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I partiti costano 200 milioni l’anno

di Sergio Rizzo - tratto dal Corriere della sera Destino ha voluto che il responsabile della campagna elettorale di Rifondazione comunista porti lo stesso nome di Padre Pio di Pietrelcina. Si chiama infatti Francesco Forgione, e a maggior ragione bisogna credergli quando afferma con un certo orgoglio: «Abbiamo fatto una campagna iperpovera». Dove per «iperpovera» si intende un milione di euro. Briciole, rispetto a quello che hanno investito gli altri per le elezioni europee. Ma è pur sempre il triplo di quanto il partito di Fausto Bertinotti aveva speso nel 1999: poco meno di 600 milioni di lire. Quella del 2004 è stata la prima campagna elettorale per le europee senza spot sulle grandi reti televisive nazionali, come impone la legge sulla par condicio. Nonostante questo, è costata molto di più.










di Sergio Rizzo

Destino ha voluto che il responsabile della campagna elettorale di Rifondazione comunista porti lo stesso nome di Padre Pio di Pietrelcina. Si chiama infatti Francesco Forgione, e a maggior ragione bisogna credergli quando afferma con un certo orgoglio: «Abbiamo fatto una campagna iperpovera». Dove per «iperpovera» si intende un milione di euro. Briciole, rispetto a quello che hanno investito gli altri per le elezioni europee. Ma è pur sempre il triplo di quanto il partito di Fausto Bertinotti aveva speso nel 1999: poco meno di 600 milioni di lire. Quella del 2004 è stata la prima campagna elettorale per le europee senza spot sulle grandi reti televisive nazionali, come impone la legge sulla par condicio. Nonostante questo, è costata molto di più. Quanto, esattamente, non si sa ancora. Archiviato il risultato elettorale, i partiti stanno facendo i conti. Ma una stima di massima indica per tutte le formazioni politiche una cifra non lontana dai 100 milioni di euro, contro l’equivalente di 33,6 milioni «investiti» cinque anni fa. Tre volte tanto. E «meno male» - sottolinea il responsabile delle finanze dei Ds, Ugo Sposetti - che una recente legge ha ridotto al 4% l’Iva sulle spese elettorali.
La responsabilità principale è di quei cartelloni di sei metri per tre che hanno invaso per due mesi le città italiane, facendo le veci, nella sostanza, degli spot elettorali. È una tecnica di comunicazione inventata dagli specialisti di Silvio Berlusconi che in questa occasione è stata adottata praticamente da tutti. Con alcune significative eccezioni: per esempio, Rifondazione comunista.
Il fatto è che dal 2001 a oggi il prezzo delle mega affissioni, gestite ormai da poche grandi imprese (come la multinazionale Viacom, che ne controlla 5 mila), si è gonfiato come la panna montata. Il costo medio, molto scontato in relazione alle grandi quantità, si è aggirato intorno ai mille euro a gigantografia per ogni «quattordicina» (due settimane). Il Listone dell’Ulivo, che ne ha affisse 5 mila, ha speso circa 5 milioni di euro soltanto per questa voce. Stampa esclusa, naturalmente. E la stampa non è proprio una bazzecola, visto che ogni manifesto è costato, secondo le quantità, da un minimo di 20 fino a 50 euro. Basta ciò per far capire come sia stato possibile che il principale raggruppamento del centrosinistra abbia speso per queste europee, compresi gli spot su radio e tivù locali, il materiale propagandistico e il sostegno a singoli candidati (come Lilli Gruber e Michele Santoro), circa 9 milioni di euro. La campagna elettorale delle europee era costata invece, alle stesse formazioni politiche del Triciclo, allora separate, circa 6 miliardi di lire.
Naturalmente questa somma non esaurisce l’impegno finanziario sostenuto per le elezioni del 12 e 13 giugno. Ci sono infatti i soldi che i singoli partiti hanno speso per le amministrative (e che a differenza di quelli per le europee non saranno rimborsati): soltanto per i Ds, non meno di 2 milioni di euro. E c’è poi quello che i singoli candidati hanno tirato fuori di tasca propria.
