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Storace: «Fini non è un leader democratico, isola tutti gli altr

27.12.2006 ore 11:15:00. da il Meridiano - Storace: «Fini non è un leader democratico, isola tutti gli altri» Roma - Nella sua replica all’assemblea nazionale di An, il presidente Gianfranco Fini aveva detto di voler lavorare per unire e non per dividere. Per il senatore Francesco Storace, quello che sta succedendo in Alleanza Nazionale è esattamente il contrario e si stanno correndo gravissimi rischi. L’augurio dell’ex ministro della Salute, e ormai ufficialmente leader della minoranza interna del partito, è un ripensamento che porti il partito a discutere di sé in un congresso nazionale.

Senatore Storace: cominciamo con una domanda di rito: cosa vuol dire essere di destra?

«Prima di tutto vuol dire credere a valori precisi che stanno nella tradizione culturale dell’Italia, contro la deriva della cultura di sinistra. Essere di destra vuol dire credere nei valori della Patria, anche se tale valore non dovrebbe avere etichetta politica ma deve essere un principio su cui tutti i partiti politici devono riferirsi. Invece, spesso accade che la sinistra massimalista che sostiene questo governo non perde occasione di insultarla o insultare i suoi tutori. I famosi slogan inneggianti i morti di Nassiriya, è solo uno dei più palesi esempi. Un altro valore tipicamente di destra è il rispetto della vita, a qualunque stadio. Mi riferisco all’aborto ma anche a problemi come quelli dell’immigrazione, dell’integrazione religiosa che rischia di scatenare dei veri scontri di civiltà. Quindi, dicevo rispetto della vita come principio su cui confrontarsi non soltanto per affrontare e risolvere problematiche a noi italiani tanto vicine ma anche per gli aspetti di novità che riguardano il nuovo mondo che ci circonda. Ancora, un altro argomento di destra è la difesa della famiglia, intesa come nucleo principale della nostra società. Per famiglia non possiamo che intendere quella tradizionale, nata tra la condivisione dell’amore tra un uomo ed una donna. Certo, la società moderna mette in risalto alcuni aspetti riguardanti le coppie di fatto che non possono essere ignorati e quindi vanno riconosciuti taluni diritti, ma equipararle alle famiglie tradizionali, è troppo ed incostituzionale. Essere di destra, infine, vuol dire concepire una democrazia partecipativa che tenga in giusta considerazione gli interessi ed i diritti di ogni componente la società, non soltanto di una specifica categoria. Una visione esclusivamente di parte non appartiene alla tradizione della destra italiana».

Alcuni giorni fa, in occasione della celebrazione dei 60 anni dalla fondazione del Msi organizzata da una rivista a lei molto vicina, è stato invitato e accolto con grande affetto Pino Rauti che di Almirante fu grande oppositore: come mai questa “svolta” al contrario? Non crede sia un’operazione nostalgica?

«No, riferirsi al Msi non vuol dire fare una inutile operazione di nostalgia, non vuol essere una “rimpatriata” tra reduci di un partito ormai sciolto da molti anni. Al contrario, vuol dire riproporre, rendendolo attuale, un modello ideale che contribuì all’affermazione della democrazia in Italia. Non dimentichiamo quanto fu importante per chi credeva ancora nella Repubblica sociale italiana, riconoscersi nel Msi ed accettare la via parlamentare. Pino Rauti è stato un grande dirigente del Msi, anche se ebbe più volte duri scontri con Giorgio Almirante ma, entrambi, erano animati dagli stessi principi e valori che ora più che mai sembrano essere tornati attuali. Riferirsi al Msi, oggi, dunque non vuol dire essere fuori dal tempo ma vuol dire rimarcare una chiara appartenenza ideologica alla tradizione della destra italiana. Proprio in questo momento nel quale anche An sembra fare a gara per lasciarsi alle spalle questa tradizione per poter entrare nel Ppe».

A proposito di questo, crede che An potrà mai entrare nel Ppe?

«Credo di essere stato molto chiaro all’assemblea nazionale del mio partito: le condizioni per un eventuale ingresso nel Ppe non le deve mettere chi ci ospita ma le dobbiamo dettare noi che dovremmo entrarci. Voglio dire, noi rappresentiamo una determinata storia e tale storia deve essere presa per quello che è, senza pretendere abiure o disconoscimenti. Fini, al contrario, cerca di far dimenticare da dove viene An e crede che basti dire che An è un partito “nuovo” per essere accolto nella famiglia popolare europea. Ma io dico: un conto è trovare un punto di coesione tra movimenti di diversa ispirazione, un altro è cercare di denaturare la propria origine pur di essere accettati».

