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Delitto Matteotti, il mandante fu il re non Mussolini

(da: Il Nuovo di oggi 1.5.2003) A sostenerlo fu Matteo, figlio del deputato socialista, in un’intervista del 1985 a Marcello Staglieno che – alla presenza di Carlo Matteotti, fratello di Matteo, e di Pietro Amendola, figlio di Giovanni - in contraddittrorio con gli storici Giovanni Sabbatucci, Mauro Canali, Matteo Pizzigallo e Aldo Alessandro Mola nella trasmissione televisiva Enigma, venerdì 2 maggio su Raitre, ribadirà questa clamorosa tesi,..

approfondita con nuovi documenti inediti nel suo ultimo libro (nella foto) , Arnaldo e Benito. Due fratelli (610 pagine, 20 euro) a giorni in vendita nei tipi di Mondadori. Pubblichiamo uno stralcio del capitolo dedicato a quel delitto, a tutt’oggi oscuro.

Una sporca questione di petrolio - di Marcello Staglieno

La mattina del 12 giugno 1924, sui giornali di tutt’Italia, comparve il primo annuncio della scomparsa di Giacomo Matteotti, rapito due giorni prima sul Lungotevere Arnaldo da Brescia in Roma, poco lontano dalla sua abitazione al numero 21 di via Pisanelli, da una banda di squadristi (la Ceka del Viminale) composta da Amerigo Dumini, Giuseppe Viola, Augusto Malacria, Albino Volpi e Amleto Poveromo. Cominciò per il fascismo la più grave delle crisi. Soprattutto dopo il ritrovamento della salma (il 16 agosto nel bosco della Quartarella a 23 chilometri da Roma) molti fascisti si tolsero il distintivo dall’occhiello, strapparono le tessere e la pubblica opinione prese a guardare con simpatia le opposizioni che, con sconsiderato autolesionismo, avevano però abbandonato la Camera nella sterile “secessione aventiniana”.

I dubbi di De Felice sulla colpevolezza del “duce”. Secondo la vulgata della storiografia postbellica, il mandante del delitto fu Mussolini, come anche sostiene Mauro Canali nel suo ampio saggio Il delitto Matteotti (Il Mulino 1997). Il 31 maggio - dopo un acceso intervento del deputato socialista alla Camera contro il clima di violenza in cui si erano svolte le elezioni del 6 aprile conferendo la maggioranza al “listone” fascista – il “duce” era furente. “Cosa fa questa Ceka? Cosa fa Dumini? Quell’uomo non dovrebbe più circolare…”, pare avesse detto. Renzo De Felice tuttavia mai credette che fosse il mandante del delitto.

La tesi di una “lezione” da dare a Matteotti (morto all’improvviso per le percosse durante il rapimento come verrà sostenuto durante un processo-farsa a Chieti nel 1926) gli parve controproducente per Mussolini, “troppo buon tempista, troppo buon politico per non rendersene conto. È possibile pensare che, se anche avesse impartito l’ordine, in undici giorni la collera non gli sarebbe sbollita e non si sarebbe reso conto delle conseguenze politiche di un simile atto?”. Mussolini aveva fatto bastonare Giovanni Amendola e Piero Gobetti, ma non era un assassino: ne era convinto lo stesso Benedetto Croce che, il 24 giugno, fu il promotore del voto di fiducia al governo. Per di più, precisava De Felice, Mussolini si stava apprestando a un’apertura a sinistra, in un governo lib-lab in cui portare il “popolare” Filippo Meda alle Finanze; Argentina Altobelli all’Agricoltura; il genovese Lodovico Calda (amministratore del quotidiano socialista “Il Lavoro”) o il sindacalista Alceste De Ambris all’Assistenza sociale; e addirittura lo stesso Amendola, qualora avesse accettato, all’Istruzione. Né vi avrebbe escluso i confederali della CGdL (Confederazione Generale del Lavoro) per staccarli dai comunisti com’era risultato evidente, il 7 giugno 1924, dal suo discorso alla Camera.

