La vita nell'universo (parte 3)

Fatte le considerazioni teoriche, osserviamo (SETI) che le civiltà aliene NON ci sono (o, comunque, non si vedono). E' forse possibile offrire una lettura della formula di Drake corretta con le nuove conoscenze sui pianeti extrasolari e in maggior accordo con le osservazioni?

Abbiamo visto una formula di Drake capace di assicurarci almeno 50 civiltà contemporaneamente evolute nella Galassia (se una civiltà rimanesse evoluta a livelli tecnologici, diciamo, per 3 millenni, le civiltà sarebbero addirittura 3000!), ma in decenni i progetti di ricerca come SETI, non hanno ancora trovato nulla.

Volendo ammettere la validità della formula di Drake per questo calcolo, l’unico errore che può essere stato commesso è stata la valutazione dei coefficienti, forse troppo ottimistica.

Il tasso di formazione stellare è noto con relativa certezza (10 nuove stelle più leggere di 1.5 masse solari all’anno), e le stelle dotate di pianeti sembrano essere più di quanto ci attendessimo (negli ultimi 5 anni sono stati scoperti 130 unovi sistemi planetari e 5 anni fa la loro esistenza era ancora messa in dubbio!). Il 3° coefficiente (numero di pianeti di un sistema planetario) è forse leggermente calato con le ultime ricerche, compensando la crescita del 2°. Ma cosa dire del 4° coefficiente, “n(e)”, che indica la frazione di pianeti di un certo sistema, capaci di ospitare la vita?

I nuovi sistemi planetari scoperti sembrano essere tutt’altro che stabili: pianeti giganti, grandi 4 o 5 volte Giove orbitano a gran velocità nelle vicinanze della loro stella e vi sono giunti “migrando” per milioni e miliardi di anni dalla periferia esterna del sistema travolgendo l’equilibrio degli eventuali altri pianeti.
Per dirla tutta, i sistemi scoperti assomigliano molto poco al nostro e nessuno di essi ha pianeti adatti alla vita o sembra in grado di ospitarne: “n(e)” dev’essere inferiore a 0.01

La frazione di pianeti su cui si sviluppa la vita f(l) è forse il più oscuro dei coefficienti: nessuno sa quanto sia “facile” la biochimica della vita. Ammettendo la panspermia, il coefficiente si avvicina ad uno, ma la panspermia, al momento, è solo un’ipotesi. Le probabilità che la vita nasca spontaneamente “per puro caso” sono state calcolate in frazioni evanescenti dell’unità (Fred Hoyle parla di un uno preceduto da 40 pagine di zeri…). Probabilmente il “puro caso” è stato aiutato da qualche sconosciuto meccanismo di catalisi, ma finchè non abbiamo qualche dato in più, questo coefficiente resta insalvabilmente aleatorio, variando da circa zero ad uno.

Per amor di discussione passerei comunque al 6° coefficiente: siamo sicuri che la presenza di vita implichi sistematicamente l’evoluzione verso forme di vita “intelligenti”?

Qualunque importante cambiamento astronomico potrebbe significativamente rallentare il corso dell’evoluzione, nè si può pensare che su pianeti in condizioni limite (per esempio completamente desertici, oppure molto freddi o caldi, oppure completamente ricoperti da oceani, eccetera) l’evoluzione proceda speditamente fino a forme di vita “superiori”. Sappiamo anche che la Luna ha avuto un importantissimo ruolo stabilizzatore per la Terra, forse imprescindibile per lo sviluppo della vita: dobbiamo quindi introdurre un nuovo coefficiente che indichi il numero di pianeti terrestri con un grosso satellite. Che dire infine di tutte le stelle dell’affollato “bulge” galattico, a rischio continuo di influenze mareali con stelle vicine, o di essere invetsite dal flash di sterilizzanti raggi gamma da una supernova vicina?
Valutando in un millesimo la probabilità che un pianeta abitato e “indisturbato” finisca con l’ospitare forme di vita evolute, togliendo dal computo tutte le stelle vicine al nucleo della Galassia e assumendo che solo un pianeta su cento abbia un satellite capce di stabilizzarne saldamente l’asse di rotazione, il sesto coefficiente passa da 1 a 1/200.000

Anche ponendo che quasi tutte le civiltà venute alla luce evolvano verso stadi di avanzata tecnologia e vi permangano per un millennio (“f(c)” = 1, “L” = 1000), abbiamo:

N = 10 * 1 * 5 * 0.01 * (1, 0( * 0.000005 * L

Dove col simbolo (1, 0( intendo un valore che può variare tra l’unità e lo zero (escluso).

Si nota che ora il coefficiente di “L è diventato (considerando il 5° coefficiente uguale ad uno) 1/4.000.000. Se il 5° coefficiente non è uguale ad uno, questo numero diminuirà proporzionalmente.

Abbiamo trovato che il numero di civiltà in grado di comunicare tra loro è pari alla durata del loro stadio tecnologico diviso per 4 milioni. Ovvero che, se le civiltà “reggono” per un millennio ognuna, la loro probabilità di essere contemporanee è di circa due su diecimila.

Consideriamo anche che la Galassia ha un diametro di 100.000 anni luce: se l’”altra” civiltà, nel fortunato caso in cui non fossimo soli, si trovasse a solo qualche migliaio di anni luce di distanza, il contatto sarebbe impossibile.

Un risultato di questo tipo è in accordo con le osservazioni di SETI.

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