
INTERVENTI
Ci sono sicuramente molti modi per valutare l’opportunità dell’inizio dei negoziati che potrebbero portare la Turchia ad aderire alla Unione Europea, il più serio dei quali è andarci e verificare di persona, per cercare di capire cosa stia avvenendo dalle parti del Bosforo, ma anche nelle più lontane regioni del Kurdistan o dell’Anatolia centrale.
Certo che quando - nel novembre del 2002 - il nuovo partito AKP, costituitosi solo pochi mesi prima sulla scia del carisma di Recep Tayyip Erdogan, conquistava il potere con solo il 34% dei voti popolari (ma con ben 367 deputati su 550, tenuto conto dello sbarramento d’ingresso al 10% che ha permesso solo a tre partiti di entrare alla Grande Assemblea Turca) in pochi potevano pensare che le cose sarebbero cambiate così velocemente.
Contando invece su di un radicale cambiamento della classe politica (solo 55 deputati erano stati rieletti) la Turchia ha affrontato alcune sfide che sembravano impossibili per un paese che se mette in mostra le sue autostrade intorno ad Istanbul ha - soprattutto nel sud-est del paese - regioni ancora molto sottosviluppate per lo più dedite ad agricoltura e pastorizia.
L’AKP era considerato un partito religioso, era stato represso duramente ed in occidente la sua andata al potere ha preoccupato più di una cancelleria, ma Erdogan si è subito dimostrato soprattutto un politico pragmatico ed ha iniziato a dare una forte accelerazione al processo di riforma del paese mantenendo nella laicità dello stato il punto fermo della nuova Turchia, seguendo la linea tracciata 80 anni fa dal premier Ataturk. Ridotto il potere dei militari, ampliate le libertà di associazione, riconosciute le minoranze del paese (la tv pubblica fa ora programmi anche in curdo, esempio di tolleranza impensabile solo qualche anno fa) la costituzione turca è stata rifatta in molti punti eliminando la pena di morte, confermando la parità assoluta tra uomo e donna, l’abolizione delle Corti di sicurezza dello stato.
Un segnale su tutti: la liberazione il 9 giugno 2004 di Leyla Zana, leader del disciolto partito filo-curdo e la riammissione dei curdi al dibattito politico.
L’Europa ha reagito positivamente: il 22 giugno il Consiglio d’Europa - cui Ankara fa parte da anni a pieno titolo - ha revocato la procedura di monitoraggio sui diritti umani ritenendo superata la crisi apertasi nel 1996. Ma ci sono contraddizioni, come la violenza inutile con la quale la polizia ha disperso una manifestazione di donne di sinistra che protestavano ad Istanbul per l’ 8 marzo, creando imbarazzo e sconcerto allo stesso governo
Il 3 ottobre si apriranno così i negoziati che potrebbero portare la Turchia nell’Unione Europea ma non prima, a detta di tutti, di almeno un decennio di trattative. Negoziati “open ended” (ciò con un finale tutto da scrivere) perché tante sono le questioni ancora aperte.
Molti sono infatti gli aspetti da risolvere di carattere politico, sociale ed economico.
Innanzitutto la questione di Cipro, dove la minoranza turca del nord dell’ isola si trova ora in una situazione assurda: la parte greca ha aderito alla UE, ma ha rifiutato con un referendum il piano proposto dall’ONU per chiudere il conflitto che invece nella parte turca ha superato il 75% delle adesioni. Paradossalmente le parti si sono ora invertite e la diplomazia internazionale non può che prendere atto del “credito” che ora vantano i filo-turchi per abbattere quest’ultimo muro che -dividendo le due parti dell’isola dal 1974 - separa ormai due paesi europei.
C’è poi la questione delle regioni curde, ai confini con Siria, Iran ed Iraq che sembra sospesa sul piano militare dopo la dura repressione che ha sradicato il terrorismo e se le aperture di Ankara hanno migliorato la situazione, certo non è ancora risolto il problema della rappresentanza politica di parte dell’etnia curda.
La crescente influenza dei curdi nel nord dell’Iraq è vista tra l’altro in Turchia con preoccupazione perché potrebbe favorire spinte autonomistiche con riflessi anche dentro i confini turchi. Un aspetto strategico importante, anche perché è nell’area curda che vi sono importanti riserve di petrolio irakene.
Ma se sul piano politico vi sono stati sviluppi indubbiamente interessanti, il momento è particolarmente favorevole alla Turchia sul piano economico. Va ricordato che nel 2000-2001 il paese era precipitato in una gravissima crisi con una forte esposizione debitoria verso il Fondo Monetario Internazionale. I nuovo governo ha svolto un’azione incisiva razionalizzando il bilancio e dando uno forte sviluppo all’economia ( + 9,7% del PIL nel 2004 contro una media europea inferiore al 2%) . Ciò ha permesso una riduzione fiscale notevole ed una rivalutazione della moneta che ha tra l’altro perso anche i “grandi numeri” da quando è stata varata la nuova lira turca, con un rapporto di 1 ad un milione sulla valuta precedente e cambio molto stabile visto che l’inflazione è ormai ben al disotto del 10% annuo.
Il paese è entrato così in una fase di forte espansione economica sostenuta anche da un sistema legislativo fortemente innovativo, con liberalizzazione dei mercati, privatizzazioni, ingenti investimenti pubblici per infrastrutture.