Tangenti sul petrolio a importanti uomini del fascismo. Sempre secondo De Felice, il movente del delitto doveva essere un altro: sopprimere Matteotti per sottrargli documenti da lui raccolti, e che avrebbe divulgato l’11 giugno alla Camera, su loschi affari petroliferi che coinvolgevano influentissime personalità del fascismo cui una società petrolifera americana, la Sinclair, aveva versato “tangenti” pari a 150 milioni per ottenere in esclusiva i diritti delle ricerche in Italia. Essi erano: Emilio De Bono, comandante della PS e della MVSN (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale); il sottosegretario agli Interni Aldo Finzi (destinato a morire alle Fosse Ardeatine); il segretario amministrativo del PNF Giovanni Marinelli (finirà fucilato il 13 gennaio 1944 a Verona con gli altri “traditori” del 25 luglio 1943, lo stesso De Bono, Ciano, Gottardi e Pareschi); il capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio Cesare Rossi; il giornalista Filippo Filippelli, direttore del “Corriere italiano” (controllato nell’assetto proprietario da Finzi). Per di più, uccidendo il deputato socialista, essi avrebbero impedito quell’”apertura a sinistra” che li avrebbe comunque travolti.

Il movente secondo Matteo Matteotti: il re e la Sinclair. Seguendo questa duplice pista, Matteo Matteotti ebbe via via nuovi elementi, sull cui base finì per convincersi che il principale mandante del delitto, attraverso De Bono, poteva essere il re, per via d’interessi petroliferi correlati sempre al gruppo Sinclair. Nell’intervista che, grazie a De Felice, mi rilasciò nel novembre 1985 per “Storia Illustrata”, mi spiegò che ricevette da Giancarlo Fusco un articolo da questi pubblicato il 2 gennaio 1978 su “Stampa sera”.

Precisandomi: “Nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia duca d’Aosta raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra [del viaggio riferirono i giornali dell’epoca] dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla Loggia The Unicorn and the Lion. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel register degli azionisti senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico”. In relazione alla prima scrittura privata, Matteo Matteotti aggiunse che essa faceva comprendere come fosse “passato” tanto rapidamente il RDL sullo sfruttamento da parte della Sinclair del petrolio reperibile nel territorio italiano, in Emilia e in Sicilia. Si trattava del RDL n.677, in data 4 maggio 1924,nel quale l’articolo primo afferma: ‘È approvata e resa esecutiva la convenzione stipulata nella forma di atto pubblico, numero di repertorio 285, in data 29 aprile 1924, fra il ministero dell’Economia nazionale [presieduto da Corbino] e la Sinclair Exploration Company’. Le firme sono quattro: Vittorio Emanuele, Corbino, De Stefani, Ciano”.

Una clausola del 1923: non cercare petrolio in Libia.
I contenuti dell’accordo – noto come “convenzione Sinclair -Corbino” - erano stati ampiamente enfatizzati il 15 maggio da un perentorio comunicato della presidenza del Consiglio, ovvero redatto da Rossi (mentre Mussolini stava inaugurando in Roma la conferenza internazionale sull’emigrazione dopo aver trascorso l’ultima settimana in Sicilia), e poi illustrati, il 16 maggio, sul “Corriere italiano” da quella buona lana, si fa per dire, di Filippelli. Tuttavia, nonostante la firma del re, Mussolini – che già nel febbraio 1924 pur aveva avocato a sé ogni decisione in proposito - congelò tutto. E il 20 novembre 1924 incaricherà una Commissione che, valutati attentamente i termini dell’accordo con la Sinclair, il 4 dicembre lo invaliderà totalmente anche per uno scandalo che, negli Usa, stava per travolgerne il titolare, Harry Sinclair. Era poco esperto di petrolio, Mussolini: si fidava di quanto scriveva lo stesso Luigi Einaudi (sulla convenienza di comprare l’”oro nero” all’estero piuttosto che spendere milioni per cercarlo): perciò non lo insospettì una singolare clausola apposta in una relazione governativa del 19 luglio1923 dove, pur invocando la necessità di effettuare trivellazioni nelle Colonie, escludeva proprio la Tripolitania.

