
Al sindaco di Collevaldelsa
Sono il dottor Gian Marco Ugolini e scrivo da Firenze.
Complimenti per i grandiosi progetti di integrazione multiculturale con annessa costruzione di moschea d’ordinanza portati avanti dalla Sua illuminata amministrazione. Le ricordo che dove non esiste criterio di reciprocità non può esistere dialogo. Ha presente don Santoro? Un caso isolato scommetto. Complimenti e avanti così nel suicidio.
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Sono il dottor Gian Marco Ugolini e scrivo da Firenze.
E’ ovvio che ostentare falce e martello, ossia i simboli della più grande catastrofe e del più colossale fallimento della storia, impedisca automaticamente di comprendere cosa sia la democrazia; ma è altrettanto ovvio che un’autentica democrazia, non certo l’italiana anarchia che peraltro dovreste benedire, impedirebbe a gente che ostenta ancora falce e martello di dire bestialità in serie.
Al Rettore Università di Roma
Sono il dottor Gian Marco Ugolini e scrivo da Firenze.
Peccato non viva a Roma! Infatti iscriverei di corsa mio figlio all’università di cui lei è rettore: aperta a tutte le istanze e quindi autenticamente democratica, sensibile a problematiche di fondamentale importanza e quindi simbolo di grande civiltà, ma soprattutto capace di molteplici attività tranne studiare. Ma mi faccia il piacere.
A Libero
Amici miei,
Ma questa A.N.P.I. quante ne fa! Dappertutto, capillarmente, giudica, promuove, boccia, fa la lista dei buoni e dei cattivi. Con tutte le sue operose sezioni, gli infiniti locali pullulanti di democratiche iniziative, le porte delle redazioni dei giornali sempre aperte, la sua è un’attività feconda e instancabile. Ma che bello, e pensare che è nata a seguito di un fenomeno storicamente irrilevante. GianMarco Ugolini/email.
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Notevole!
Sessant’anni, ne sono passati più di sessanta. Tanti, pochi, fatto sta che non ho idea di dove sia finito quello spirito, quel sentimento, quel moto che accomunò tanti ragazzi, tanti “giovani”, come piace dire oggi con ghigno multiculturalpopulista d’ordinanza. Amo sopra ogni altra cosa la decisione di chi mollò tutto e si consegnò alla RSI. Si, si consegnò: uno slancio massimamente disperato, disperazione pura, voglia di morire, cervello in corto circuito, anima uccisa. Tutto crollato in un giorno. Tutto cambiato in un giorno. Se non si è vissuto non si potrà mai neppure immaginare: è il peggio possibile. Immagino ragazzi cresciuti nel Ventennio, e Dio perchè non mi hai fatto nascere e crescere con loro?, provo a guardare quelle facce l’8 settembre e non riesco a immaginarle. Del resto che termini di paragone posso avere io? Che cavolo ne so? Vengono guardati in modo completamente diverso rispetto al giorno prima, dall’ortolano, dal barbiere, dalla vicina di casa. Sentono che tutto è cambiato in un attimo, non capiscono più nulla, sono farfalle che sbattono in un paralume e che vi morirebbero, una morte idiota. Com’è morto don Santoro. Accidenti a voi italiani di merda oggi come sessant’anni fa. Un branco, siete solo un branco. O un gregge. I miei eroi per caso sentirono che quella vergogna non era sopportabile, non avrebbero potuto, saputo vivere da subito in quel modo. Non hanno riflettuto, non hanno valutato, era impossibile, non erano in grado di articolare un pensiero perchè la vita e il mondo gli erano cascati addosso insieme ed era già un miracolo se il cuore aveva retto e non era schiantato dal dolore, come la Fata di Pinocchio. Si, si muore di dolore, ne sono certo, ma se non si muore l’istinto ti fa infilare là dove solo puoi infilarti per poter respirare. Un grande respiro che ti faccia risentire le tempie che battono e vada come vada. Loro andarono, e Dio l’avrei fatto anch’io, disperati, disperatissimi, in fuga da un mondo che non capisci come possa esser cambiato così in un attimo. Tremendo, ogni volta che ci penso mi vengono le lacrime agli occhi da sempre. Nella mia condizione col sedere ben immerso nella nutella riesco non so