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Il Credo di Una Donna

E' il frutto dei lavori svolti dal Women’s Global Strategies Meeting 29 novembre-2 dicembre 1994. E’ stato scritto da Robin Morgan in collaborazione con Perdita Huston, Sunetra Puri, Mahnaz Afkhami, Diane Faulkner, Corrine Kumar, Simla Wali, Paola Melchiari. Lo trovate in libreria: Robin Morgan, Cassandra non abita più qui, Ed. La Tartaruga, Milano 1996

Noi, esseri umani e donne, sospese sull’orlo del nuovo millennio. Noi siamo

la maggioranza della specie, ma abbiamo abitato nell’ombra. Noi le

invisibili, le analfabete, le sfruttate, le profughe, le povere.

E noi votiamo: mai più.

Noi siamo le donne affamate di riso, casa, libertà, delle altre, di noi

stesse.

Noi siamo le donne assetate di acqua limpida e risate, di letture, d’amore.

Noi siamo esistite in tutti i tempi, in ogni società.

Siamo sopravvissute al nostro sterminio. Ci siamo ribellate e abbiamo

lasciato dei segni.

Noi siamo la continuità, intessiamo il futuro col passato, la logica con la

poesia. Noi siamo le donne che tengono duro e gridano Sì.

Noi siamo le donne dalle ossa, voci, menti, cuori spezzati eppure siamo le

donne che osano sussurrare No.

Noi siamo le donne la cui anima nessuna gabbia fondamentalista può contenere.

Noi siamo le donne che rifiutano di permettere che si semini morte nei nostri

giardini, nell’aria, nei fiumi, nei mari.

Noi siamo, tutte e ciascuna, preziose, uniche, necessarie. Noi fatte più

forti, benedette, sollevate perché non uguali. Noi siamo le figlie del

desiderio. Noi siamo le madri che daranno alla luce la politica del XXI

secolo.

Noi siamo le donne da cui gli uomini ci hanno messo in guardia.

Noi siamo le donne che sanno che tutte le questioni ci riguardano, che

reclamano il loro sapere, reinventeranno il loro domani, discuteranno e

ridefiniranno ogni cosa, incluso il potere.

Sono decenni ormai che lavoriamo a dar nome ai dettagli del nostro bisogno,

rabbia, speranza, visione. Abbiamo rotto il nostro silenzio, esaurito la

nostra pazienza. Siamo stanche di enumerare le nostre sofferenze per

intrattenere o essere semplicemente ignorate. Ne abbiamo abbastanza di parole

vaghe e attese concrete; abbiamo fame d’azione, dignità, gioia. Intendiamo

fare di meglio che resistere e sopravvivere.

Hanno tentato di negarci, definirci, piegarci, denunciarci; ci hanno messo in

prigione, ridotte in schiavitù, esiliate, stuprate, picchiate, bruciate,

asfissiate, seppellite e ci hanno annoiate. Ma niente, neppure l’offerta di

salvare il loro agonizzante sistema, ci può trattenere.

Per migliaia di anni, le donne hanno avuto responsabilità senza potere

mentre gli uomini avevano potere senza responsabilità. Agli uomini che

accettano il rischio di esserci fratelli offriamo un equilibrio, un futuro,

una mano. Ma con loro o senza di loro, noi andremo avanti.

Perché noi siamo le Antiche, l’Essere Nuovo, le Native venute per prime e

rimaste, indigene come nessuno. Siamo la bambina dello Zambia, la nonna della

Birmania, le donne del Salvador e dell’Afganistan, della Finlandia e di Fiji.

Siamo canto di balena e foresta pluviale; l’onda sommersa del mare che monta,

immensa, a spezzare in mille frammenti il vetro del potere. Siamo le perdute

e le disprezzate che, piangendo, avanzano nella luce.

Questo noi siamo. Siamo intensità ed energia. Siamo i popoli del mondo che

Parlano che non aspetteranno più e non possono essere fermati.

Siamo sospese sull’orlo del millennio alle spalle la rovina, davanti nessuna

mappa, il sapore della paura acuto sulle nostre lingue.

Eppure faremo il salto.

L’esercizio dell’immaginazione è un atto di creazione.

L’atto di creazione è un esercizio della volontà.

Tutto questo è politica. E’ possibile.

Pane. Un cielo pulito. Pace vera. La voce di una donna che canta chissà dove,

melodia che spira come fumo dai falò campestri. Congedato l’esercito,

abbondante il raccolto. Rimarginata la ferita, voluto il bambino, liberato

il prigioniero, onorata l’integrità del corpo, ricambiato l’amante. Magico

talento di trasformare i segni in significato. Uguale, giusto e riconosciuto

il lavoro. Piacere nella sfida che porta, concordi, a risolvere i problemi.

La mano che si alza solo nel saluto. Interni dei cuori, delle case, dei

paesi così solidi e sicuri da rendere finalmente superflua la sicurezza dei

confini. E ovunque risate, sollecitudine, festa, danze, contentezza. Un

paradiso umile, terrestre, ora.

Noi lo renderemo reale, nostro, disponibile. Noi disegneremo la politica, la

storia, la pace. Il miracolo è pronto.

Credeteci.

Siamo le donne che trasformeranno il mondo.