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BR E BACI UNO SCANDALO ITALIANO

Tratto da "Il Secolo d'Italia" del 11 marzo 2003 di ADRIANO BOLZONI Mi trovavo a Londra, impegnato a consultare documenti su John Bagot, il generale britannico conosciuto come Glubb Pasha, il creatore e comandante della Legione Araba dell’Emiro Abdullah di Transgiordania, il bisnonno dell’attuale re giordano, quando un carissimo amico e valente storico, Burt Reynold, mi propose di accompagnarlo in Tribunale prima della prevista colazione. Mentre l’amico discuteva con un suo avvocato circa un problema che lo riguardava, diritti d’autore o un affare del genere, per curiosità mi accomodai in un’aula dove si svolgeva un processo. Davanti alla Corte di giustizia, due giamaicani, cittadini britannici, erano accusati di appartenere ad un gruppo terroristico.

Del tutto indifferenti e riottosamente sfrontati, mentre il pubblico accusatore parlava, i due provarono ad accendersi una sigaretta.

Colpo di martelletto del giudice, offesa alla Corte, tre mesi di prigione.

Alla moda dei brigatisti rossi nostrani — la moda sembra tutt’ora in voga — uno dei giamaicani, il meno cupo all’apparenza e con occhiali, si levò in piedi e cominciò la lettura di non so quale suo scritto.

Invitato a mettersi seduto e in silenzio, quello cercò di continuare la lettura.

Altro colpo di martelletto, altri quattro mesi di prigione per offesa della Corte e sospensione dell’udienza.

In meno di una decina di minuti, i due imputati avevano ricevuto nel gobbo sette mesi di detenzione. Non so che esito ha avuto il processo, poiché Reynold venne a riprendermi.
Comunque, anche se assolti dall’imputazione, a quei due i sette mesi di galera non li ha tolti nessuno. Perché tutto questo bel discorsetto? Per via di quel che è avvenuto giorni or sono allorché, in un’aula del Palazzo di giustizia di Milano, quattro brigatisti rossi hanno, a piena voce, rivendicato l’assassinio del professor Biagi.

Probabilmente molti lettori conoscono i fatti.

Meglio, comunque, ripeterli.

I quattro, Di Leonardo, Manguzzi, Pizzarelli e Aiosa, appartenenti al Partito comunista combattente (sparando alla schiena), irriducibili, già condannati chi all’ergastolo chi a lunghi anni di prigione per delitti di sangue, tanto per capirci, sono dentro la gabbia nell’aula del Tribunale.
Già dal carcere avevano esaltato gli assassini di Biagi.
E ci riprovano.

Cavano di tasca il «documento», così le Br chiamano i loro deliri, e nuovamente prendono a decantare l’assassinio glorificandone gli assassini. Parole da far vomitare.
Però, talvolta, nei Tribunali del Bel Paese si inciampa su pubblici ministeri piuttosto stravaganti, singolari.
Nell’occasione di tratta del pm Luigi Orsi. Questi è un bel giovane, elegante, occhiali dalla montatura leggera, capigliatura ben curata, intonata la cravatta.

Porta la toga con una certa baldanza. Un tipo in gamba. Ha lo stomaco forte, non gli vien da vomitare alle parole dei quattro terroristi patentati, pluriomicidi, nemici del vivere civile «senza se e senza ma», per dirla come l’impiegato della Pirelli Cofferati. Le ripugnanti frasi del «documento», lette in tono truce, non fanno il minimo effetto sull’insigne magistrato.

Non le considera degne di censura né tanto meno pericolose.
Celebrano la sovversione, vantano la lotta armata, invocano la guerra civile? Sciocchezze. Nessun pericolo. «Perché ci sia il pericolo concreto», dice il solerte pubblico ministero, «il messaggio deve essere tale da avere efficacia e convincere qualcuno.

E qui non hanno convinto nessuno».

Comunque non lui, non Luigi Orsi, pm in quel di Milano.

Che conclude: «Se si leggono questi messaggi, sono sempre gli stessi, scritti con un linguaggio vetusto e sono convenzionali, sono come i messaggi dei Baci Perugina».

Tesi brillante, che convince il giudice che i quattro manda assolti perché, in sostanza, rivendicare l’assassinio del professor Biagi non ha nulla a che vedere con la propaganda sovversiva.

Ecco perché, i lettori lo capiranno, l’episodio della Corte di giustizia londinese m’è venuto alla memoria.

Per come la penso, la riforma e le nuove regole della Giustizia, nel nostro Paese, possono, sì trattare della separazione tra giudici e pubblici ministeri, dei concorsi, delle carriere, delle funzioni della magistratura giudicante e requirente, ma il tutto dovrebbe ben guardare al comportamento e alla concreta sostanza di chi amministra la giustizia.

Il Consiglio superiore della Magistratura dovrebbe, per quanto umanamente possibile, ricordare un poco il Consiglio dei Dieci della Serenissima repubblica di Venezia.

Uomini specchiati, duri, rigorosi, lontani dal difendere solo la loro corporazione, ma piuttosto la disciplina del corpo dei magistrati.

Nessuna mano politica sulle toghe autonome e indipendenti, come no. Ma almeno pretendere che un magistrato non confonda un proclama assassino delle brigate rosse con le striscioline che — una volta, altri tempi — avvolte nell’involucro argentato dei Baci Perugina, riportavano tenere citazioni amorose.

ADRIANO BOLZONI

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