come a sentire una puntina di quella disperazione, di quello sgomento inumano e sovrumano, di quel moto invisibile, inspiegabile, incolore e insapore che ti fa fare quello punto e basta, anche perchè di forza per chiederti cosa sto facendo nemmeno a parlarne. Grandi. Grandi. Grandi. Usiamo questo stramaledetto aggettivo come si deve. Con la parsimonia che necessita e non come oggi che qualsiasi demente può appiopparlo a un qualsiasi minus habens che ci circonda. Grande che? Di cosa? I grandi sono pochi, imbecille, sennò che grandi sarebbero? Sono tutti grandi? Anche l’ebete che entra nel bar e che neppure sa che hanno ammazzato don Santoro o che Quattrocchi ha davvero detto così, ma sa che per domenica tizio è squalificato e caio infortunato, maledetto essere inutile che occupi uno spazio vitale e neppure sai di occuparlo. Grande, ciao grande gli dicono altri pignei della vita. Miserabile branco, in pena per fissare il locale dove passare il 31.12 mentre migliaia di ragazzi come te il 31.12 lo passano in posti di merda dove gente di merda cerca di ammazzarli e sono lì PER TE e per quei figli che purtroppo farai. Provo a vedere quei ragazzi sui camion per chissà dove, sconvolti e disperati ma sconvolti e disperati oggi si dice ogni cinque minuti e quindi non rende l’idea, sono sconvolti e disperati quei lobotomizzati che vanno in televisione a raccontare i fatti loro, somma espressione del crollo di una civiltà. Sono sconvolti e disperati capito? Come quelli che lasciarono tutto e partirono solo perchè una vergogna come quella non si può sopportare, no? Uguale. Dovevano essere un modello, il modello per le generazioni a venire. Non lo sono stati. Di più: non sono stati nulla. Disperso, il patrimonio più grande disperso, le ceneri buttate da un viadotto, svuotato il posacenere e via. Pazzi! Delinquenti! Eppure loro avevano negli occhi il camerata giorgio bocca col maglione nero e i pantaloni dentro gli stivali che dava l’attenti in federazione e ordinava il saluto al Duce. I giorgio bocca ce l’avevano negli occhi su quei camion per chissà dove porca puttana, ma non ci poteva essere odio in loro, troppo sconvolti e disperati, solo fare ciò che facevano e vada come vada. Oggi noi non siamo seduti nella nutella, ma nel burro e nutella. Ciò nonostante se vogliamo avere un senso dobbiamo recuperare, noi razionalmente, quell’eredità meravigliosa. Il non accettare, punto. Il non consentire che, punto. Questa è la riga se la passi ti sparo, punto. Uomini, siamo uomini perdio, assumiamoci in tutto, sbagliamo ma assumiamoci, parliamoci, letichiamo, spariamole grosse ma assumiamoci come uomini e per il ruolo su questo mondo che ci è stato dato, per la grazia di vivere che ci è stata data, regalata. Studiamo, non smettiamo mai di studiare. Usiamo questo cervello che abbiamo avuto in regalo e che dobbiamo usare, i talenti che ci hanno dato li dobbiamo usare e spendere, dobbiamo! E schieramoci. Su tutto. Fermi, senza esibizionismo, mica si fa per gioco, si fa sul serio. Schierati. Che bello sentirsi di qua, a casa. E la casa la devo difendere, eccome se la devo difendere, col ragionamento, il sapere, l’istruzione, ma se serve con le armi facendo la voce grossa, picchiando per primo se c’è da picchiare. Quei “figli di stronza” stanno sul gradino più alto nel mio cuore da sempre perchè ci hanno dato l’unica lezione che questo paese avrebbe dovuto imparare a memoria e che invece neppure ha letto. Attuali oggi come non mai. Come loro sento che non posso accettare una vergogna del genere, non posso accettare il suicidio dell’occidente, perchè non saprei come viverci dopo. Quindi mi devo schierare, devo automaticamente imboccare quell’unica strada che può ridarmi il respiro. Non posso accettare uno scontro di civiltà con l’inciviltà, la mia mente, la mia psiche non può neppure provandoci abbassarsi a un livello simile. Io sento sulle spalle tutto l’immane peso specifico di ciò che siamo stati e non posso accettare venga messo in discussione non tanto da assassini trogloditi tagliagole fanatici