttosto che stimolare la ricerca dei nostri giovani.

Mi permetto di parlarvi di questo per sottolineare a mia volta una caratteristica ricordata in tutte le testimonianze qui raccolte: ossia la straordinaria generosità intellettuale e umana di Renzo De Felice, quale si palesò sin da quei primi contatti. Come sappiamo, i maestri o, come si usava dire, i baroni hanno spesso tendenza ad avvalersi del lavoro dei collaboratori, in forme più o meno gratificanti per questi ultimi. De Felice era anche in questo un maestro un pò singolare perché…lavorava lui per i suoi allievi. Nelle sue sterminate ricerche sul fascismo, aveva accumulato anche sull’ideologia di Vichy e sul collaborazionismo degli intellettuali francesi, materiale e contatti che mi passò senza la minima riserva né esitazione. Nei vent’anni della nostra frequentazione, di persona o per corrispondenza, durante i miei lunghi soggiorni di lavoro all’estero, continuò non solo a spronare e a seguire le mie ricerche, ma ad alimentarle di documenti utili o comunque interessanti. “Adesso venga di là, che le ho messo da parte qualcosa…”, era più o meno la frase rituale, seguita dal ben noto mezzo sorriso dietro il mezzo toscano, con cui mi accoglieva in Via Cesari per le nostre vere e proprie full immersions di studio e discussione. Sono certo che questo ricordo molti in questa sala lo conservino con uguale riconoscenza.

Potrei parlare a lungo di questi incontri, ma non avrei in realtà molto da aggiungere ai contributi di questo bel volume. Tutti mettono in luce la disponibilità, la curiosità, la libertà che erano le vere qualità socratiche di De Felice e che avrebbero fatto di lui, anche se non avesse scritto una riga, un Maestro: questa volta, se ci ascolta, il termine ci deve consentire di usarlo, e con la M maiuscola. Siccome però di righe ne scriveva, e anche tante, magari dimenticando talvolta di spezzare i periodi, mi viene il sospetto che di De Felice non ce ne fossero due – come soleva dire il compianto, carissimo e bravissimo Niccolò Zapponi – ossia quello che vedevamo noi e il suo gemello con la maschera di ferro – di questi tempi, si direbbe, il suo clone – che lavorava nascosto in cantina. No, di De Felice ce n’erano un piccolo esercito, in grado di discutere di identità del fascismo con Emilio Gentile, di Oriente e storia fotografica con Luigi Goglia, di cattolici ed ebrei con Renato Moro, del mondo delle campagne con Alessandra Staderini e via dicendo. Ed ogni volta quel diabolico clone ne sapeva più di noi e, soprattutto, ci spronava a saperne di più.

Non aveva poi la minima difficoltà ad accettare punti di vista diversi dal suo, ed è uno dei pochi intellettuali che io abbia conosciuto dotato non dell’arte di parlare, ma di quella più sottile di ascoltare. Retrospettivamente, spero di aver dato un minimo contributo ad una sua visione meno uniforme dei totalitarismi nazista e sovietico, che egli tendeva a considerare molto più monolitici, e pertanto realizzati, del fascismo italiano. Lo erano certo di più, il che non toglie che entrambi, perfino negli anni della guerra, serbassero nel loro seno varie e contrapposte correnti, politiche e dottrinarie. Ma non è questa la sede per parlarne.

Ho detto poc’anzi diabolico e il termine, anche se scherzoso, non mi è venuto a caso. Devo confessare una certa riluttanza, passando ora alla sostanza del discorso, a condividere l’idea che De Felice nutrisse una predilezione per i caratteri, i personaggi, gli episodi ereticali, mistici, abnormi, persino luciferini, come si dice spesso, e come dichiarò lui stesso in varie occasioni tra cui, mi pare, l’Intervista sul fascismo. Vi è chi si è spinto a sostenere, in questa linea, che, nel caso di Mussolini, il personaggio avrebbe finito per cannibalizarlo, attraendolo verso il culto più o meno morboso della forza: una sorta di traslazione psicanalitica del biografo sul modello.

