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Yunagi no machi, sakura no kuni

Recensione di animeclick

Recensione tratta da animeclick:

Oggi, 6 agosto, è una data che in Italia probabilmente dice poco, eppure non dovrebbe essere così. In Giappone di certo verrà ricordata per sempre.

Il mattino del 6 agosto 1945, l’Aeronautica militare statunitense lanciò la bomba atomica “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki. Il numero di vittime dirette è stimato da 100.000 a 200.000, la maggior parte delle quali civili. Per la gravità dei danni diretti ed indiretti, e del fatto che si è trattato del primo utilizzo in guerra di tale arma, l’attacco atomico viene considerato fra gli episodi bellici più significativi dell’intera storia dell’umanità (Wikipedia).

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Yunagi no machi coverLa prima volta che ho incrociato questo manga era più di un anno fa. Facevo casualmente le mie ricerche su Internet quando, capitato sul sito del Japan Media Arts Festival mi sono messo a dare un’occhiata ai manga premiati negli ultimi 10 anni. Era il 2004, lo stesso anno della pubblicazione, quando l’autrice Kouno Fumiyo, nata a Hiroshima nel 1968, ricevette il gran premio per l’opera della sua vita, una narrazione densa concentrata in poco meno di un centinaio di pagine. Le prime cose che catturarono la mia attenzione furono il titolo, stranamente lungo per un manga e velatamente poetico (leggendo poi, direi completamente poetico), e l’immagine di copertina, acquerellata e dal tratto delicato. Leggendone la sinossi, Yunagi no machi, sakura no kuni, letteralmente La città della quiete serale, il paese dei fiori di ciliegio (riferimento ad Hiroshima ed al Giappone, ovviamente), voleva essere una rappresentazione a livello molto più personale che storica o storiografica delle vicende post-belliche.
L’autrice, pur non appartenendo alla generazione dei figli e nipoti degli hibakusha, termine che indica i sopravvissuti all’esplosione nucleare (spesso trattati con diffidenza e disprezzo, allontanati dalla vita civile e schiavi di una memoria che si è anche cercato di marginalizzare), ha cercato, riuscendoci ottimamente, di dare un quadro familiare di lungo periodo attraverso tre generazioni: genitori e figli testimoni della tragedia, e nipoti e figli depositari anche del pregiudizio della anormalità.

All’epoca mi dicevo che una storia del genere, lontana mille miglia da quelle che di solito ammorbano le fumetterie, avrebbe ricevuto l’attenzione forse di una qualche casa editrice nostrana che svolge seriamente il suo lavoro, ma ad oggi sembra che se ne sia accorto solo qualche sparuto mangofilo che ha avuto modo di leggerne una traduzione inglese o di comprare, come ha fatto il sottoscritto, l’edizione americana della Last Gasp.

Sia per livello narrativo che per stile artistico, l’autrice appaga pienamente la mia voracità di lettore scafato: il tratto particolare, spesso incerto, la scelta di non utilizzare retini e fare tutto con le sole chine e con una semplicità piacevole allo sguardo, la storia che prosegue senza intoppi, con inquadrature mai inopportune, riquadri bianchi di sole parole che pesano come un macigno e lasciano interdetti, una felicità che se può esistere (non è una cosa dovuta, non in questo caso) raccoglie i suoi frutti solo ad una distanza temporale adeguata alla sedimentazione della memoria, quando quello che si è stati non condiziona quello che si vuole diventare (questo era precluso a molti sopravvissuti che hanno vissuto le loro esistenze con l’eterna paura delle conseguenze delle radiazioni sulla loro salute).
Per questo la storia segue tre tempi: la quiete, che si vorrebbe prolungata indefinitivamente per afferrare quei lembi di felicità che i ricordi non permettono di stringere saldamente nelle mani, e i fiori di ciliegio, che rappresentano sia la bellezza della vita presente (quella bellezza che nella quiete veniva oscurata dalle immagini del passato) che la volontà di andare avanti e di aspettarsi che le cose cambino…

Penso che alcune delle cose raccontate siano ovviamente non pienamente comprensibili. Nonostante questo, l’autrice, per le sua capacità di trasformare le proprie sensazioni relative a qualcosa che non ha interessato direttamente la propria esistenza (anche se mentre e dopo aver disegnato questo manga è entrata pienamente a far parte di quel passato) in uno spaccato credibile di tali esperienze, grazie alle ricerche e alle informazioni raccolte, è stata in grado di fare quel salto di qualità che rende il suo racconto leggero e non eccessivamente fumoso.

