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Il mosaico di Spilimbergo

La tradizione del mosaico è presente nella regione fin dal periodo della Roma Repubblicana, e confonde le sue radici con quelle della città di Aquileia. I “tessellarii” ed i “musivarii”, ricchi dei colori e dei segni d’Oriente, hanno lasciato in Friuli mille eredi che hanno semplificato e ammorbidito le linee, i decori e i disegni.

 

Il mosaico a tessere di pietra, ricavate sminuzzando i ciottoli colorati del Tagliamento e dei torrenti di montagna è diventato battuto, seminato, terrazzo, palladiana,

ma l’arte del mosaico è sopravvissuto al tempo e alla frantumazione dei territori e delle culture.

 

La ricca e opulenta Venezia, erede di Bisanzio, quando ebbe modo di trasformare in ricche costruzioni civili il profitto dei propri commerci, trovò in Friuli schiere di artigiani in grado di eseguire terrazzi e battuti dai mille decori.

 

Il famoso mosaicista friulano Giandomenico Facchina (1826 -1904), decorò a Parigi l’Opera, il Sacro Cuore, il Louvre, la Scuola di Belle Arti e diffuse il mosaico spilimberghese a Bucarest, a Barcellona, a Istanbul, a Smirne, a Pietroburgo, Tokyo e a

Buenos Aires.

 

L’ arte del mosaico è sta ripresa a Spilimbergo, grazie all’attività della Scuola Mosaicisti del Friuli, istituita intorno al 1920, ad opera della Società Umanitaria di Milano.

 

 

 

 

I mosaicisti che qui si formano usano le stesse tecniche adoperate, in epoca imperiale romana, per realizzare i mosaici di Aquileia, che prevedono l’utilizzo di piccole tessere in vetro opaco di vari colori, modellate con un martello a mezzaluna e poi fatte aderire sul supporto con cementi speciali, la produzione di mosaici antichi e opere di stile moderno, in particolare ritratti, molto personalizzati.

 

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