
LA SENTENZA DEL TAR LAZIO.
Di sicuro l’ex amministratore della Banca Popolare di Lodi avrebbe risposto a precise domande circa la sentenza del Tar del Lazio che il 19 luglio scorso rigettò il ricorso di Abn Amro contro le decisioni di Bankitalia con cui via Nazionale diede l’ok a Bpl di salire oltre il 20 per cento nel capitale di Antonveneta. In particolare Fiorani avrebbe raccontato come lui e i suoi soci occulti nella scalata della banca padovana, si fossero sentiti tranquillizzati dal fatto che il senatore Luigi Grillo avesse vantato amicizie proprio con un giudice del Tar. Ciò nonostante, i pm ritengono che ancora Fiorani non avrebbe dato una ricostruzione completa soprattutto in ordine alle operazioni spregiudicate fatte dall’istituto di credito a cominciare dalle finta cessione delle quote di minoranza, attraverso la società controllata da Deutsche Bank, Sonata, per finire con l’aumento di capitale.
IL FARO SU TELECOM.
Ma agli inquirenti interessa ultimamente anche un altro retroscena dell’avventura di Fiorani che potrebbe aprire nuovi scenari per l’inchiesta. Nei giorni scorsi infatti il procuratore aggiunto Francesco Greco ha chiesto ai colleghi Mannella e Nocerino, titolari di due indagini su Telecom e Bell, relazioni e materiali investigativi sulle vicende.
La scalata di Telecom, per i pm, rappresenta infatti un punto di saldatura tra la «finanza rossa», rappresentata da Unipol e Monte dei Paschi e la «razza padana» dei vari Colaninno e Gnutti. Tra le diverse inchieste vi sono infatti personaggi e società che si sovrappongono.
Era il 1999, governo D’Alema, quando Consorte a capo dell’Unipol entrò nel capitale della Bell, società di Colaninno e Gnutti che controlla l’Olivetti da cui scatterà la scalata per il controllo di Telecom, allora guidata da Franco Bernabè. Qualche mese più tardi alla partita si aggiungerà il Monte dei Paschi, prestando 2000 miliardi agli scalatori e avendo nel frattempo stretto alleanza con Unipol in vista della scalata Bnl. Rileggendo e acquisendo le carte di quel periodo, gli investigatori avrebbero così riscontrato movimenti di denaro definiti «anomali» partiti da Fiorani e arrivati, attraverso Gnutti, a Giovanni Consorte e il suo vice Ivano Sacchetti. Movimenti sui quali i magistrati hanno deciso, alla luce delle scoperte nell’inchiesta Antonveneta, di svolgere approfondimenti.
La vicenda Telecom per altro si risolse in breve tempo: quando nel 2001 la maggioranza di governo cambia, cambia anche la proprietà di Telecom che passa a Tronchetti Provera. Una decisione, questa della vendita così repentina, da rappresentare un altro punto di curiosità per gli investigatori. Comunque, Colaninno dopo aver incassato si defilò.
Gli altri comprimari della scalata Telecom invece si ritrovano insieme per un’altra avventura, la scalata Antonveneta insieme a Fiorani. Sempre loro: Consorte, Fiorani, Gnutti e anche Stefano Ricucci, diventato nel frattempo “liquido” proprio grazie all’operazione Telecom Italia. Tutti in una società, la Hopa dell’indagatissimo Emilio Gnutti, di cui lo stesso Fiorani, nel primo verbale del 31 agosto scorso dice testualmente che «era nel patto occulto per la scalata Antonveneta. Avrebbe partecipato con la società Fingruppo e GP Finanziaria perchè Hopa aveva deciso alla fine di non aderire…
E per mezzo di queste società doveva rimanere un socio stabile di Antonveneta». Di Hopa, di Gnutti e dei vari interessi incrociati nella società, riferisce sempre Fiorani, «sa tutto Boni». E Boni, non a caso, ieri pomeriggio è stato interrogato a lungo. Anche per lui si prepara un Natale carcerario e quello di ieri non è stato certo l’ultimo confronto.

GiuseppinaAn








