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Massacro nel villaggio cinese in rivolta

dal Corriere della Sera - La polizia spara sulla protesta dei contadini DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO - No alla centrale elettrica a carbone. Per questo motivo gli abitanti del villaggio Dongzhou nel Sud della Cina, nel Guangdong, un centinaio di chilometri da Hong Kong, avevano cominciato a protestare. La risposta è stata un tiro al bersaglio. Un massacro. Il primo dopo la strage di piazza Tienanmen nel 1989. Barricate e scontri feroci. È accaduto nella notte fra martedì e mercoledì ma si è saputo solo dopo tre giorni quando la notizia ha bucato il muro della censura che dirigenti locali avevano provato a innalzare con i mezzi più spregiudicati. «Hanno persino tentato di comperarci i cadaveri per nascondere la verità» hanno accusato i manifestanti. ....... La polizia cinese spara sulla folla:forse trenta morti




Le forze antisommossa sono intervenute - dicono le fonti ufficiali - per rispondere al lancio di bombe rudimentali e alle «provocazioni» di alcune persone armate di «bastoni, di coltelli e di spade». Tre morti «per errore» e diversi feriti riconoscono ora le autorità attraverso un comunicato della agenzia Nuova Cina . Le vittime sono molte di più, affermano invece diversi testimoni. Sarebbero venti. Ieri il comandante di polizia che ha ordinato di aprire il fuoco è stato arrestato. È l’ultimo episodio e il più grave del profondo disagio che si sta esprimendo nei distretti rurali della Repubblica Popolare. Nel 1993 erano stati segnalati 13 mila casi di proteste collettive; nel 2004 sono diventati 74 mila come ha confessato lo stesso ministero della Sicurezza.
Un numero tanto elevato che ha fatto suonare l’allarme nel governo obbligato a rivedere le politiche di distribuzione delle ricchezze e ad accelerare il processo di crescita nelle campagne dove il reddito è ancora ai limiti della sopravvivenza. Le rivolte evidenziano conflitti profondi che si canalizzano su tematiche all’apparenza differenti ma che hanno come denominatore comune la negata possibilità di partecipare al miracolo economico e a uno sviluppo equilibrato. C’è il villaggio che si ribella ai dirigenti corrotti, c’è il villaggio che si ribella contro gli espropri della terra, c’è il villaggio che si ribella a difesa delle tutele ambientali in opposizione a un’industrializzazione selvaggia. A Dongzhou la molla che ha fatto scattare l’irritazione della gente più povera è stata la progettata costruzione di una centrale elettrica a carbone. Si sono sovrapposte diverse ragioni di risentimento.
Ai timori espressi dalla comunità di pescatori per le prospettive della loro attività si è aggiunta la richiesta di un risarcimento da parte dei contadini. «Vogliamo essere adeguatamente compensati e vogliamo essere sicuri per la nostra salute». Qualche giorno fa un gruppo di rappresentanti della popolazione ha tentato di spiegare le perplessità e le proposte ai responsabili politici e amministrativi del distretto. Raccontano però che tutta la delegazione sarebbe stata arrestata. Così è nata la decisione di organizzare una manifestazione con alcune centinaia di persone nonostante il divieto imposto dall’alto. «Alle sette di sera la polizia ha cominciato a tirare gas lacrimogeni sulla folla senza ottenere alcun risultato - ha sostenuto uno dei partecipanti - più tardi abbiamo sentito alcune esplosioni e abbiamo capito che gli agenti stavano sparando. Ma è alle dieci che è avvenuto il peggio. Hanno ucciso senza una motivazione».
Una battaglia che è proseguita per diverse ore e, secondo la versione ufficiale fornita dalle autorità, sarebbe stata causata «da pochi rivoltosi» che avrebbero scagliato bottiglie molotov contro la polizia. «Era già buio - spiega il comunicato distribuito dall’agenzia Nuova Cina - e la situazione caotica. Come risultato alcune persone sono state uccise e ferite per errore». Un caso che viene definito di «violenza grave ai danni della polizia», addirittura un «crimine di cui i responsabili risponderanno». Parole minacciose che hanno preannunciato diversi fermi e arresti ma che non hanno impedito a contadini e pescatori, uomini e donne, di ritornare a presidiare le strade attorno alla sede della sicurezza. «Hanno provato a nascondere ciò che era avvenuto».
Hanno accusato i manifestanti. In effetti la rivolta di Dongzhou sarebbe rimasta avvolta nelle nebbie dei segreti di Stato se alcune foto non fossero state consegnate al South China Morning Post , quotidiano di Hong Kong. Una di queste ritrae un ragazzo Lin Yutui, morto con un buco da proiettile nell’addome. Alla sua famiglia uno di quei «leader locali», che spesso lasciano Pechino all’oscuro delle loro prepotenze e si muovono con una spregiudicatezza da Medioevo, avrebbe portato le condoglianze e la promessa di un risarcimento. Duemila renminbi. Poco meno di duecento euro. A tanto varrebbe per questi signori la vita di un lavoratore della terra nella Cina, grande potenza della economia mondiale.
Fabio Cavalera
12 dicembre 2005

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