ma da noi stessi che gli consentiamo di farlo, che gli diamo i soldi, che gli abbiamo preparato il terreno e continuiamo a curarglielo per evitargli un ritorno a tendaecammello che sarebbe il loro standard di vita ottimale. Noi, noi siamo i colpevoli. Rinnegati e vigliacchi, mosci, pusillanimi. Rinnegati, un paese di giorgiobocca che ha il terrore che una lezione quale quella di quei ragazzi possa anche soltanto venir sussurrata. Sarebbe la fine. Benedetta Oriana Fallaci, il più grande fenomeno editoriale italiano di sempre e una grandissima persona, punto. I suoi libri verrebbero con me perchè dicono, meravigliosamente, quello che penso e sento. Fantastico l’incontro tra lei e Benedetto xvi. Già ha del miracolistico che sia stato eletto questo Papa. Non poteva essere altrimenti, perchè questo Papa è qui perchè l’unico in grado di reggere l’urtom più tremendo verso la nostra civiltà. Un segno divino certamente la sua elezione, ma anche l’incontro di due teste, due pensieri come loro, apparentemente diversi ma profondamente simili e soprattutto concreti, realistici. Sono passati sessant’anni, quella lezione dentro e queste persone fuori è l’unica soluzione per reggere. Ma assumiamoci per favore, e capiamo che come fecero quei ragazzi dobbiamo imboccare quella e solo quella strada. Perchè? Perchè è così, non c’è un perchè. Ma ci dev’essere sempre un perchè accidenti a voi? Ci dev’essere sempre un movente, un tornaconto, o bestie? Pensa che bel movente e soprattutto che bel tornaconto ebbero quei ragazzi dopo l’8 settembre. Vero giorgiobocca maledetti? Ma rimasero vivi, con la morte dentro e vivi, Uomini. Voglio sentire Uomini con la maiuscola intorno a me, voglio vedere le lacrime agli occhi se si parla di don Santoro o di Quattrocchi perchè noi sappiamo cos’è che hanno fatto. Noi sentiamo come se ci toccassero la carne viva quello che hanno fatto, facciamo un salto perchè è come una scossa che ci scuote. Il senso dell’onore, l’assumersi, il non essere nemmeno sfiorati dal dubbio vadononvado, diconondico, facciononfaccio. Vado, dico, faccio perchè è naturale così. E i figli. Duro trasmettere questo senza soffocare, imporre, rischiare di ottenere il risultato opposto, vita bastarda! Il babbo è fatto così, vedi? Babbo, la più bella parola che esista. Papà: mi fa sorridere per non piangere, che significa? Babbo avvolge, calma, dà sicurezza. Anche mamma per carità, ma un pò meno, mi fa sentire molto bambino, molto bene ma bambino, babbo invece me la sento per tutte le età, mi dà l’idea che mi accompagni. Babbo, il mì babbo. Il mì babbo è fatto così, ma è anche tanto dolce, diranno. Eh, il babbo dice così, mah! che ti devo dire, è vecchio. Si vecchio, ma intanto il semino tre centimetri là sotto ha preso. Sono credente e vado ai cimiteri, ma penso che la più bella dimostrazione nei riguardi di chi non c’è più sia il ricordo nel quotidiano, nel vissuto di ogni giorno quando una sua battuta la fai tua perchè ci sta bene, quando quella persona ti appare nei pensieri anche in relazione a ciò che ha fatto: farebbe così, direbbe così. L’esempio, la schiena dritta come ha osato dire quel livornese di merda del presidente. Ma per favore. La schiena dritta l’hanno avuta quei ragazzi e chi dopo loro ha saputo ricostruire qualcosa per non disperdere, punto. E noi ora dobbiamo avere la schiena dritta sennò ce la faranno piegare per sempre e tra meno di quanto si pensi. Don Santoro ce l’aveva. Che mirabile esempio, solo in apparenza mortificato nell’offrire la sua esistenza a quei quattro straccioni assassini, che lezione invece, per chi la sa cogliere. In ginocchio Uomini! E’ meraviglioso posare il ginocchio in terra, raccogliersi nel silenzio di una Chiesa e sentire che ti ripulisci dentro, magari non preghi, ti sembra di esser lì a non far nulla e invece ti ripulisci l’anima. Ginocchio in terra e dì GRAZIE! Abbiamo a disposizione un patrimonio incalcolabile dentro e intorno a noi. Nessuno può provare a prendercelo, Uomini!
Ti sono grato Luigi per l’opportunità. GM.

GiuseppinaAn