I manifesti 6X3 hanno messo a dura prova anche i conti di Alleanza nazionale, che ne ha affissi circa 4 mila. Con il risultato che alla fine la campagna del partito di Fini sarebbe costata almeno 5 milioni di euro, contro i 5,7 miliardi di lire del 1999. Il senatore Francesco Pontone, che tiene i cordoni della borsa, punta il dito anche sulla moneta unica, responsabile secondo lui di molti rincari. Se è stato così per le zucchine, insomma, figuriamoci per i cartelloni elettorali. Per non parlare dell’Udc, orfana di Sergio D’Antoni. Il partito di Marco Follini ha speso 4 milioni di euro, 4 volte più di quanto Ccd e Cdu avevano investito separatamente alle europee del 1999. Metà della cifra se n’è andata per le gigantografie.
Ma sono numeri che svaniscono rispetto alla potenza di fuoco dispiegata da Forza Italia, il partito del premier Silvio Berlusconi. Spiega Lucio Malan, che insieme a Mity Simonetto, Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto, Antonio Palmieri e pochi altri fa parte del team che ha deciso le iniziative elettorali: «Non abbiamo avuto un budget. Abbiamo valutato le iniziative che avrebbero potuto essere utili e abbiamo speso di conseguenza». In questo caso, «di conseguenza» significa che Forza Italia, dice Malan, contava all’inizio di coprire le spese con il rimborso che stabilisce la legge. Stimato in circa 62 milioni di euro, nel caso in cui il partito di Berlusconi avesse raggiunto il 25%, sarà invece ben inferiore: 52,5 milioni. Nel 1999, quando invece l’obiettivo del 25% venne centrato, il conto della campagna elettorale di Forza Italia fu molto diverso: 21 miliardi di lire. D’altra parte, il costo dei 16.800 cartelloni 6X3 piazzati in tutta Italia nell’arco di due mesi non poteva non farsi sentire. Ben più di quello degli spot su radio e tivù locali (3 milioni), delle manifestazioni in giro per l’Italia e dell’«aiuto» ai candidati di grido, come Iva Zanicchi, Alessandro Cecchi-Paone, Manuela Di Centa, Elisabetta Gardini. Una pattuglia che ha però raccolto ben poco, visto che di tutti i Vip che Forza Italia aveva messo in lista andrà a Strasburgo la sola Zanicchi.
E si è fatto sentire anche il costo (almeno 5 milioni di euro), dei 15 milioni di opuscoli che Berlusconi ha fatto spedire ad altrettante famiglie italiane. Più o meno il numero di copie della pubblicazione Lega Nord inviate dal partito di Umberto Bossi: operazione, come conferma Maurizio Balocchi, che ha fatto lievitare (ma non dice di quanto), le spese del Carroccio. Nessuno però ha battuto la Lista Bonino, che di opuscoli ne ha spediti quasi 30 milioni, con un investimento di 7 milioni di euro. Che sarebbe però stato decisamente superiore senza il contributo dello stato. Una legge del 1993 stabilisce infatti che il partito (o il candidato), paghi una tariffa agevolata di 4 centesimi per ogni lettera. Il francobollo, cioè, è quasi tutto a carico dell’Erario: quest’anno, circa 30 milioni di euro.
Ma per un sistema politico sempre più costoso e a corto di denari, tutto fa brodo. Con una legge approvata nel 2002, che ha fatto gridare allo scandalo, i rimborsi elettorali sono stati portati da 680 lire a un euro l’anno per ogni iscritto alle liste elettorali, che in Italia sono ormai 50.007.650. I soldi finiscono in un fondo, che ammonta a 250.038.250 euro per il quinquennio di durata in carica degli eletti e viene ripartito fra i partiti in proporzione, sulla base dei voti ricevuti. Compresi, quindi, anche i soldi di chi non è andato a votare. Fondi identici a questo vengono attribuiti alle formazioni politiche per le elezioni di Camera, Senato e per le regionali. Così, nell’arco di ogni quinquennio, i partiti ricevono dallo Stato un miliardo di euro, 200 milioni l’anno. Che è ovviamente molto di più di quanto si spenda per le campagne elettorali propriamente dette. Il «rimborso elettorale» sostituisce in questo modo, non senza ipocrisia, il finanziamento pubblico abolito per referendum. Ma senza il quale i partiti non potrebbero sopravvivere. E sarà così anche stavolta. Il Triciclo incasserà quasi 78 milioni. An circa 28. Di Pietro-Occhetto e i socialisti di Gianni De Michelis, 5 milioni a testa. Rifondazione e l’Udc, 15. La Lega Nord poco meno di 13. Ma il vero mito è Carlo Fatuzzo, leader del partito dei pensionati. Nel 1999 spese 12 milioni per la campagna elettorale e incassò 1,2 miliardi di rimborsi. Questa volta ha moltiplicato ancora per cinque: quasi 3 milioni di euro.



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