Certo, sul piano concettuale, il filo conduttore esiste: dalle iniziali ricerche sugli illuminati rivoluzionari alla storia dell’antisemitismo, fascista e non, al fascismo stesso, soprattutto nella fase iniziale e finale e nel dibattito sulla sua essenza totalitaria. Mi sembra tuttavia che il discorso vada rovesciato: da storico, armato di un solido ma non esibito bagaglio filosofico e letterario, ricco di interessi per le arti figurative e la musica – mi ha colpito nella testimonianza di Melograni leggere che da giovane De Felice aveva alle pareti un ritratto di Dostoevskij – egli amava scrutare nei recessi dell’animo umano, trovarvi le motivazioni, le contraddizioni, le pulsioni che ispirano attori e comparse della storia, e gli atti, talvolta gli atti mancati, che ne derivano. I personaggi negativi, doppi, contorti gli sembravano – credo - i più ricchi e stimolanti, comunque i più meritevoli di analisi approfondite, che andassero oltre un sommario giudizio morale, spesso fondato su conformismo e luoghi comuni. Mi limito a due esempi per non restare nel vago: per descrivere Arpinati, personaggio a tutto tondo, squadrato, coerente, umanamente forte, gli bastarono poche righe; su di un Farinacei ha continuato a girare intorno, interrogandosi tutta la vita.

Questo spiega l’enorme importanza che attribuiva alla storia delle idee e che lo portò, dopo l’impronta giovanile ricevuta da Cantimori, da Huizinga, da Bloch, a coltivare un sodalizio con il maggior studioso dell’estetismo totalitario, George Mosse, i cui libri furono in gran parte divulgati in Italia proprio grazie a De Felice.

Siccome di questi temi, sempre nel mio piccolo, mi appassionavo anch’io – in un’ottica che si ampliava da Vichy a quelli che ho poi definito gli esteti armati in una trilogia uscita dal Mulino, nuovamente per intercessione di De Felice – mi sono posto più volte questi interrogativi. Il caso di Mosse, ad esempio, era palese e non lo ha mai nascosto: tre volte esule dalla Germania nazista, come giovane intellettuale liberale, ebreo e omosessuale, aveva sentito prepotente il bisogno, per conoscere se stesso, di conoscere il nemico, sine ira et studio. Per De Felice, va da sé, le cose stavano diversamente ed avanzo alcune congetture, che intendono restare tali. L’idea che mi sono fatto, e mi ci hanno portato anche i ritratti così sottili di Emilio Gentile, di Elena Aga Rossi e di altri, è che a muoverlo fosse il bisogno di accordare i valori che lo animavano - primo fra tutti l’indipendenza dello spirito – con una visione estremamente complessa, e in ultimo marcatamente pessimistica, della storia e del posto che in essa occupano le masse, le alleanze, la patria, l’uomo di stato, l’intellettuale e l’uomo comune, quello che a seconda delle circostanze può passare dal consenso, all’apatia, alla vendetta.

Era un equilibrio molto pesante da reggere anche per le sue forze. Allora arretrava, per uno scrupolo, nobile ma inibitorio: nel senso che conosceva molto di più la storia delle idee di quanto non ne abbia scritto, anche se ha scritto molto e acutamente sul futurismo, su D’Annunzio, sugli eretici del fascismo. Ma era riluttante a spingersi a fondo in questa direzione, anche se, tanto per dare un esempio, passammo un pomeriggio indimenticabile a discutere di Rilke, di cui possedeva un raro carteggio. Ne parlo non come di un limite oggettivo, bensì come di un limite che si era dato lui stesso, per disciplina e coerenza. Era consapevole che troppo spesso lo studio della storia, specie del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, è confluito in un ingorgo magmatico tra filosofico, sociologico, antropologico, psicanalitico e via dicendo, con molto fumo per iniziati e poca sostanza nei fatti, travisati o ignorati per compiacere questa o quella costruzione preconcetta, questa o quella linea tracciata dall’alto del potere o dal fondo delle passioni. Prima di discettare sulle varie interpretazioni - e quella recente di Furet sulle rivoluzioni antiborghesi lo aveva particolarmente stimolato - occorre documentarsi.

