Ora Fini assicura: per l'Iraq c’è una strategia d’uscita

«Si sta delineando una strategia di uscita e il governo italiano lavora perché si concretizzi». Parola di Gianfranco Fini. Proprio nel momento in cui la politica del governo al rimorchio dell’amministrazione americana sembra aver raggiunto il punto più basso, il vicepremier dipinge una prospettiva a tinte chiare. «A giugno ci saranno una serie di appuntamenti in cui ogni leader metterà le carte sul tavolo, in cui sarà possibile il confronto tra Stati Uniti ed Europa con un ritrovato attivismo europeo e un sostanziale avvicinamento tra i Paesi europei che sono stati favorevoli e quelli che sono stati contrari all'intervento in Iraq». L’occasione è una manifestazione elettorale di Alleanza nazionale a Roma. E lui deve far fronte ai dubbi che ormai serpeggiano nel centrodestra e alle notizie confuse di un cambio di rotta dell’amministrazione americana. I diversi accenti di Colin Powell e del presidente George Bush (che ieri ha ribadito di voler restare in Iraq oltre il 30 giugno)? «Più sfumature che altro». di red. tratto dall'Unità

 «L’importante è ribadire - afferma Fini - che il nuovo governo dovrà essere rappresentativo delle diverse realtà irachene, poichè molti dei problemi dell’Iraq derivano dal fatto che lì è in corso, anche con le bombe, un’aspra contesa per la leadership irachena». E secondo lui sarà il nuovo governo a chiedere «per garantire la sicurezza, la presenza delle forze multinazionali».

Proprio quando il centrosinistra si va ricompattando sulla scelta di una mozione unitaria per il ritiro delle truppe da votare il 20 maggio, le iniezioni di fiducia che Fini cerca di somministrare in barba alle notizie devastanti che giungono dall’Iraq hanno il duplice scopo di calmare le acque interne alla sua coalizione e di seminare il dubbio in quella avversaria. «Questo non è altro che il piano Brahimi e noto una stridente contraddizione tra chi, nel centrosinistra, dice che si può rimanere in Iraq solo coinvolgendo l’Onu, però poi non mostra apprezzamento per un piano accettato dagli Usa ma diretta espressione dell’Onu». Le parole della destra però mostrano la corda.

Lo scandalo delle torture ha segnato inevitabilmente il panorama complessivo. Marco Follini, che pure continua a bocciare la «scelta aventiniana» dell’Ulivo, cioè il ritiro dall’Iraq, chiede a Berlusconi di assumere con Bush una posizione «severa», perorando «una rapida correzione di rotta», la trasmissione dei poteri all’Onu: «Berlusconi dovrà trasmettere tutta la nostra inquietudine e ribadire la necessità di una svolta: questa è l’America che mi piace di meno, preferisco quella più aperta e generosa del piano Marshall».

Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro delle risorse agricole, Gianni Alemanno: «Dobbiamo puntare i piedi, dobbiamo farci sentire, non ritirarci ma pretendere una soluzione politica chiara di questa vicenda. Dobbiamo fare in modo che il nostro impegno in Iraq diventi uno strumento per ottenere una soluzione pacifica rapida e che permetta l’autogoverno al popolo iracheno attraverso l’Onu».

E il responsabile esteri di An, Marco Zacchera, pur ribadendo che «nessuno vuole fuggire dall’Iraq», osserva che «se le regole di ingaggio, votate dal Parlamento, sono cambiate, occorre rimodulare e rivedere la presenza del nostro contingente in Iraq». Sono segnali in vista del voto del 20 maggio che testimoniano dell’intenzione di una parte del centrodestra di mettere nero su bianco una mozione da sottoporre al Parlamento che potrebbe seminare non pochi disagi fra le file della maggioranza. Per l’Udc in ogni caso è anche un modo per distinguersi: le elezioni europee sono alle porte e ci sono da conquistare i voti dell’elettorato cattolico che esprime chiara ripulsa per le degenerazioni della guerra unilaterale di Bush.

Tutto il centrodestra in ogni caso carica a testa bassa la Lista Prodi. Cavalcando il solito argomento della fuga irresponsabile, della scelta no-global che favorisce il terrorismo. Così il ministro Carlo Giovanardi. Così Gustavo Selva (An), presidente della commissione Esteri della Camera. Secondo lui, la «resa di Prodi e Rutelli all’estremismo no-global e filoterrorista» avrebbe « una ragione più meschina», cioè quella di rincorrere i sondaggi, perchè «il Triciclo non decolla». In questo clima l’appello del coordinatore di Forza Italia, l’ineffabile Sandro Bondi, alle «forze più ragionevoli» dell’opposizione a un accordo bipartisan nel dibattito parlamentare di giovedì prossimo 20 maggio, appare per quello che è un atto di finta disponibilità.

Save n'Keep

Bookmark condivisi e privati.

Con Save n' Keep ora è possibile!

Ultimi interventi

Vedi tutti