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Antropologia romana: i figli

Nascere in una famiglia romana antica significava poter correre il rischio di non essere riconosciuti dal pater familias e di essere così esposti, soprattutto gli abbandoni si verificavano nel caso delle[...]

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Nascere in una famiglia romana antica significava poter correre il rischio di non essere riconosciuti dal pater familias e di essere così esposti, soprattutto gli abbandoni si verificavano nel caso delle figlie femmine. Se veniva accolto nella famiglia, il neonato veniva affidato alle cure di una nutrice, che lo allattava e a un pedagogo.

La nutrice e il pedagogo si occupavano di allevare il bambino, finchè non avesse raggiunto la soglia dell’adolescenza e rappresentavano per lui dei punti di riferimento e di appoggio. Le bambine cominciavano ad essere considerate adulte fin dall’età di 12 anni e a questo punto erano pronte a sposarsi.

I ragazzi raggiumgevano l’età adulta un po’ più tardi, a partire dai 14 o dai 15 anni. Per segnare il passaggio all’età adulta, il ragazzo lasciava la toga infantile, per indossare quella virile.

Per motivi di carattere politico o per assicurarsi la continuità di una famiglia nel caso in cui non fossero nati dei bambini, nella società romana era prevista la possibilità di ricorrere all’adozione.

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