Si era reso il compito ancor più difficile rifiutando il conforto delle ideologie. Da “storico rigorosamente laico” – scrive qui Renato Moro, con una definizione che potrebbe bastare sulla lapide, con il nome e le date 1929-1996 – De Felice, dopo le delusioni giovanili, aveva una naturale allergia, a volte ironica, a volte, specie in ultimo, angosciata, per il condizionamento paralizzante delle ideologie, che, se possono lenire i dubbi di uno studioso, rischiano di pre-determinare la sua ricerca della verità. Da storico rigorosamente laico, apparteneva alla famiglia dei Chabod, dei Romeo, del suocero De Ruggiero e della moglie Livia, la cui discreta ma forte personalità non emerge forse, se posso permettermi un appunto, da questo volume con il rilievo che merita e con l’influenza che esercitò sul marito. Da spirito rigorosamente laico, ci ammoniva che la storia è veramente “infinita” e la ricerca storica approssimazione quanto più possibile serena e meditata alla realtà degli eventi e al loro significato. Nulla in essa è definitivo e sempre viene rimessa in discussione da nuovi apporti.

Questa era per lui l’essenza del concetto di revisione e di revisionismo, in cui trova spazio ogni tesi o asserzione, purché documentata e, in senso proprio, disinteressata. De Felice non amava quest’espressione, come lo irritavano tutte le formule e formulette, ma non ne aveva paura. Il revisionismo non era ai suoi occhi né un’arma di dissacrazione né un’occasione di rivincita, perché una storiografia degna di questo nome non ha il compito di dirimere tra vincitori e vinti, bensì di indagare le motivazioni e i comportamenti degli uni e degli altri. E’ un principio più difficile da osservare quando il dibattito sfugge agli addetti ai lavori e tocca, come nel caso italiano, equivoci, miti, aspetti rimossi della vicenda unitaria. Aumentano i rischi delle polemiche fini a se stesse e delle passioni non vagliate dalla conoscenza, dalla ragione, dalla pietas. Ma è solo uscendo dalle stanze chiuse del sapere che la riflessione storica incontra le correnti vive dell’opinione pubblica e della società civile. Il vero storico, non pigro, non dogmatico e non dottrinario, difficilmente non può non trovarsi prima o poi nella condizione di revisionista.

Il problema è che, se non tollerava né subiva condizionamenti nel suo lavoro, i veri condizionamenti, ripeto, se li creava da sé. Andava avanti sicuro per la sua strada, accumulava fonti preziose grazie alla disciplina dell’artigiano e al fiuto del segugio, uniti ad una capacità di contatto umano ed anche diplomatico, che gli apriva le porte di archivi inediti, ignoti, segreti. Ma sembrava che la mole del materiale, filtrato e processato in migliaia di note e di riferimenti, finisse quasi per prevaricare sul testo, invece di sorreggerlo. Da qui, l’equivoco, a mio avviso, per non dire la caricatura del De Felice “che scriveva male”. Bisogna intendersi: che non avesse il dono crociano della scrittura è palese; ma oscuro, nel senso di tanta prosa pseudo-profonda e pseudo-tutto del nostro tempo, De Felice non era. Anzi, se lo fosse stato, avrebbe ricevuto prima l’aureola del maître à penser.

