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Stalinista sarà lei.

Stalinista sarà lei. A sinistra si scomunica così Parola-insulto usata come foglia di fico per salvare il comunismo

2 marzo 2003 La Stampa

di Pierluigi Battista

DOPO la morte del grande dittatore e soprattutto dopo le denunce kruscioviane del 1956 sui crimini ispirati al «culto della personalità» che aveva alimentato la leggenda nera di Stalin, nacque nella sinistra di matrice comunista un nuovo epiteto: «stalinista». Nacque e crebbe come insulto, valutazione squalificante, condanna. Fino al ‘53 era assolutamente scontato che un comunista, a meno che non facesse parte della «cricca trotzschista», dovesse definirsi «stalinista». Far parte del movimento comunista internazionale ed essere dalla parte di Stalin formava un tutt’uno. Persino nelle correnti socialiste, «stalinismo» non era una brutta parola e non suscitava problemi e tormenti morali in un socialista legato dal patto «unitario» con i comunisti come Pietro Nenni ricevere un premio intitolato a Stalin.

Oggi «stalinista» è un termine consunto, banalizzato e logorato dall’uso e dall’abuso. Massimo D’Alema lamenta il carattere «stalinista» del processo cui lo hanno sottoposto i girotondisti fiorentini. Il serbo Milosevic è stato più volte bollato come un bieco «nazi-stalinista». Berlusconi ebbe addirittura a definire «stalinista» la legge sulla par condicio. Escono numerosi libri che hanno come argomento le esperienze totalitarie del Novecento e quasi sempre parlano di «nazismo e stalinismo». Nella maggior parte dei casi l’epiteto «stalinista» fiorisce rigogliosamente nella casa della sinistra.

Definire e deplorare qualcuno come «stalinista», negli ultimi anni di vita del Pci, stava a indicare un compagno particolarmente rigido, legato a vecchi schemi, nostalgico dei furori e dei rigori terzinternazionalisti. Quasi sempre, tuttavia, si dice «stalinista» per non dire «comunista». Perché storicamente, e neanche tanto paradossalmente, «stalinista» diventa un modo per edulcorare ed eufemizzare il termine «comunismo», quasi a voler separare un «comunismo» buono da uno «stalinismo» cattivo.

O almeno, questa era l’intenzione di Aleksandr Solzenicyn quando, nel suo Arcipelago Gulag, criticò molto duramente l’uso distorto e ideologico del termine «stalinismo». Secondo Solzenicyn, definire come «stalinista» il regime sovietico che aveva portato alla deportazione e alla morte milioni di persone nascondeva l’intenzione di salvare la complessiva esperienza storica del «comunismo» attribuendo soltanto alla sua degenerazione impazzita, appunto lo «stalinismo», la colpa dei crimini commessi.

Paradossalmente, argomentava Solzenicyn, si trattava di un «culto della personalità» rovesciato, che accollava esclusivamente al Capo, al Padre dei Popoli, la responsabilità degli orrori consumati nel regime comunista, tagliando di netto Lenin da Stalin, la Ceka dalla Gpu e dal Nkvd, il comunismo delle origini e la sua espressione deformata e alterata. Paradossalmente, ci sarebbe da aggiungere, la foglia di fico dello «stalinismo» fa implicitamente suo l’argomento «trotzchista» che additava nello «stalinismo» il tradimento di un’Idea in sé buona e incorrotta, come se, senza Stalin, il comunismo dei Soviet avrebbe potuto essere tutt’altra cosa di quella che poi si è effettualmente realizzata.

La retorica dello «stalinismo» sarebbe insomma un modo per sottrarre il comunismo dalle sue responsabilità storiche, per delimitare gli errori e gli orrori nell’unico contesto storico-temporale da condannare: quello che vide la tirannia incontrastata del demoniaco Stalin. Questa è la tesi di uno storico come Richard Pipes, che ha ripetuto e ribadito la sua contrarietà all’abuso del termine «stalinismo» in un libro appena pubblicato in Italia da Rizzoli e che significativamente si intitola Comunismo. Ma è proprio questa tesi a essere contestata da chi sottolinea la particolarità storica dello «stalinismo» (a cominciare dagli studi di Roy Medvedev), e la differenza tra il regime staliniano e gli anni precedenti o successivi allo stalinismo: né Lenin, né Breznev, secondo questa tesi, raggiunsero mai le vette di apocalittica ferocia che invece accompagnarono le purghe di massa, i massacri e la cancellazione fisica dell’intera classe sociale dei kulaki sotto il dominio di Stalin. Con il risultato che, come ha notato Duccio Trombadori nei giorni scorsi, «stalinista» è entrato molto di più nel linguaggio corrente della sinistra che in quello dello schieramento politico e culturale da sempre avverso.

«Stalinismo» come escrescenza, tumore da estirpare, residuo di un mondo da condannare senza esitazione. E non «comunismo», la cui radice ideale viene invece preservata scavando un fossato tra l’Idea e la Realtà, tra la purezza originaria e la deformazione successiva. Tra il Bene e il Male identificato nella figura di Stalin. Esiliato per sempre dal Mausoleo dove lo adorarono i comunisti stalinisti del tempo che fu.

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