Crono è Il più giovane dei Titani, e pertanto figlio di Urano e di Gea. Con una falce fornitagli dalla madre evirò il padre (che teneva prigionieri i figli per paura di perdere la signoria dell’universo) e si sostituì a lui nel dominio del mondo. Il suo primo atto fu di giustizia per gli Ecatonchiri (o Centimani) e i Ciclòpi, che Urano aveva fatto incatenare ed ai quali rese la libertà; ma poi, temendo a sua volta che gli strappassero il potere li relegò di nuovo nel Tàrtaro. Inoltre, poiché sua madre gli aveva predetto che sarebbe stato detronizzato da un figlio, adottò il bel sistema di divorare appena nati i figli avuti dal matrimonio con Rea: così inghiottì uno dopo l’altro Estia, Demètra, Era, Ade, Poseidone. Non però Zeus (il sesto figlio), giacché Rea ebbe l’astuzia di darlo alla luce segretamente in una grotta del monte Ida, a Creta, e di sostituirlo con una pietra avvolta in fasce (l’Abadìr) che Crono — debole di vista — trangugiò senza sospettare nulla. Divenuto adulto, con l’aiuto dell’oceànide Métide il gagliardo Zeus fece bere al padre una bevanda che lo costrinse a rigettare i cinque figli ingozzati e l’Abadìr. Scoppiò allora una terribile guerra fra i sei fratelli da una parte e i Titani (con alla testa Crono) dall’altra; tuttavia dopo dieci anni, grazie anche al valido contributo degli esseri che il vecchio sovrano teneva incatenati, la Titanomachia (v.) si concluse con la netta vittoria di Zeus e dei suoi alleati, che imprigionarono gli avversari nel Tàrtaro, sotto la sorveglianza degli Ecatonchiri. In età tarda si diffuse la tradizione che Crono, riconciliatosi col figlio, avesse scelto per dimora le Isole dei Beati o addirittura l’Italia. A lui si attribuivano altri figli, come per esempio il centàuro Chiréne (natogli dall’unione con l’oceànide Filira) ed Efèsto (avuto con Era). I Romani lo identificarono col vecchio dio latino Saturno. (Il., V, 1006-1010; XIV, vv. 327-334; XV, vv. 266—269).
G. Messina, 1958

Paolo Colona








