
Il Cda Rai torna a riunirsi la prossima settimana: tramontata l’ipotesi di una sostituzione del consigliere Cdl Angelo Maria Petroni, l’unica strada per superare lo stallo e fare delle nomine è un accordo bipartisan. Ma di fronte al consueto turbinare di voci sul totonomine, alla scontata ribellione dell’opposizione, che grida alla lottizzazione, oggi si sono aggiunte parti della stessa maggioranza parlamentare, che hanno alzato un fuoco di sbarramento contro una spartizione che, accusano i partiti minori dell’Unione, è nelle mani dei soli Ds e Margherita ed è degna dell’azione di Berlusconi al Governo.
Di fronte alle battagliere dichiarazioni che arrivano un po’ da tutti i ‘cespugli’, dai comunisti di Diliberto all’Udeur di Mastella fino - con qualche distinguo - al Prc, dai due azionisti principali dell’Unione arriva in risposta solo silenzio o qualche cauta reazione.
I piccoli dell’Unione temono di restare fuori dal gioco delle nomine, soprattutto se alla fine bisognerà spartire l’ambita torta tra più contendenti, facendo i conti con le condizioni poste dalla Cdl. “Se la maggioranza del Cda rivendica una sorta di potere di veto, la qualità delle proposte che si faranno non mi lascia tranquillo”, ammette comunque Fabrizio Morri, dei Ds.
L’inseguirsi delle voci secondo le quali sarebbe più vicina una soluzione per sciogliere il nodo a Viale Mazzini, si riflette anche sul Cda: tra i rappresentanti del centrosinistra in Consiglio il partito dell’accordo, che inizialmente poteva contare solo sul presidente Claudio Petruccioli, si rafforza, e c’è chi dice a mezza voce e garantito dall’anonimato “temo che in questo Cda sia molto difficile fare accordi, ma certo se si fa non è giusto parlare di inciucio: per fare nomine ci vogliono i numeri”.
Un’ipotesi, questa, che a questo punto non incontrerebbe il veto di Palazzo Chigi, che sulla questione sceglie comunque di mantenere un basso profilo: “Prodi non se ne occupa”, dicono i suoi. Insomma, la partita è in mano alle segreterie di Ds e Margherita, che proprio a un compromesso con la Cdl starebbero lavorando.
“L’intesa non è fatta, ma se il veto di Palazzo Chigi all’accordo con la Cdl non fosse caduto - osservano fonti vicine al Cda - il direttore generale Claudio Cappon non si starebbe muovendo per definire una rosa accettabile da tutti”, sia pure con la prudenza che la situazione richiede.
Nel centrosinistra, di fronte al moltiplicarsi delle voci su prossime nomine, sale l’allarme dei partiti minori: “L’informazione - avverte il leader del Pdci Oliviero Diliberto - è un punto nevralgico di una moderna democrazia e, per quanto riguarda la Rai, non può essere appannaggio di due soli partiti, benchè siano i due principali partiti del centrosinistra”.
Stesse preoccupazioni emergono da un comunicato dell’Udeur: “Stiamo assistendo - osserva il partito di Mastella - ad un balletto di nomi che, di fatto, escluderebbero da un settore così strategico per la democrazia, parti politicamente significative della coalizione. Lo diciamo adesso per evitare di dover ufficializzare poi il nostro dissenso su eventuali scelte frutto di accordi sottobanco e che perciò non potremmo mai condividere”.
La mette giù ancora più esplicita Marco Lion dei Verdi: “Ds e Dl - sibila - non pensino di poter gestire la principale azienda culturale del Paese come una proprietà di famiglia”. Completa il quadro dei ‘piccoli’ dell’Unione sul piede di guerra il capogruppo alla Camera della Rosa nel Pugno Roberto Villetti. “Non accetteremo soluzioni preconfezionate”, ammonisce.
Ma nel centrosinistra monta anche un altro genere di malumore. Se ne fa portavoce Beppe Giulietti, deputato dell’Ulivo e storico protagonista delle battaglie contro l’editto bulgaro che costò il posto a Michele Santoro ed Enzo Biagi: “Propongo a Cappon di fare un passo preventivo: vada in Cda e prima delle nomine proponga il reintegro immediato di chi è stato fatto fuori per ragioni politiche”. Giulietti lancia un avvertimento anche all’Unione: “Basta con la barzelletta che chi vuole regole liberali sul conflitto d’interessi e sui media o chiede il ritorno di uno dei padri della tv come Biagi viene fatto passare per girotondino. Stavolta discuteremo”.
Poi offre una chiave di lettura diversa sulla battaglia per le nomine: “Noi parliamo tanto di reti e Tg, ma quello che conta sono le poltrone che non si vedono: marketing strategico, pubblicità, fiction. E lì è tutto in mano a Berlusconi”. Su una lunghezza d’onda molto simile la posizione espressa dal presidente dei deputati del Prc Gennaro Migliore: “E’ grave - sostiene - se si fa un accordo al ribasso senza un progetto industriale e di valorizzazione del servizio pubblico, con tutte le leve del potere vero in Rai che restano in mano ai berslusconiani”.
Ma Rifondazione non si unisce al coro degli scontenti: “Non concorriamo alla spartizione, ci vogliono criteri trasparenti se si sostituiscono dei direttori: in campagna elettorale s’era deto che non avremmo fatto la corsa allo spoils system”, precisa Migliore. Dall’altra parte, non si lascia sfuggire l’occasione la Cdl.
“E’ intollerabile l’offensiva del centrosinistra sulle nomine Rai, sistema radiotelevisivo e conflitto d’interessi. Si tratta di un atto di arroganza che deve essere respinto con determinazione”, tuona Maurizio Gasparri, membro dell’esecutivo di An ed ex ministro delle Comunicazioni, ricordando “agli irresponsabili del centrosinistra che quando noi vincemmo le elezioni nel 2001, il Consiglio di amministrazione della Rai, allora in carica e con una maggioranza di orientamento di centrosinistra, rimase in carica per un anno fino alla fine del suo mandato. Stessa sorte deve avere l’attuale Consiglio di amministrazione che potrà rimanere in carica, in base alle leggi vigenti, fino al 2008″.
Dello stesso tenore lo sfogo di Giorgio Lainati, Forza Italia: “Sono pronti a vere e proprie epurazioni militari, infischiandosene altamente delle professionalità dell’azienda. Dalle dichiarazioni è evidente il piano colonizzatore che i tanti partitini che compongono l’Unione intendono mettere in atto”.
da www.canisciolti.info |