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Sì, la destra di Sarko somiglia a quella di Fini

dal Secolo di oggi Aldo Di Lello: Sì, la destra di Sarko somiglia a quella di Fini e si batte contro la stessa sinistra passatista Il caso ha voluto che ieri arrivassero, contemporaneamente, la notizia della candidatura di Nicholas Sarkozy all’Eliseo e quella dell’uscita dell’edizione italiana del suo libro, Testimonianza, con la prefazione di Gianfranco Fini. Tra i due eventi non c’è ovviamente alcuna relazione. Però, in fondo, è riduttivo anche parlare di caso. E il Magazine del Corriere della Sera, riferendo del volume (l’edizione italiana è curata dal direttore de La Destra, Fabio Torriero ed è pubblicata da Nuove Idee), stabiliva per l’appunto un parallelo tra Fini e Sarkozy sotto questo significativo occhiello: “Nuove destre”. Non c’è dubbio che i due leader presentino molti tratti in comune, soprattutto per il modo evolutivo in cui entrambi intendono la destra, un’entità che non deve più rimanere ingabbiata in un’identità rigida e immobile, ma che deve confrontarsi con la contemporaneità. Le visioni strategiche acquistano credibilità solo se riescono a calarsi in quel misterioso impasto di valori e interessi che chiamiamo società concreta. «Fini – si legge sul Magazine – è assolutamente d’accordo sul fatto che è necessario attualizzare l’identità della destra uscendo dalla caricatura che di solito ne fa la sinistra. Scrive: «La scommessa del nuovo, contro l’immobilismo degli imbalsamatori ». Allo stesso modo, dice Sarkozy lanciando la sua sfida per l’Eliseo: «Non sono un conservatore. Credo nel movimento. Voglio che l’avvenire torni a essere una promessa e non una minaccia».

Nulla accade per caso. Il caso “è” la necessità, diremmo

parafrasando Monod. La necessità è quella, storica, di due

Paesi, come l’Italia e la Francia, che si assomigliano. Al di

qua e al di là delle Alpi è diffusa una disperata voglia di futuro

che deve però farsi largo tra rigidità, ideologismi anacronistici,

velleitarismi incapacitanti, burocrazie asfissianti. Il

Leviatano francese è sicuramente più efficiente di quello italiano.

Ma anche i nostri cugini francesi devono fare i conti con

uno statalismo che frena lo sviluppo e riduce la competitività

del sistema. Al di qua e al di là delle Alpi s’avverte il bisogno

di rimodellare la cittadinanza in nome di un patriottismo

repubblicano che sia rispettoso delle identità religiose e che,

nello stesso tempo, si affranchi dall’esiziale utopismo multiculturalista.

Al di qua e al di là delle Alpi, agiscono sinistre che

ottengono i loro consensi facendo leva sulle resistenze sociali

e culturali al cambiamento. Al di qua e al di là delle Alpi, la

destra acquista spessore storico solo se riesce ad attingere

alle riserve di fiducia e di energia disseminate nella società.

Al di qua e al di là delle Alpi, la destra è in pole position per

riconquistare la parola “futuro”.

L’avversaria di Sarkozy, Ségolène Royal, scaturita da una

sinistra immobile e afasica, tenta di rispondere alla domanda

di futuro solo con il suo affascinante sorriso.

In Italia, da questo punto di vista, stiamo decisamente peggio:

è da sette mesi che ci dobbiamo sorbire il faccione di Prodi,

il faccione eternamente fermo in quella espressione misteriosamente

giuliva.

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