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Archeoastronomia - linee guida

Qualche osservazione personale sulla formazione professionale dei futuri archeoastronomi.

Si è da poco tenuto a Genova (8 e 9 febbraio 2002) l’incontro preliminare al convegno “Archeoastronomia - un dibattito fra archeologi e astronomi alla ricerca di un metodo comune”.
Tale incontro è stato estremamente fecondo, mettendo a confronto astronomi e archeologi impegnati su un fronte di studio completamente nuovo e del quale manca anche una corrispondente figura universitaria.

Lasciando agli organizzatori dell’iniziativa l’onere di produrre gli atti di questo importante momento di crescita della ricerca scientifica, riporto qui alcune idee che ho avuto modo di presentare al Convegno.

- Alcuni studiosi di astronomia dell’antichità hanno commesso il non trascurabile errore di “innamorarsi delle proprie idee”. Succube di una fascinazione, il ricercatore perde ogni senso della realtà e continua a sostenere le proprie costruzioni mentali contro ogni prova contraria (o “in assenza di prova a favore”). L’esito di tale innamoramento è sempre fatale, vuoi per lo studioso, che viene screditato per sempre, vuoi per l’eventuale pubblico che lo segue e che resta ostaggio di convinzioni potenzialmente false.

- Se questo “errore” permette di distinguere uno studioso “serio” da un “fanatico”, tuttavia bisogna preoccuparsi anche di quale sia il confine fra “fanatismo” e semplice ignoranza. Ciò che a me sembra costituire un problema anche per gli studiosi più seriamente predisposti, è in altre parole l’errore di “affibbiare” all’antico un certo grado di conoscenza astronomica quando al contrario si dovrebbe “risalire” a tale conoscenza attraverso lo studio dei reperti archeologici (o di altri retaggi del passato). Non si tratta qui tanto di un “innamoramento”, ma dell’applicazione indebita di un punto di vista autocentrico, di un pregiudizio che fa della conoscenza astronomica una scala che, quasi fosse un corso universitario, porta dall’ignoranza dei primi ominidi alle conoscenze dell’era spaziale.

- Per evitare di sovrapporre indebitamente il nostro sistema di conoscenze a quello degli antichi (o preistorici) è assolutamente necessario sapere innanzitutto quali siano le scoperte che sono alla portata di chi osserva esclusivamente ad occhio nudo. L’archeoastronomo non si avvarrà cioè di conoscenze generiche di astronomia quanto di sapere cosa è effettivamente osservabile ad occhio nudo.

Un esempio sarà opportuno:

Informazioni sulla formazione del Sistema Solare o sulle galassie sono perfettamente superflue all’arcehoastronomo. Non altrettanto si può dire della visibilità dei pianeti ad occhio nudo: è possibile studiare l’astronomia antica (o preistorica) senza sapere come e quando si possono osservare i pianeti e come essi appaiono? L’archeoastronomo non solo dovrà conoscere, per esempio, il periodo di rivoluzione di Giove, ma dovrà sapere che un simile dato è talmente facile da ricavare con l’osservazione visuale, che poteva essere perfettamente conoscibile dall’uomo di anche 40mila o più anni fa.

Non bisogna però limitarsi a ciò che noi consideriamo “facile” o “difficile”, perchè taglieremmo fuori, credendole “difficili”, molte possibili osservazioni: dobbiamo attenerci a “ciò che è osservabile”.

In definitiva: all’archeoastronomo non basta una preparazione teorica “sui libri”, ma deve conosce a menadito il cielo e quali fenomeni sono osservabili ad occhio nudo, lo “strumento” scientifico dei nostri progenitori. E questo sottolinea come l’archeoastronomia non corrisponda alla “somma” delle conoscenze dell’archeologo e dell’astronomo: quest’ultimo infatti non ha alcuna dimestichezza con l’aspetto del cielo e dei suoi fenomeni ad occhio nudo.