Un delitto premeditato e le prove su De Bono. “De Bono volò da Vittorio Emanuele III” mi disse Matteo Matteotti “a raccontargli quanto Matteotti aveva scoperto, e i due si accordarono sulla necessità di ucciderlo anziché bastonarlo soltanto e di asportare dalla sua borsa i famigerati documenti. L’8 giugno De Bono convinse Dumini ad eseguire tutto ciò, mediante una somma di denaro, e due giorni dopo Matteotti fu rapito e assassinato. Né si sentì più parlare dei documenti riguardanti il patto fra il re e la Sinclair. Mio padre venne ucciso in modo premeditato con tre colpi di lima da Amleto Poveromo. Me lo confessò, piangente e pentito, Poveromo in persona nel carcere di Parma dov’ero andato a trovarlo nel gennaio 1951, poco prima della morte di lui. Mio padre aveva con sé quei documenti, che sparirono nel nulla”. Essi vennero presi in consegna da Dumini (lo dichiarerà lui stesso ai giudici nel secondo processo a Roma l’8 febbraio 1947) e finirono in mano di De Bono, come dimostra il testo registrato di una conversazione telefonica di questi con il questore di Roma, Bertini, la sera del 12 giugno subito dopo l’arresto, nella stazione della capitale, dello stesso Dumini.

Un’ulteriore prova in tal senso la fornì De Felice, pubblicandola.

Essa consiste in una “riservatissima” relazione di polizia consegnata allo stesso De Bono il 14 giugno 1924, ma con il tono di comunicargli cose che lui già conosceva. Lo informava del fatto che “l’on. Turati sarebbe in possesso di parte dei documenti originali e di parte delle fotografie di altri che possedeva il Matteotti e riguardanti affari diversi (’Sinclair’; speculazioni borsistiche; case di giuoco ed un ‘affare’ di Udine)”, aggiungendo che “il Comm. Filippelli – del “Corriere italiano” avrebbe concorso alla soppressione del Matteotti volendo rendere un servizio a S.E.Finzi ed al Fascismo”.

La vera colpa di Mussolini: il processo-farsa del 1926.Informato del delitto da De Bono l’11 giugno: “Stanno gettandoti addosso le responsabilità”, Mussolini rispose: “Questi vigliacchi mi vogliono ricattare!”.

Il ricatto consisteva nell’impedirgli proprio quel nuovo governo di svolta a sinistra , mettendolo alla mercè dell’estremismo squadrista che lui intendeva liquidare, ma sul quale invece avrebbe dovuto almeno temporaneamente riappoggiarsi per non essere spazzato via dalle opposizioni e dalla pubblica opinione. Il 14 giugno destituì Rossi e Finzi, costrinse alle dimissioni Corbino.

Quanto a De Bono - ”quadrumviro”, senatore e troppo vicino al re - non poté liberarsene del tutto, ma lo esautorò da ogni incarico. La sua colpa sta nell’avere tollerato il processo-farsa istruito a Chieti dal 16 al 24 marzo 1926: Dumini, difeso da Farinacci, ebbe con Volpi e Poveromo 5 anni, 11 mesi e 20 giorni di reclusione, di cui 4 anni condonati per amnistia, mentre Malacria e Viola furono assolti. Parimenti assolto, ma da una commissione istituita in Senato, fu De Bono. Delle carte di Matteotti, nessuna traccia.

Un documento di Matteotti ritrovato dal figlio nel 1978. Tra queste carte, mi precisò ancora Matteo Matteotti, c’era verosimilmente il testo manoscritto, su carta intestata della Camera dei Deputati, di un suo articolo pubblicato sulla rivista romana “Echi e Commenti” del 5 giugno 1924, ma in edicola due giorni dopo.

“L’articolo” mi disse “contiene riferimenti, brevissimi, a bische e petroli. Ne ignoravo l’esistenza. Due mesi dopo l’uscita dell’articolo di Fusco, giornalista che a volte le sparava grosse ma che in questo caso nessuno s’è mai peritato di smentire, ecco saltare fuori quello scritto di mio padre.