I suoi libri maggiori – agli altri accennerò poi - sono lunghi, talvolta troppo, in certe parti mal costruiti – fu lodevole suggerimento di Gentile stralciare ad esempio il volume su Il fascismo e l’Oriente dal corpo della biografia mussoliniana – e richiedono una lettura tenace e paziente, con continui rimandi da un tomo all’altro, da un capitolo all’altro. Ma oscuri, in senso concettuale e morale, non direi proprio. Essi appaiono ad ogni lettura e rilettura come il prodotto di un uomo e di un autore che non aveva paura della difficoltà, bensì della facilità; che voleva sempre confrontare le sue intuizioni sui documenti, che rifiutava le scorciatoie e che aveva il culto, forse eccessivo, della sfaccettatura. Il risultato è un immenso puzzle, incompiuto ma tutt’altro che inorganico, che rimane, comunque lo si voglia giudicare, un monumento della storiografia del secondo Novecento e che avrebbe avuto una diffusione internazionale ben maggiore se difficoltà di penetrazione non di De Felice, ma della nostra storiografia e della nostra lingua all’estero, lo avessero consentito. Ma sono convinto che il tempo sarà galantuomo.

In una società culturale che tollera esibizionismi sfacciati, riconforta il vuoto lasciato da un uomo che non corteggiò il successo: probo, gentile, modesto - se l’espressione non cozzasse con la vivacità e l’attenzione per gli altri che non lo rendevano mai noioso né pomposo. Se era difficile o temperamentale, come afferma qualcuno, non me ne sono mai accorto. Era a tratti spiritosissimo, pungente, volentieri malizioso, mai maligno. Sospetto che fosse anche molto buono, ma il suo pudore rendeva difficile capirlo. Parlava il meno possibile della sua salute, se ad esempio doveva rinviare un impegno, e non se ne lamentava mai. Non credo che avesse paura della morte, che aspettava lucidamente anche se sperava di guadagnare un pò di tempo per la sua missione. C’è un episodio che mi è rimasto impresso: molti di voi ricorderanno che i De Felice avevano un boxer che amavano molto, mi pare si chiamasse Attila. Ora, chi ama la compagnia degli animali domestici è in genere poligamo, nel senso che, potendo, ne ospita diversi allo stesso tempo, ovvero, morto uno, lo sostituisce. De Felice apparteneva alla minoranza dei monogami: un giorno mi confidò non so perché che Attila gli mancava molto. “E perché non ne prende un altro?” gli chiesi. Scosse il capo, senza dir altro, con una secchezza insolita in lui.

Un uomo vissuto per il suo lavoro e gli affetti familiari, con uno stile che chiunque abbia frequentato la casa di Monteverde non ha mai visto cambiare di una virgola attraverso gli anni: gli stessi mobili, gli stessi rituali e gli stessi cibi alla sua tavola. E’ un paradosso salutare che un intellettuale così poco organico ai partiti, alle mode, ai salotti, alle carriere sia diventato e sia rimasto, ormai a diversi anni dalla scomparsa, un riferimento da cui non possiamo prescindere, quali che siano le critiche che gli vengano mosse, nel dibattito sulla nostra identità di italiani, sulla nostra coscienza di nazione imperfetta ma straordinariamente vitale. Lo attesta la bibliografia minuziosa di Fiorenza Fiorentino, che sfiora le novecento voci e occupa da sola un terzo del volume; e dal 2000, quando si interrompe, non si interrompono i contributi. Mi limito a citare le recenti biografie mussoliniane di Pierre Milza e Richard Bosworth, o la defeliciana Brève histoire du fascisme, appena pubblicata, sempre a cura di Milza, da un colto editore parigino, Louis Audibert.

Si può e si deve discutere - come a lui piaceva che si facesse - su aspetti e interrogativi che attendono ancora il pieno riscontro degli atti. Ma l’impegno etico e scientifico rimane e rimarrà esemplare. In una storia come quella italiana e vieppiù fascista che si presta facilmente a innesti di colore - tanto apprezzati all’estero, dove hanno fatto la fortuna di abili divulgatori - De Felice non si è mai piegato a concessioni romanzesche, pittoresche o triviali. Lo stesso può dirsi per la lucidità e il distacco, frutto della passione domata, che caratterizzano il suo lungo interesse per la questione ebraica durante il ventennio, per i temi dell’emarginazione e della persecuzione nella madrepatria e nelle colonie. In proposito vi è una bellissima pagina, rivolta ai giovani, nell’edizione tascabile della Storia degli ebrei italiani durante il fascismo.

