
Oggi è difficile non solo ritrovare, ma anche percepire la partecipazione emotiva con la quale venivano vissute alcune tradizioni, che fino a circa quaranta o cinquanta anni fa costituivano una parte importante nell’ambito della scansione del tempo soprattutto agricolo, che improntava la vita nei contesti della campagna.
Eppure, se potessimo tornare indietro nel tempo e nelle percezioni degli uomini che di quel tempo passato facevano parte, ci accorgeremmo dell’effetto e del carattere suggestivo che distingueva i diversi canti, che venivano cantati dai contadini durante la mietitura.
Si trattava di strofe improntate a temi della vita rurale e popolare e cantate senza l’ausilio di strumenti musicali. Questi canti non avevano solo una funzione meramente accessoria e decorativa, ma rispondevano a degli obiettivi ben precisi.
Innanzi tutto serviano a rafforzare i rapporti tra chi partecipava ad un lavoro che senza l’aiuto degli attuali mezzi meccanizzati si presentava molto faticoso ed esposto alla calura del sole. Attraverso il canto in comune l’unità del gruppo si rafforzava e diventava più produttiva. Ma il canto era anche un modo per sollevare in qualche modo lo spirito dall’asprezza della fatica.
I canti della mietitura rispondevano insomma ad esigenze ben precise di un mondo contadino che oggi ha perso la sua consistenza in termini di bagaglio culturale di cui esso per tanti anni è stato portatore.

Pegaso








