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Eraserhead La mente che cancella di David Lynch

seconda parte

 

Girato di notte nell’arco di cinque anni (dal 1971 al ’76) l’opera prima di David Lynch (che di giorno consegnava giornali, costruiva capannoni e frugava nei bidoni della spazzatura per trovare oggetti adatto al film), è innegabilmente uno dei film più importanti degli ultimi trent’anni: e Lynch non innova lavorando sulla trama, che è effettivamente imbecille o sulla messa in scena, che è, tutto sommato, classica. Il film ruota quasi interamente attraverso un personaggio e al figlio mostruosamente deforme, ma è perfettamente calato all’interno di un mondo pazzesco e deserto, una civiltà industriale in decadenza, un cumulo di rovine e rocce i cui unici abitanti sono esseri deformi e folli, il cui dio è un uomo ripugnante che vive, a torso nudo, solo, in una camera buia, il volto scarnificato e i denti neri appena illuminati dalla luce di una finestra sporca: ma non c’è contrasto tra il fuori del pianeta roccioso e il dentro del lurido monolocale di Henry o della casa di Mary, spazzati da un incessante vento cosmico che sottopone il film ad una continua pressione: la capacità di Lynch di creare un mondo alternativo è innegabile, ma non costituisce il maggior pregio dell’opera. Non è nemmeno la feroce critica dei rapporti familiari (sulla quale si baserà poi Velluto Blu), il complesso apparato simbolico sessuale o le sue interpretazioni psicanalitiche (Godwin parla del film come una rappresentazione dell’autocastrazione che l’uomo deve imporsi per raggiungere la felicità) a rendere Eraserhead il film che è. E notare come Lynch lo abbia realizzato con conoscenze cinematografiche minime, senza aver mai visto i film surrealisti (che sono quelli che più si avvicinano allo spirito dell’opera), ma agendo istintivamente, pure sembra poco importante, così come lo è analizzare il personaggio del figlio bestiale, che divide lo spettatore tra il disagio del suo aspetto deforme e le sue effettive qualità umane. E non è fruttuoso neanche cercare di affrontare e risolvere, per la mancanza di appigli certi e oggettivi, l’ambiguità del film e il ruolo che Henry svolge al suo interno, come dimostra la riluttanza di Lynch a parlarne (anche se è mia convinzione che la chiave di lettura di tutti i film di Lynch si trovi in Strade Perdute, del ’96: nel film in questione i coniugi Bill Pullman e Patricia Arquette ricevono delle videocassette anonime che li ritraggono mentre dormono; chiamati due poliziotti ad indagare, alla domanda “Possedete una telecamera?”, BP risponde “No: preferisco ricordare le cose a modo mio, cioè non necessariamente come sono accadute”: e infatti il film è la lunga allucinazione di un condannato a morte che ripensa alla sua vita; e infatti il titolo Eraserhead, la mente che cancella, si riferisce evidentemente proprio a questa capacità di pensare alle cose deformandole). Non sembra a questo punto di primaria importanza nemmeno rilevare come Lynch annulli il contrasto tra materia organica e materia inorganica, tra carne e macchina (come poi si vedrà in The Elephant Man). Quella che invece mi sembra essere la cosa più straordinaria di Eraserhead è che è un opera assolutamente terrorizzante senza essere uno di quei film nei quali il maniaco appare improvvisamente ansimante con un ascia in mano mentre la nostra eroina si lava i denti, non c’è il risveglio di nessuna entità diabolica dalle piramidi, non c’è nessun invasato che sbudella bambini grassi appesi per i per i piedi per poi grufolare tra le loro viscere: il film di Lynch si svolge ad un livello molto più subdolo, attacca il cervello dello spettatore, senza mostrare nessuna violenza (tranne quella finale), senza ricorrere ad effetti speciali ma con ingenue (e spaventosamente realistiche) scenette animate, senza far gridare nessun personaggio. Il punto principale del film di Lynch, quello che andrebbe forse più analizzato, sta proprio in questa capacità di terrorizzare lo spettatore con eventi (anche se deformati), tutto sommato banali: la nascita di un bambino che provoca la rottura tra due amanti. Eraserhead è anzi, ancor più che terrorizzante, perché riesce a immettere nello spettatore la stessa sensazione di angoscia e incomprensione dei peggiori incubi notturni: e Lynch ci arriva (come già anticipato) attraverso una distorsione ed una deformazione dello strumento cinematografico, un processo di decomposizione delle strutture classiche e canoniche del cinema, abnormemente dilatate nel tempo e nella durata, nell’uso delle luci e, soprattutto del sonoro. Le scene sono lunghissime e silenziose (venti pagine di sceneggiatura per un film di un’ora e mezza), illuminate a zone e scosse da suoni assurdi, rombi metallici, rumori industriali, venti cosmici, accordi stonati di organo, scatti meccanici, pianti disperati: non sono suoni interni alle scene, perché la loro origine non è rilevabile all’interno delle scene, e non sono suoni “off”, dal momento che non hanno la funzione canonica del suono “off” di sottolineare quello che si sta vedendo (piuttosto lo caricano di una pressione insostenibile). È dai suoni che vengono generate le immagini, e non viceversa. Sono suoni che provengono da un altrove indecifrabile, irrazionale. Dalla mente di Henry o da quella di Mary? Dal bambino o da dio, o dalla donna del termosifone?    

a cura di Vincenzo Mattia Basso

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