Yunagi è la quiete serale, quando il vento smette di soffiare e sembra che tutto rimanga eternamente così com’è. Nella storia che apre il manga, yunagi è lo stallo, la bolla di normalità nella vita della famiglia Hirano o, per meglio dire, di quel che resta della famiglia Hirano. E’ il 1955, sono trascorsi 10 anni dall’esplosione della bomba che ha quasi completamente distrutto la città di Hiroshima insieme alle vite di centinaia di migliaia di persone. I sopravvissuti cercano di portare avanti un’esistenza al limite tra una normalità che non gli è concessa e un passato di morte che non li abbandona. I marchi del disastro, quando non fisici, erano soprattutto mentali: l’isolamento, la paura di un lento marcire (l’effetto peggiore delle radiazioni), le persone che anche a distanza di anni continuano a morire, cercare una ragione della propria sopravvivenza…

Hirano Minami è una donna di 23 anni che come tanti, troppi altri, ha perso parte della sua famiglia (il padre Tenma e le sorelle Midori e Kasumi) ma sembra aver accettato la sua nuova condizione pur sentendo che quella esperienza non le permetterà mai di essere veramente felice. E’ una persona che non è morta, ma non trova neanche un significato al perché non lo sia. Quello suo e della madre Fujimi è uno stato di povertà dignitosa. Abitano una casa misera in una baraccopoli e cercano di risparmiare per poter andare a trovare il fratello Asahi, mandato a vivere dai parenti, lontano dalla contaminazione.
Il loro mondo familiare è racchiuso in una stanza con il tetto che perde, la madre fa piccoli lavori come sarta, lei è impiegata e, per quanto non le sia immaginabile un futuro, innamorata. La sua vicenda personale è suddivisibile in tre momenti: la bella scena in cui lei riceve un paio di zori (ciabatte infradito) e il fazzoletto ricamato dal collega Uchikoshi; il momento in cui, presso il ponte Nishi heiwa-ohashi, un istante di felicità la riporta indietro al 6 di agosto (”Ogni volta che penso di essere felice e vedo qualcosa di bello, ricordo ogni cosa… della mia amata città, delle persone. E vengo riportata al giorno in cui ho perso tutto. Una voce mi dice: Non appartieni più a questo mondo”); e infine il momento in cui la quiete si estingue e resta il desiderio, l’ultimo, di sopravvivere ancora.

Sakura sono i fiori di ciliegio, l’espressione della bellezza e della transitorietà, ma qui forse rappresentano più propriamente lo sguardo al futuro, cercando di avere sempre ben in mente il passato. La prima storia si svolge nel 1987 nel distretto di Nakano a Tokyo. La protagonista è Ishikawa Nanami, da tutti chiamata Goemon (da Ishikawa Goemon, una sorta di Robin Hood giapponese del XVI secolo) probabilmente anche per il suo caratteraccio. Il padre è quell’Asahi, fratello di Minami, che era andato a vivere dai parenti assumendone il cognome, la nonna è Hirano Fujimi. Quindi Nanami è una hibakusha di seconda generazione, solo non vive il peso di un’etichetta che gli altri potrebbero facilmente dargli.
Seguiamo la prima parte di una giornata tipo di Nanami (ritorno da scuola, a casa da sola, baseball) e poi un’escursione con l’amica Tone Toko per andare a trovare il fratello Nagio in ospedale, portando con sé un bel regalo e una scena abbastanza divertente.

La seconda parte di Sakura no kuni rende completa quella ricerca di felicità che era rimasta sospesa in Yunagi no machi. E’ il 2004, 17 anni dopo le due amiche si incontrano di nuovo. Nanami segue il padre fino ad Hiroshima, e Toko si propone di accompagnarla. Il legame tra le due si era sciolto quasi per la necessità di Nanami di non avere più ricordi della sua infanzia, della morte della madre e della nonna (”Vorrei non averla incontrata. I suoi vestiti, i suoi capelli… emanano l’odore del nostro vecchio quartiere con le sue strade circondate da ciliegi”). Molto poco casualmente le loro strade si sono incrociate per motivi paralleli: Nanami, seguendo il padre, ripercorre le tappe della sua famiglia, Toko vuole poter accettare di avere un destino comune con Nagio, anche contravvenendo ai genitori.

La Kouno ha reso molto bene la sovrapposizione tra la situazione del presente-raccontato con il passato, tra la condizione di Nagio e Toko (solamente accennata e sintetizzata in una lettera) con quella di Asahi e Kyoka (la madre di Nagio e Nanami). Il passaggio avviene in due tavole molto belle: una raffigura il padre seduto in una zona erbosa vicino a un fiume nella stessa zona in cui sorgeva la baraccopoli, nella seconda tavola. Poi i pezzi sparsi della lettera strappata che rimandano alla pioggia leggera di fiori di ciliegio nella quale i genitori di Nanami decisero di condividere la loro esistenza (”In qualche modo, mi sembra di ricordare quelle scene. Da prima che nascessi, ero lì ad osservarli. Guardando quei due, decisi che sarei nata da loro. Ne sono certa”).

Naturalmente in tutto il manga non mancano le scene divertenti, anzi. Dalla visita di Uchikoshi a casa di Minami, il fazzoletto, gli zori, al viaggio di Nanami con pignatta in testa al fratello e disperazione del padre perché a 28 anni lei non ha ancora mai avuto un appuntamento. Un manga che merita tantissimo, costruito con molta intelligenza e senza eccessi (a parte la pignatta, ma è un eccesso che si addice).