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L'animale uomo e il combattimento

Seconda parte del testo sulla biologia del combattimento umano

La biologia del combattimento umano

Menzionando le armi,
siamo entrati in un’area del comportamento aggressivo che è esclusivamente umana
e crea alla nostra specie particolari problemi. Il corpo dell’uomo manca di
qualunque arma biologica particolarmente letale, come artigli, zanne, corna,
aculei, ghiandole che secernono veleno o pesanti mascelle. In confronto a molti
altri animali, bene equipaggiati da questo punto di vista, l’essere umano è
debolissimo, incapace, se deve combattere nudo corpo a corpo, di infliggere
ferite letali (se non con un enorme sforzo fisico). Ma quando paragoniamo il
primitivo combattente disarmato con il suo equivalente moderno, carico d’armi,
risulta chiaro che abbiamo da tempo distanziato tutte le altre specie, quanto a
capacità di uccidere. Inventando armi di nostra fabbricazione, abbiamo prodotto
numerosi mutamenti, tanto cruciali quanto catastrofici, nelle nostre azioni di
combattimento.

Abbiamo costantemente aumentato la capacità lesiva dei nostri attacchi.
Aggiungendo all’assalto fisico prima corpi contundenti, poi strumenti acuminati,
poi aggeggi esplosivi, abbiamo reso ogni nostro attacco, nel corso dei secoli,
potenzialmente più letale. Invece di sottomettere gli avversari, come gli altri
animali, noi li uccidiamo.
Data l’artificialità delle nuove armi, abbiamo introdotto la possibilità
dell’unilateralità nell’attacco fisico. Non vi è più garanzia che entrambi gli
avversari siano ugualmente ben equipaggiati. Quando due tigri combattono, esse
hanno nei loro artigli mezzi di offesa che mancano agli esseri umani nel
combattimento disarmato, ma tutte le tigri possiedono queste armi e ciò crea fra
i combattenti un equilibrio inibitore. Nel combattimento umano armato, invece,
si può facilmente verificare una situazione di enorme ineguaglianza: le armi
superiori di cui uno dispone eliminano il timore della rivalsa, togliendo alla
sua furia ogni inibizione.
L’efficienza sempre maggiore delle armi artificiali significa che per
sferrare un attacco lesivo occorre uno sforzo sempre minore. Invece di essere
coinvolto nella violenza del combattimento disarmato, che richiede un grande
sforzo muscolare, il moderno portatore d’armi deve effettuare soltanto la
piccola, delicata operazione di piegare un indice, per spedire una pallottola
nel corpo dell’avversario. Non c’è esaurimento fisico in un atto del genere,
nessun intimo contatto con il corpo del nemico. Strettamente parlando, uccidere
un uomo con un’arma da fuoco non è nemmeno un’azione violenta. L’effetto è
violento, naturalmente, ma l’azione è tanto delicata quanto sollevare una
tazzina di caffè. Questa mancanza di sforzo fisico lo rende un atto molto più
facile da effettuare, aumentando ancora la probabilità che l’attacco abbia
luogo.
La portata entro la quale le nostre armi possono operare con successo è
costantemente aumentata. Questa progressione ha avuto inizio quando abbiamo
cominciato a lanciare un oggetto invece di usarlo per colpire. Con l’invenzione
delle frecce, le nostre armi a punta hanno potuto raggiungere il nemico a
distanze ancora maggiori. La scoperta della polvere da sparo rappresentò un
altro balzo in avanti: ora i proiettili potevano uccidere un nemico cosi lontano
da non poterne distinguere i particolari. Ciò ha aggiunto al combattimento un
elemento impersonale, eliminando ogni possibilità di segnali di sottomissione.
Cosi le comuni inibizioni animali della lotta corpo a corpo sono state
drasticamente ridotte.
Infine, la potenza delle armi a distanza è aumentata al punto che possiamo
uccidere non uno, ma un gran numero di nemici in una frazione di secondo. L’uso
di bombe, lasciate cadere dal cielo o depositate con una spoletta a tempo, e
l’introduzione della guerra chimica hanno portato all’estremo la
spersonalizzazione e la disinibizione del combattimento. Le azioni dei
combattenti sono ora del tutto non-violente - di solito basta premere un
bottone, il che è ancora più delicato del tirare un grilletto - e, ancora una
volta, sono effettuate da una tale distanza e con tale rapidità da eliminare
completamente i consueti freni e controlli animali.
Insieme, questi
cinque fattori hanno trasformato il combattimento umano da un attacco violento,
mirante alla sconfitta dell’avversario, a un atto delicato, mirante alla sua
distruzione; dal picchiare e dominare un rivale, al disintegrare una moltitudine
di invisibili estranei. Per fortuna, tuttavia, l’ultima fase di questo capitolo
del progresso umano ha infine prodotto per suo conto una nuova inibizione. Con
gli ordigni nucleari, siamo tornati allo stadio in cui l’attaccante può aver
ragione di temere per la propria salvezza, poiché la potenza di queste armi è
tale, che chi schiaccia il bottone ha molta probabilità di andare in fumo con
tutti gli altri, in un olocausto globale. In altre parole, il potenziale
distruttivo di queste bombe è cosi grande, che ha efficacemente rimpicciolito il
mondo e ridotto le dispute internazionali a scaramucce circoscritte. Ancora una
volta, l’impulso ad attaccare comporta l’immediato insorgere di un’acuta paura
nell’attaccante, come avveniva nel combattimento disarmato. Tuttavia, questa
nuova svolta nella storia del combattimento umano non elimina completamente la
possibilità di un conflitto nucleare. Ne riduce soltanto la
probabilità.

