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Le vesti degli Angeli

L'abbigliamento degli angeli varia a seconda del mutare del gusto, della moda vera e propria, dello scadere di alcune tradizioni e del formarsi di nuove.

Fino al IV secolo sono figure di uomini non necessariamente giovani, senza ali e senza alcun connotato che indichi la loro natura soprannaturale.

Tuttavia già nell’Apologeticum di Tertulliano si legge che ” ogni spirito è alato per questo gli Angeli e i demoni in un attimo sono dappertutto: il mondo intero è per loro un unico luogo, ovunque accada qualcosa, lo sanno con la stessa facilità con cui l’annunciano”.

L’immagine delle ali sembra essere stata mutuata dal volo degli uccelli e dalla attribuzione ( soprattutto letteraria) di ali piumate ai venti ma contiene anche un ignificato più ampio: esprimere con un segno visibile la condizione diversa dall’umana dei messi divini.

Dal IV secolo in poi l’iconografia attribuisce dunque alle figure angeliche le ali intese a indicare la natura impalpabile del ” corpo” angelico.

L’idea che gli angeli traggano corpo dall’aria, già affermata da Isidoro, Vescovo di Siviglia, è stata autorevolmente ribadita da Tommaso d’Aquino: “Sebbene l’aria, permanendo nel suo stato di rarefazione, non trattenga nè figura nè colore, quando tuttavia si condensa, può acquistare colore e forma, come accade alle nuvole; e in questo modo gli angeli traggono corpo dall’aria condensandola in virtù divina, quel tanto che basta ad assumere la forma di un corpo.”

Per rappresentare questo corpo “fatto d’aria” pittori, scultori, orafi, dovettero dargli una consistenza carnale quindi vestirlo.

L’abbigliamento più diffuso,durato praticamente fino al XV secolo che si rifà al modello ” classico” risulta composto dalla dalmatica e dal palio. La dalmatica, una tunica più o meno ampia, copriva una veste a maniche lunghe che giungeva fino ai piedi. Le si sovrapponeva il palio, un manto drappeggiato fissato con una fibbia sopra la spalla sinistra.

L’iconografia si discosta solo nei particolari, che, seguendo la moda laica, arricchiscono o impoveriscono la quantità e la qualità dei tessuti.

L’angelo dell’ Annunciazione di Piero della Francesca ad Arezzo mostra per esempio, un chiaro richiamo all’uso del tempo: le maniche sono intercambiabili e congiunte alla veste con lacci a puntali, che erano preziosi per le tuniche da cerimonia e più semplici per il lavoro.

Di derivazione bizantina sono invece la Clamide un mantello di origine soldatesca, e il loros una striscia di stoffa o di cuoio che dalla spalla destra scende lungo il petto fino ai piedi per riavvolgersi e allargarsi sulla spalla sinistra e ricadere lungo il braccio adagiandosi sul polso.

Molto comune nella pittura italiana il Loros, spesso ornato da pietre e ripreso dai costumi degli alti dignitari, stava a indicare la maestà di quelli del palazzo celeste: lo portano infatti quattro arcangeli del mosaico absidale della chiesa di Cefalù e Michele e Uriele nel dipinto della cupola della Cappella Palatina di Palermo.

Michele è il resto sovente raffigurato in abbigliamento militare: indossa talvolta una vera e propria armatura di foggia rinascimentale accentuando così la ” parentale spirituale” dei cavalieri celesti con i terrestri.

Contrapposta a quest’ultima è l’iconografia diffusasi in europa intorno al Duecento che presenta gli angeli in vesti femminili.

L’angelo donna secondo alcuni autori, ispirato dal Dolce stil novo, si riallaccia tuttavia all’idea che la grazia delle sue forme dovesse riflettere l’ineffabile “bellezza” di Dio.

Gli angeli musicanti, per esempio quelli dipinti da Bartolo di fredi, sono sovente leggiadre fanciulle che indossano una gonnella con ampi svolazzi e sinuose pieghe.

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