
Per questo il popolo di piazza San Giovanni, irritato dalla Finanziaria delle tasse ma ansioso di vedere un progetto per il futuro, si è riconosciuto in lui.
Sabato, dicevo, è stato per Fini anche un punto di partenza. Se un leader si distingue anche per ciò che sa dire, il suo è stato un linguaggio capace di accomunare non perché generico - sarebbe fin troppo facile - ma perché preciso. Unitario nell’invito, rivolto a Casini, a non dividere il centrodestra tra moderati ed estremisti e nel rapporto con Bossi.
Comprensibile nell’indicare il senso della manifestazione, che certamente peserà sul governo e sulla maggioranza che lo sostiene. E, soprattutto, capace nel testimoniare che l’impresa iniziata nel 1994 può entrare in una nuova fase: si può parlare della maturità di un progetto politico che si è chiamato prima Polo, poi Casa e che ha come parola-chiave la libertà. La maturità oggi consiste nel far nascere un partito, assumendo come base Forza Italia ed Alleanza nazionale, ma sapendo andare oltre.
Tutto questo Fini, che è stato spesso in grado di «andare oltre», l’ha capito bene. Nel giorno in cui è stato riempito un vuoto e si è data una risposta alla preoccupazione sulla continuità della «storia italiana» iniziata da Berlusconi, è stato proprio lui il leader chiamato a testimoniare l’apertura di una nuova fase, che non può iniziare tagliando le sue radici. È questo, probabilmente, l’errore di Casini.
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