Una particolarità della condotta umana che ha sempre
complicato la convivenza inter-gruppi non è l’aggressività della specie, ma
paradossalmente, la grande inclinazione dell’uomo all’amicizia. Questo senso di
lealtà verso il gruppo ha ripetutamente portato ad attacchi, non contro un
nemico, ma a sostegno di un compagno. E’ questo spirito cooperativo che ha reso
possibile trasformare il combattimento personale, limitato, in guerra di bande e
la guerra di bande in sciovinismo militare. Le forze d’assalto organizzate non
possono operare su una base personale. Esse richiedono disciplina e fedeltà alla
causa, cioè due qualità che non hanno intrinsecamente nulla a che fare con il
combattimento umano, ma hanno avuto origine nel gruppo di maschi cacciatori,
dove la sopravvivenza dipendeva dalla lealtà al “circolo”, e poi sviluppandosi
la civiltà e progredendo la tecnologia, sono state sempre più sfruttate nel
nuovo contesto militare. La combinazione della tendenza alla cooperazione di
gruppo e della spersonalizzazione dell’attacco, tipiche della condizione umana
moderna, fanno si che saremo sempre suscettibili di pressioni da parte di capi
spietati, che ci sproneranno a combattere per le loro cause. Essi non ci
chiederanno di uccidere con le nostre mani nude, o di esercitare un grande
sforzo per dare la morte, o di farlo a distanza ravvicinata, in modo che
possiamo vedere le espressioni delle nostre vittime mentre le attacchiamo.
Ci
chiederanno di uccidere per aiutare i nostri compagni, che soffriranno orribili
patimenti se non andremo in loro soccorso. L’argomento ha funzionato cosi spesso
e così bene che, tragicamente continuerà senza dubbio a farlo anche in futuro.
La nostra unica difesa contro di esso consiste nel chiederci se abbiamo qualche
motivo di attrito personale verso gli individui che dovremmo uccidere e se il
“gruppo” che ci viene richiesto di sostenere sia davvero il nostro gruppo
tribale, o non invece un artificiale gruppo “nazionale” composto da un miscuglio
di molte “tribù” interconnesse, alcune delle quali traggono origine dal nostro
nuovo cosiddetto nemico.
Soltanto riprendendo a considerare il combattimento
come una forma estrema di conflitto personale, ossia quello che era in origine,
avremo qualche speranza di sfuggire all’incontrollata brutalità dei campi di
battaglia umani, tornando alla moderazione del combattimento animale.

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