Lei è ufficialmente il leader della minoranza di An. Quali sono le differenze che la contraddistinguono da Gianfranco Fini?

«Tanto per cominciare, Fini non è un leader democratico. Infatti, non ammette opposizione e nemmeno la più piccola differenza di opinione tra i suoi dirigenti che, non appena può, tenta di mettere da parte isolandoli. Con l’ufficializzazione di una componente minoritaria nel partito, prima di tutto, si dovranno cominciare a prendere decisioni collegiali e non oligarchiche. Un partito come An non può essere governato come una proprietà privata. Io che amo le statistiche, vorrei portarle un esempio: in sessant’anni del Msi si sono celebrati congressi ogni due anni circa. In An, in quasi dodici anni dalla nascita, soltanto due! Anche le ultime decisioni della direzione sono state prese senza avere il numero legale di rappresentanti, avremmo potuto impugnarle ma, dimostrando la nostra responsabilità, abbiamo preferito non farlo. La cosa che più di tutte vogliamo è che al più presto venga decisa la data del congresso. In quella sede ci conteremo e vedremo chi è minoranza o maggioranza all’interno del partito».

Come giudica l’imprimatur che sembra essere stato dato a Fini da Berlusconi alla manifestazione di piazza San Giovanni?

«In tutta sincerità le confesso che se il nuovo leader della Cdl sarà effettivamente Fini ne sono felice. Mi fa molto piacere vedere e sapere che Silvio Berlusconi abbia voluto individuare proprio in un uomo di destra il futuro capo dell’intera alleanza moderata. E’ un buon segnale ma non certamente una novità. Anche quando divenni presidente della Regione Lazio, nessuno sollevò eccezioni dandomi del “fascista”, accusa tipica nei confronti di chiunque fosse di destra. Ottenni subito fiducia e venni considerato il candidato di tutti i moderati e del centrodestra senza avere veti o limitazioni ideologiche. Berlusconi è un uomo intelligente e se prevede essere Fini il suo successore ideale, non può che farmi piacere».

Cambiamo argomento: vorrei un suo giudizio sulla posizione dell’Udc, che ritiene terminata l’esperienza della Cdl.

Non condivido affatto questa posizione, anzi, la contesto apertamente ritenendo che l’esperienza della Cdl non sia affatto finita ma è ancora viva e degna di essere perseguita. Penso invece, che l’Udc avrebbe fatto bene a partecipare alla manifestazione che la Cdl ha tenuto a Roma il due dicembre, per dare l’impressione di un centrodestra unito contro il governo che con la sua Finanziaria ha impoverito tutti gli italiani. Non servono distinguo se poi si dichiara essere contro l’attuale maggioranza ma servono segnali forti che facciano comprendere senza equivoci a tutto il Paese che esiste un’opposizione seria ed agguerrita pronta a sostenere le istanze di cui gli italiani hanno bisogno. La manifestazione di Palermo, voluta dalla sola Udc non è servita allo scopo perché gli italiani non hanno capito le ragioni di questa differenziazione».

Proprio parlando di Finanziaria, quali scenari politici prevede dopo la recente approvazione? La sinistra sicuramente presenterà un calendario di temi prioritari, la destra a cosa punta?

«Le risponderò sinteticamente: prevedo una grave e preoccupante recessione ed un impoverimento per tutti gli italiani. Prevedo che il governo cercherà fin dai prossimi giorni di porre rimedio a questa disastrosa e ingiusta legge Finanziaria. La priorità della destra dovrà essere unicamente quella di far cadere questo governo e progettare una nuova stagione per il Paese».

Ed in quale modo farà opposizione?

«Nell’unico modo possibile: partecipando alle assemblee di Camera e Senato! Dico questo perché nelle due aule moltissime volte il governo non è andato in minoranza per la colpevole assenza dei parlamentari del centrodestra. Pensi che al Senato nel 46% delle votazioni la maggioranza è rimasta tale prendendo 155 voti e noi del centrodestra abbiamo 156 senatori. Alla Camera, ancora peggio: nel 51% delle volte il centrosinistra si è affermato prendendo 280 voti mentre noi abbiamo 281 deputati. Credo che essere presenti alle votazioni sia un ottimo modo di esercitare l’opposizione!»

Cosa avrebbe voluto trovasse Fini sotto l’albero?

«Avrei voluto che Fini ricevesse da “Babbo Natale” un libro sul valore della memoria per non dimenticare cosa rappresenta An nello scenario politico italiano».

Luigi Cavalli

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