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LA LOCANDIERA

Teatro Verga, dal'1 febbraio 2007

Nel 2007 ricorre il trecentenario della nascita di Carlo Goldoni, forse il più importante autore italiano teatrale di tutti i tempi. Tra i suoi immortali capolavori è senz’altro La locandiera . Il 22 aprile 1979 Giancarlo Corbelli, in occasione dell’inaugurazione del Teatro Goldoni di Venezia appena restaurato, ne allestì una celebre edizione, con Carla Gravina protagonista, con tale successo da essere rappresentato per ben tre stagioni di seguito. Quello spettacolo “passò alla storia”; fu infatti salutato dall’ambiente teatrale come una svolta nelle regie goldoniane. Non ne veniva fuori una Mirandolina raffinata, come per esempio quella Morelli-Visconti che pure rivoluzionò tanti luoghi comuni goldoniani, ma un personaggio - e uno spettacolo - duro e elegante, un po’ “noir”, con una forte componente erotica e di conflitto sociale. Ne fu fatta una versione televisiva il cui DVD nello scorso dicembre è stato commercializzato da RaiCinema-01 nelle librerie e ha riscontrato un enorme successo.

Molti anni dopo lo stesso regista sceglie Mascia Musy, per rinnovare questo suo capolavoro. Il ruolo che fu di Pino Micol è ora interpretato da Francesco Biscione, la parte del Marchese è affidata a Paolo Musio, il Conte è Massimo Cimaglia e Fabrizio Andrea Benedet. Il genio del regista si è particolarmente incentrato sulla recitazione cercando ritmi “umani” con un respiro diverso da quelli vertiginosi che la televisione ci impone e spesso ritroviamo nel nostro quotidiano. Ogni battuta è soppesata e calibrata in ogni suo piccolo particolare. Sono soprattutto i giovani a subire maggiormente il fascino di uno spettacolo che rende altresì ai personaggi goldoniani uno spessore ben più marcato dagli “a parte” ai quali erano relegati. Insomma uno spettacolo da non perdere, non solo perché in esso traspare fortemente tutto il meglio del grande maestro Cobelli, ma perché è forse una delle poche, ultime occasioni di vedere una messinscena teatrale tanto moderna nella regia, quanto classica in un rigore di cui il nostro ambiente si sta sempre più depauperando. In un quotidiano dove si parla tanto, uno spettacolo che spinge all’ascolto.

La Compagnia del Teatro Moderno porta in scena un classico in cui, dietro scaramucce amorose, lacrime e svenimenti, a confrontarsi davvero sono il passato degli antichi privilegi nobiliari e la nuova epoca borghese che sta nascendo. È la modernità a uscirne come unica trionfatrice. Chissà se Goldoni costretto in esilio a Parigi dagli eventi, e proprio negli anni della storica Rivoluzione, ripensando alla padrona di locanda Mirandolina, non abbia riconosciuto profetico l’approdo da lui stesso designato alla sua grande protagonista.

“Infatti - sottolinea Cobelli - come la Rivoluzione francese ha traghettato il vecchio mondo verso un rinnovamento, così Mirandolina, futura incarnazione di un’intraprendente donna d’affari, spalanca la finestra al nuovo secolo e ne scaraventa fuori merletti, parrucche, jabeaux, tricorni e bautte; reperti di un Settecento in agonia. Si focalizza così la magia di un apparente darsi convegno nella locanda di tre prototipi: Marchese, Conte e Cavaliere, tre accaniti sostenitori di stemmi nobiliari, di albagie al suon di zecchini d’oro e di ciniche filosofie del disincanto. I malcapitati, resi ciechi da un Cupido malnato, offrono il collo alla mannaia della seduzione e dei ben recitati raggiri della lungimirante femmina, altro che le due comiche mestieranti dell’ipocrisia che sotto teatrali spoglie si spacciano per alte dame! La lungimiranza di Mirandolina, mascherata da lagrimucce studiate, finezze sottomesse, svenimenti e altre civetterie muliebri, fa germogliare sul ceppo dei condannati il fiore dell’abilità organizzativa e del concreto calcolo: i nuovi araldi di un Ottocento commerciale e borghese. Vita nuova, aria nuova! Questa è la fede matrimoniale che Mirandolina infila al dito di Fabrizio, suo cameriere fedele, giovane disposto a tutto, comprese le affaristiche pretese della padrona”.

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