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    tratto da La Stampa - I DIARI DELL’EX PRESIDENTE: CHIESI PIÙ VOLTE CHE FOSSE FATTA LUCE SUI SOSPETTI Andreotti e la Cia «Qualcuno dei miei mi tese una trappola» «Circolava la voce che Washington pagasse la Dc ma certo quel denaro non lo presi io» - 9/12/2005 di Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari ROMA. L'appuntamento è alle 10 del mattino nel suo studio al primo piano di Palazzo Giustiniani. Giulio Andreotti ha preparato sulla scrivania alcune cartelline di documenti con sopra scritto, a penna blu, «C.I.A. - Lettere, Telegrammi, Interviste, Corrispondenza». Il fascicolo «Central Intelligence Agency» che le contiene è il numero 323/33. L'ex presidente del Consiglio, dopo aver abbassato il volume della tv a circuito chiuso che trasmette in diretta i lavori del Senato, lo apre, passando di foglio in foglio per mettere assieme i tasselli della memoria che riguardano i servizi segreti americani. Il primo è un telegramma all'ambasciatore Usa a Roma, Graham Martin, datato 11 maggio 1970. Il secondo è la traduzione di un articolo di Seymour Hersh, pubblicato dal quotidiano militare «The Stars and Stripes» del 14 maggio 1973, nel quale si racconta che proprio il rappresentante diplomatico americano aveva chiesto nel 1970 di «rinnovare i finanziamenti segreti al maggiore partito politico italiano», ovvero la Democrazia Cristiana. Quelle accuse di Martin, su fondi per sei milioni di dollari arrivati ad una cinquantina di politici democristiani, si ritrovano in una miriade di ritagli di giornali conservati dentro le cartelline, assieme ai documenti con le contromosse di Andreotti. La più importante è una lettera all'ambasciatore degli Stati Uniti a Roma John Volpe, il 26 gennaio 1976, nella quale il leader Dc informava Washington di aver fatto approvare alla direzione del suo patito una richiesta al presidente americano affinché «non si serva del veto per impedire che vengano pubblicati dal Congresso documenti relativi ad attività della Cia in Italia e in Angola».