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Le prime rappresentazioni angeliche

La figura dell'angelo cristiano delle origini, come già detto, deriva iconograficamente, ma con alcune varianti, dalla tipologia precristiana dei geni e della Nike alata dell'arte classica, ed in particolare dal tipo romano tardo-imperiale della Vittoria e di Eros-Cupido

I primi angeli dell’arte paleocristiana sono in parte desunti da quei prototipi, ma il processo di assimilazione iconografica non fu così repentino. E’ soltanto a partire dal IV secolo che tale tipologia si consoliderà. Alcuni esempi di arte paleocristiana dimostrano che i primi angeli sono rappresentati come esseri apteri, perfino senza aureola, attributo di sacralità. Si tratta di figure molto umane che testimoniano una traduzione iconografica più ispirata dalle descrizioni evangeliche che dai prototipi figurativi della Roma imperiale. L’angelo in questi esempi figurativi riveste una funzione di accompagnamento dei defunti verso la vita eterna. In un antico cimitero è rappresentata una scena con un angelo e Tobia, antenato delle rappresentazioni bibliche delle figure angeliche, ma ben poco si distingue nelle due figure: l’angelo non è alato ed il volto è regolare con i capelli corti come un eroe pagano. Siamo ben lontani dalla freschezza idilliaca che a questa scena daranno i pittori nei secoli successivi, ma qui nelle catacombe inizia un percorso che culminerà nel Rinascimento.

L’avvento di Costantino e la magnificenza di Costantinopoli, la capitale dell’impero d’Oriente, danno slancio all’arte bizantina che si avvia allo sviluppo, fondendo elementi greci e latini assieme al gusto orientale al servizio del culto. Nelle basiliche grandiose, sui fondi dorati che ravvivano lo splendore alla luce dei ceri, le figure angeliche sorgono come in un’apoteosi: immobili, con la fronte alta, in atteggiamento di onnipotenza e comando, le stole auree, cadenti in lunghe e rigide pieghe, a nascondere le nudità delle mani pallide, talvolta solennemente incrociate. Intorno al IV secolo gli angeli iniziano ad essere raffigurati come fanciulli con aureola ed ali, dalle lunghe vesti bianche, simbolo della purezza angelica, mentre circondano il trono di Cristo e della Vergine. L’arte bizantina si diffonde a poco a poco in Italia, in forme che si svilupperanno nel III e IV secolo, agli inizi dell’arte italica. Le figure angeliche degli inizi, hanno ali tozze e senza grazia che sembrano attaccate ai corpi; non suggeriscono l’idea del volo, che invece queste bizantine giungono a dare. L’arcangelo Michele è già singolarmente venerato anche nell’arte.

Nel V secolo compaiono angeli alati in funzione di testimoni di scene sacre, più che di “messaggeri celesti”. Si tratta dei primi angeli cristiani nel senso moderno: figure androgine alate, adulte ma dal bell’aspetto giovanile. Verso la metà del secolo, nel risplendente mosaico che decora Santa Maria Maggiore in Roma, gli angeli assumono l’aspetto delle Vittorie con abiti sontuosi. L’abbondanza degli ori prova che la magnificenza orientale è ora in uso a Roma, a discapito della severità semplice dei primi esempi. Con la diffusione del De coelesti hierarchia nelle chiese orientali, fin da ora gli artisti si attengono a canoni che indicano in che modo devono essere rappresentate le varie categorie angeliche. Si sviluppa l’iconografia dei Cherubini, rappresentati secondo il tipo tetramorfo con quattro teste e quattro ali, seguendo la versione biblica della visione di Ezechiele. I Troni hanno sembianze di ruote infuocate, alate, e nelle ali splendono occhi. Un viso di fanciullo è dato ai Serafini, ma le ali che circondano la testa devono essere quattro. Alle Dominazioni, alle Virtù ed alle Potenze, si danno manti candidi, cinture d’oro intorno ai fianchi, stole verdi che ondeggiano dietro le spalle. Per gli angeli guerrieri c’è la stessa cintura dorata ma sono armati di aste, lance o giavellotti. Tutti gli altri angeli devono essere vestiti di bianco, il colore che indica la purezza degli spiriti celesti; in Oriente, per le vesti, il colore è invece azzurro.