Le troppe accuse e le troppe lodi strumentali che gli erano state rivolte nel corso di almeno tre decenni gli pesavano, anche se cedeva,specie negli ultimi anni, all’impeto della polemica. Sapeva che gli restava poco tempo da vivere ed era posseduto da un’urgenza di comunicare e divulgare, che provocava talvolta nuovi equivoci. Sempre grazie a Fiorenza Fiorentino, possiamo seguire il passaggio dallo studioso all’uomo pubblico, che moltiplicava interviste, dichiarazioni, scritti d’occasione, affaticando sul piano fisico e psichico un organismo già minato. Qui si manifestava l’educatore convinto di dover fare il suo dovere, in un momento che gli sembrava, come sembrava ai suoi amici Romeo e Spadolini, gravissimo per la coscienza nazionale. Forse la malattia ingigantiva questi suoi timori, forse lo condizionava la ripugnanza che provava verso i troppi intellettuali opportunisti della storia, italiana e non solo italiana. Comunque sia, non si può negare il coraggio di quest’uomo fragile e mite, che rimase fino all’ultimo bersaglio di contestazioni violente. Ancora sul letto di morte, mi fece vedere un biglietto anonimo di minaccia che lo aveva raggiunto perfino in clinica.

Credo, in conclusione, che gli faremmo torto sostituendo all’eredità di De Felice il defelicismo: altra brutta espressione da lui sempre rifiutata, specie nell’accezione di scuola o consorteria, che contiene tuttavia una lezione di metodo da non disperdere. Due dei suoi libri più noti - L’Intervista sul fascismo e, vent’anni dopo, il più discutibile Rosso e nero - nascono dall’esigenza di offrire al vasto pubblico una serie di punti di riferimento tratti dalle opere maggiori. Lo scopo non era di moltiplicare le tirature e le vendite condensando a effetto le tesi. Era di contribuire a creare - in momenti di tensione come il terrorismo degli anni settanta e lo sfascismo pseudo-secessionista degli anni novanta - una base di discussione, fondata su quella solidarietà tra italiani che nasce dalla conoscenza e dal rispetto di quel che siamo e che sono state le generazioni prima di noi, nel bene e nel male, nella buona e cattiva sorte, su di un fronte e sull’altro.

Probabilmente quest’esigenza non è stato raggiunta e, tra l’opera monumentale e i libri citati, manca il raccordo di quel tentativo di sintesi che De Felice si era impegnato a produrre, una volta terminata la sua grande fatica e che purtroppo non avremo mai. Mi permetterei nuovamente di mettere in guardia contro le tentazioni di risalire ad un’interpretazione della sua opera partendo solo dagli scritti minori e da quelli d’occasione, anche se brillanti. Solo così apparirà la vera lezione del defelicismo: saper storicizzare, ossia de-mitizzare e de-demonizzare - se mi consentite questi termini - il destino dei singoli, anche sovraesposti o sovradimensionati come quel Mussolini a cui in una pagina tutt’altro che oscura del volume sullo Stato totalitario negò ogni patente di grandezza. E saper inquadrare questo destino nella biografia di un “paese”, che diventa “nazione” o “patria”; e che lo rimane, e merita di rimanerlo, solo quando accetti di fare i conti con tutta la propria storia. E’ incoraggiante che il dibattito stia crescendo in questi anni, come sintomo di maturazione complessiva della nostra società: dibattito ancora confuso, talvolta pressappochista, ma innegabile. Esso non deve trovare gli storici, credo che ci avrebbe ammonito De Felice, né troppo avanti sulle barricate, né troppo indietro nelle torri d’avorio.

Per questo noi oggi lo ricordiamo, lo salutiamo e lo ringraziamo, consapevoli che chi ci ha insegnato a conoscere e rispettare il nostro passato, nelle pagine più e meno felici, è guida sicura per operare nel presente e guardare all’avvenire.

*Maurizio Serra, studioso di storia, è direttore dell’Istituto Diplomatico

(20 GENNAIO 2003: ORE 11:15)

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