Con una procedura a dir poco singolare, me lo fece trovare nel marzo 1978, dentro un tubo di stufa in aperta campagna a Reggello presso Firenze, un anziano mutilato di guerra, Antonio Piron. Senza essere sino in fondo espicito, mi disse che gliel’aveva consegnato un ex-partigiano, ch’era a Dongo il 27-28 aprile 1945″. Matteo Matteotti mi pregò di omettere dall’intervista questo particolare che pure precisò, nel novembre 1985 a Segrate, anche a Giordano Bruno Guerri, allora direttore di “Storia illustrata”. E aggiunse: “Ciò mi convinse del fatto che quel manoscritto doveva essere nella grossa busta che, con le compromettenti carte di cui ho detto, mio padre (mia madre Velia se ne ricorda benissimo) aveva con sé al momento del rapimento”. Matteo Matteotti – deputato costituente, parlamentare dl PSDI di Saragat e più volte ministro - esercitò al possibile la propria influenza per ulteriori indagini. Ai primi del novembre 1985 – sempre in presenza di Giordano Bruno Guerri - aggiunse particolari che non mi aveva precisato: e cioè la verifica di persona, recandosi a Londra in quel 1978, sulla veridicità di quanto aveva scritto Fusco ( e poi ribadito da Giorgio Spini in un articolo, di cui già m’aveva consegnato il testo, inviato alla “Stampa” ma mai pubblicato). Quanto alle carte del padre, sempre gli rimnasero irreperibili.

La sparizione delle carte Matteotti il 28 aprile 1945 a Dongo. Esse però esistevano, senz’ombra di dubbio. In proposito ci sono una testimonianza indiziaria e una prova fotografica. La testimonianza me la rilasciò (incidentalmente: ero andato a trovarlo a Bergamo nel 1975 a proposito di Galeazzo Ciano) Alessandro Minardi. Egli era stato l’unico giornalista ammesso alle udienze del processo di Verona (8-10 gennaio 1944) contro i “traditori del 25 luglio”: mi disse nel 1975 che i due fascicoli sul delitto Matteotti, rinvenuti in una grossa borsa di Mussolini al momento dell’arresto (27 aprile 1945), erano verisimilmente quelli sottratti da De Bono. Questi, a sua volta arrestato il 4 ottobre 1943 – secondo una confidenza di Pavolini allo stesso Minardi, che per l’appunto me la riferì nel 1975 – aveva preso con sé i suddetti documenti di Matteotti. E, nell’inutile tentativo di salvarsi la vita, li avrebbe consegnati a Mussolini: nella cui borsa, a Dongo, furono comunque rinvenuti. E ora la prova: essa consiste nella fotografia del verbale di consegna di quei due dossier sul delitto Matteotti: una fotografia (poi pubblicata sul “Tempo illustrato” il 16 giugno 1962) che funzionari della prefettura di Milano il 2 maggio 1945 pretesero dagli emissari governativi che avevano chiesto gli stessi dossier. Essi però mai sono stati versati, come gli altri che Mussolini aveva con sé, all’Archivio centrale dello Stato. Scrisse De Felice: “Senza esito sono riuscite le ricerche da noi [cioè De Felice] compiute al ministero degli Interni per rintracciarli”. In definitiva, sparirono.

Un mistero che dura da 58 anni. Quali sono i motivi di tale occultamento che quasi equivale, per Mussolini, a un “mandato di non colpevolezza”? Perché, infatti, quelle carte sparirono? E perché mai continuano a essere irreperibili? Per coprire che cosa, e chi? Ipotizzando ch’esse contengano elementi di condanna per Mussolini quale mandante del delitto, perché non sono allora saltate fuori? E perché almeno oggi il governo non si decide a renderle note? Infine, se non le si trova, chi ebbe interesse a occultarle, forse a distruggerle? Seppellendole alle Botteghe Oscure, a “silenziarle” fu forse il ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, l’uomo che addirittura, con la complicità di Giulio Einaudi, volle censurare l’opera di Gramsci? Oppure esse vennero fatte pervenire a Umberto di Savoia (assieme al dossier che lo riguardava, intitolato a “Stellassa” e alle privatissime sue faccende sessuali, rinvenuto in un’altra borsa di Mussolini)? Sono tutte domande che attendono risposta: su quel delitto i lati oscuri continuano a essere troppi.v

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