
I fantasmi di Rimbaud, Yeats, Baudelaire e
di tanti altri poeti aleggiano da tempo nella canzone rock.
Anche i cantautori italiani hanno subito i loro influssi, tanto che due opere
come la trasposizione in musica dell’Antologia di Spoon River (di Fabrizio De
Andrè) o Branduardi canta Yeats hanno guadagnato attenzione e stima anche
all’estero. Il confine tra canzone e poesia è estremamente labile, quasi
inesistente. Ma, da sempre, su questo argomento esistono due scuole di pensiero.
La prima sostiene che si tratterebbe solo di due approcci diversi alla medesima
materia. Per la seconda, quella dei ‘puristi’ della parola, il solo accostare i
termini ‘poesia’ e ‘canzone’ equivale a una bestemmia.
Ma i cantanti si sono
anche cimentati, negli anni, nel tentativo di musicare opere poetiche già
esistenti, ed è un altro lato della medaglia. Se due lavori discografici come
Non al denaro non all’amore né al cielo (di Fabrizio De Andrè),
messa in musica di alcuni estratti dall’Antologia di Spoon River di
Edgar Lee Masters e Branduardi canta Yeats,
operazione analoga sulle poesie del più famoso poeta irlandese William
Butler Yeats sono due autentici casi, unici forse al mondo, la canzone
rock è ricca di tentativi di messa in musica del lavoro di poeti più o meno
famosi.
I due dischi citati sono opere importanti che, nonostante il lavoro
di traduzione nella nostra lingua, hanno fatto parlare di sé anche
internazionalmente: non sono molti, infatti, i casi analoghi, e sono la
testimonianza di come il linguaggio poetico, con minimi adattamenti, si possa
unire ad su una base musicale. Nonostante le critiche che i puristi della poesia
hanno puntualmente scagliato, specialmente contro De Andrè
Sono soprattutto
gli anglosassoni, in special modo gli irlandesi, quelli che hanno sempre amato
questo genere di operazione, a testimonianza del rapporto stretto là esistente
tra mondo della canzone e letteratura ‘alta’. Sicuramente per primo Van
Morrison, che non ha lesinato negli anni le citazioni ‘colte’ tratte
dal repertorio soprattutto di Yeats (Here Comes The Night, ad esempio, contiene
una parafrasi dell’epitaffio, tratto dal poema Under Ben Bulben, inciso sulla
tomba del poeta). Nell’album A Sense Of Wonder (1985), seppur non su musica sua,
ha quindi inciso il poema Let The Slave / The Price Of Experience di
William Blake, mentre la sua versione di Crazy Jane On
God (di Yeats) fu bloccata dagli eredi del poeta perché i suoi versi,
secondo loro, andavano messi in musica secondo stilemi classici e non secondo
“volgari ritmi rock”. A Branduardi la concessione di musicare i versi del poeta
fu concessa con meno fatica. Ma i dischi dell’irlandese sono ricchi di citazioni
poetiche, arrivando a comprendere Kerouac e Rimbaud in più di
un’occasione.[…]
L’opinione di Angelo Branduardi:
“La forma canzone è diversa da quella
poetica. Nella canzone non si dovrebbe mai scindere la parte musicale
da quella letteraria, tanto che le due cose non dovrebbero poter stare in piedi
da sole. Viene da sé che la forma letteraria della canzone non debba per forza
essere una poesia. È pur vero che nella poesia c’è una musicalità intrinseca.
Gli antichi romani ad esempio declamavano la poesia con una scansione ritmica
diversa da quella con cui parlavano in modo tale da farla suonare proprio come
una forma musicale. Tecnicamente è però sbagliato mettere delle note su
ciò che è poeticamente preesistente, sarebbe come mettere note su
qualcosa che è già musicale: un po’ come ascoltare due dischi diversi in
contemporanea, il risultato è una cacofonia. Questa è la
teoria, naturalmente, poi uno fa la pratica e succede come a me con Yeats, che
ho fatto proprio questa cosa ‘sbagliata’. Yeats mi piaceva talmente
tanto che lo volevo musicare assolutamente che me ne sono
fregato di queste regole.”
FONTE: “Scritto dell’anima” a cura di
Paolo Vites
Dipinto: “Violino e Chitarra” - Pablo
Picasso

Michelangelo Gargiulo