La Turchia riesce per ora a “tenere” anche sul piano del welfare ed il dato elettorale dell’anno scorso alle elezioni amministrative conferma il successo di Erdogan che ha conquistato la gran parte dei comuni e viaggia ora con oltre il 60% dei consensi.
Certo ci sono ancora molti problemi: il deficit turco ha raggiunto i 235 miliardi di dollari (pari al 70% del PNL) e vi è una forte disoccupazione, soprattutto intellettuale e giovanile, elemento di possibile turbativa sociale e collegata allo sviluppo del mercato interno.
In questo quadro i rapporti con l’Italia sono imponenti: l’interscambio del 2004 ha toccato il record di 11,45 miliardi di dollari con un incremento degli scambi di oltre il 30% ed un nostro avanzo commerciale di oltre 2 miliardi di dollari.
L’Italia è da anni il secondo partner commerciale della Turchia (dopo la Germania) ed oltre 220 imprese italiane vi hanno aperto stabilimenti o filiali. Interessante la presenza italiana nel mondo bancario, nella telefonia e nelle forniture agroalimentari e militari.
Fin qui un rapporto asettico (ma necessario) sui rapporti italo-turchi, ma qual è il clima che si respira ad Ankara, a Smirne, sul Bosforo ?
E’ evidente che il paese è in profonda trasformazione e guarda all’Europa con grande attenzione, anche perché solo i Germania vi sono milioni di turchi di prima e di seconda generazione, quelli che di fatto hanno “esportato” i modelli europei in ogni angolo del paese d’origine.
Si vive una trasformazione economica profonda, ma in un quadro profondamente diverso rispetto ad altre zone del Mediterraneo musulmano. La Turchia è ormai laica da tre generazioni, l’aspetto religioso è confinato nel privato, la frequenza alle moschee minima ed anzi il paese rischia di essere sanzionato a Strasburgo perché impedisce addirittura per legge le manifestazioni esteriori di culto.
Tipico è il caso delle donne che non possono accedere velate agli uffici pubblici o nelle scuole (le stesse figlie del premier studiano in America, ad Ankara non potrebbero entrare con il velo all’università) e sembrano decisamente fuori luogo certe caricature leghiste di turchi con il fez in testa, che non hanno nulla a che vedere con la realtà.
La laicità della Turchia è d’altronde un tema importante e poco conosciuto in Italia dove molti hanno un’idea del tutto distorta del paese, ma sulla quale sembra difficile potersi avviare un dibattito minimamente documentato.
Turchia rapidamente in Europa, quindi ? Ci vorrà sicuramente ancora molto tempo ma il punto fondamentale è capire se una presenza turca andrà a cambiare le radici stesse dell’Unione, se l’UE sia una entità più o meno allargabile geograficamente e fino a che punto, se debbano più o meno essere privilegiate le questioni economiche rispetto a quelle storiche o culturali.
Per questo non basta l’indubbio successo economico e politico di un biennio per considerare la Turchia pronta con questo appuntamento storico, ma nello stesso tempo è sciocco tenere preconcettamente chiusa la porta: solo il tempo dirà se si tratta di un processo irreversibile, ma certamente se la Turchia ha bisogno dell’Europa ciò è vero anche nell’altro verso.
Il problema turco apre piuttosto un’altra dimensione alle questioni europee e cioè come noi, intesi come singoli, partiti, comunità nazionali ci si ponga davanti al concetto di Unione Europea.
E’ indubbio che sarebbe utile associare all’Europa una Turchia economicamente prospera, laica ma musulmana come bastione rispetto ai paesi arabi ed in vista di una maggiore penetrazione europea nel Caucaso.
Una sfida soprattutto per dimostrare che la democrazia può funzionare anche nei paesi islamici, se in Turchia verranno rispettati nel tempo quei principi “europei” in chiave di rispetto dei diritti umani e garanzie democratiche.
Ma il problema diventa appunto anche di carattere culturale e storico, perché l’ Unione Europea può avere rapporti privilegiati anche - ad esempio - con il Giappone od il Canada, ma non per questo si sogna di chiedere il loro ingresso in Europa.
Cos’è allora l’Europa per noi? E’ una entità economica e politica od anche una sintesi culturale, con la necessità di radici e costumi comuni, non solo religiose ?
Non si può non vedere come in alcuni paesi - in Georgia, ad esempio - la gente si senta molto “europea” al di là del proprio “status” e lo stesso sembra delinearsi anche in Turchia dove i sondaggi sono univoci nel dire che i turchi (magari più degli irlandesi o dei danesi) siano disponibili a fare sacrifici pur di entrare nell’Unione. Ma può bastare tutto questo per un deciso allargamento a sud- est della comunità?
Ecco l’importanza di aprire un negoziato tecnico, economico ma anche culturale e politico perché ci sono convergenze e divisioni, realtà attuali e storiche diverse.
Da questo punto di vista, sottolineando la necessità di porre tutti noi davanti ad una riflessione profonda sui principi dell’Unione, non c’è dubbio che la Turchia sta già facendo qualcosa di positivo per tutti gli europei. (Marco Zacchera, deputato al Parlamento, responsabile esteri di Alleanza Nazionale/Inform)

GiuseppinaAn








