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I codici dei Maya

Questa antica civiltà cosa ci ha lasciato? Quali sono le fonti scritte a cui possiamo riferci per parlare di loro?

Degli antichi codici dei Maya oggi ci resta molto poco.

Le cause di questa scarsezza di informazioni è dovuta non solo al negativo operato dei conquistatatori che non sempre capirono l’importanza e l’antichità dei testi con cui ebbero rapporti, ma anche alla Inquisizione e alle idee diffuse da questo “tribunale”.

Colpa dell’Inquisizione fu quella di ritenere, stupidamente, quei testi opera del demonio. Tutto, o quasi, andò bruciato.

Tre sono i codici che ci rimangono: il Codice di Dresda, il Codice di Madrid e il Codice di Parigi (il più deteriorato). I nomi attribuiti ai codici sono quelli delle città in cui questi sono attualmente conservati.

Esiste anche il cosiddetto Codice Grolier, di cui però è stata messa in dubbio l’autenticità.

Esiste poi il Popol Vuh, un testo che contiene le antiche tradizioni dei Maya di lingua quiché ed inoltre la storia dinastica fino al 1550.

L’abate francese Brasseur Scherzer (metà XIX secolo) ritrovò un documento rarissimo, una copia redatta intorno al 1700 da un religioso domenicano (Francisco Ximenes).

Il religioso pùò essere realmente definito l’amico dei Maya, perchè riuscì a farsi affidare da questi la copia di un testo da loro gelosamente custodito e lo trascrisse.

Il testo conteneva un resconto della genesi, descrizioni di rituali, leggende.

Questo testo è solitamente conosciuto con il nome di Bibbia dei Maya.

Un altro abate, Brasseur du Bourbourg, in Guatemala salvò gli Annali di Cakhiquel, opera redatta da un gruppo maya affine ai Quiché.

I Libri di Chilama Balam sono invece parzialmente integri.