Nel VI secolo le ali si allungano, ed a volte gli angeli sono raffigurati in volo o reggenti iscrizioni. Nell’occidente bizantino, già dall’VIII secolo, fa la comparsa il tipo a sei ali con testa umana. La figura dell’angelo si evolve perdendo il compito di comparsa adorante nella rappresentazione sacra, divenendo protagonista con una funzione più narrativa negli episodi. Si nota un’evoluzione nelle ali che assumono forme sempre più ricercate e colorazioni inedite. L’arte, maturando i suoi destini, si avvia ad essere il vivo e continuo commento delle pagine sacre. Per le menti rozze ed ingenue che sono prive di cultura, la parola del sacerdote acquista intensità e rilievo, quando è illustrata dalla figurazione pittorica. I popolani non possono leggere i preziosi manoscritti miniati in cui le lodi a Dio sono accompagnate da volti angelici, ma anche gli umili hanno vivo il desiderio di cose belle e si compiacciono almeno di immagini sacre per le vie, nei tabernacoli e nelle chiese.

Prima della pittura, fu la scultura ad uscire dall’asprezza primitiva, riuscendo ad esprimere nel marmo forme di vita e l’idea del movimento. Si comincia dai rilievi nel XII secolo, ma queste sculture hanno poco o nulla d’angelico: le teste sono tozze, le braccia corte, le vesti rigide e senza panneggi, le ali rudi che mal suggeriscono l’idea del volo. Ma fu Nicola Pisano a nobilitarle, ricordando l’atteggiamento delle Vittorie. Da questo momento le figure angeliche inizieranno ad acquistare maggior gentilezza e finezza di forme. Angeli volano leggeri fra i rosoni del tabernacolo ad ali spiegate: sono figure nuove ed il loro atteggiamento è sicuro. Queste figure saranno ripetute mille volte con infinite varianti, mentre l’artista cercherà di vincere la difficoltà principale del cogliere nel marmo la grazia aerea ed agile del volo.

Questi sono ancora anni oscuri per le rappresentazioni angeliche. Bisognerà giungere alla seconda metà del XIII secolo per trovare un inizio di miglioramento artistico nella forma e negli atteggiamenti di queste figure. E mentre le vesti iniziano a adattarsi con maggior veridicità al contorno del corpo, lasciando intravedere le forme, così le carnagioni da pallide iniziano a splendere di un colorito vivace. Si afferma già nel XII secolo la tendenza a raffigurare simbolicamente gli angeli con teste alate, indice di “non corporeità”, e nella veste di fanciulli, per rappresentarne l’innocenza, tendenza che troverà poi la sua definitiva manifestazione nei putti tipici del Barocco.

Il primo palpito di vita lo troviamo, anche per gli angeli come per la pittura in generale, in Cimabue .

Le teste appaiono ancora un po’ troppo grandi se confrontate alle delicate proporzioni dei corpi, ma i tratti dei volti sono meno rigidi. Si possono osservare che i capelli folti e ondulati non si presentano più come una massa confusa e scomposta, ma sono ravvivati, o raccolti da un nastro che aggiunge grazia e novità alle figure giovanili. Hanno volti simili l’uno con l’altro, le espressioni si ripetono, ma si è comunque affermato un nuovo tipo di raffigurazione angelica, che già si scosta definitivamente dalla rigida tradizione religiosa conservata dalla pittura bizantina. Il pittore, ormai, ha rivolto l’attenzione alla vita. Sebbene queste figure mantengano ancora alcune rigidezze nei contorni, e le forme siano ancora lontane dall’elegante leggerezza tipica delle creature angeliche, l’arte è vicina alle sembianze che Giotto darà ai messaggeri celesti.

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