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Intervista Silvio Muccino

estrapolata dal pressbook

Quando è nata l’idea di “Parlami d’amore”?

L’idea è nata per caso circa due anni e mezzo fa sul divano della vecchia casa di Carla Vangelista, dove lei ed io ci siamo conosciuti. Forse è più giusto dire che sono nati prima i personaggi, poi la storia.

Com’è stato il passaggio dal libro al film?

Per me è stato da un lato molto faticoso e rischioso, dall’altro, estremamente naturale. Essendo un attore e, all’occasione, anche sceneggiatore, avevo sperimentato l’inevitabile frustrazione di chi racconta e interpreta le sue storie sapendo che la realizzazione vera è affidata al regista. “Parlami d’amore” mi ha portato a rivestire prima il ruolo di autore e poi, piano piano, mi ha condotto per mano verso quello che si è rivelato un destino inappellabile: essere anche regista di questa mia storia. Nel passaggio dal libro alla sceneggiatura sono stati ovviamente apportati dei cambiamenti e, di conseguenza, più che una sceneggiatura tratta dal libro, si può parlare di un film liberamente tratto dalla storia di “Parlami d’amore”.

Come è avvenuta la scelta dei nomi dei personaggi?

L’idea del nome Sasha l’ha avuta Luca Di Fulvio, il compagno di Carla Vangelista. Mi è subito piaciuto perché completamente demodé e perché finisce in A, come in nomi femminili. Nicole, invece, è un nome talmente sensuale e femminile che è nato insieme al personaggio. Non poteva chiamarsi altrimenti. Anche Benedetta è un nome azzeccato per il personaggio, perché abbastanza aristocratico e, paradossalmente, significa l’esatto opposto di ciò che il personaggio è.

A proposito di battesimi, il titolo “Parlami d’amore” è stato scelto subito oppure avevate altre ipotesi?

Il libro per molto tempo si è intitolato “La stanza è calda” perché era la frase di apertura e nell’attesa di trovare un titolo più adeguato continuavamo a chiamarlo così. Poi l’abbiamo intitolato Cyrano, perché Nicole aiuta Sasha a sedurre Benedetta, proprio come accadeva a Cyrano de Bergerac con Cristiano. Poi è nato questo titolo, semplicemente perfetto per Sasha, Nicole e Benedetta.

Come hai ricreato cinematograficamente il mondo di “Parlami d’amore”?

Esattamente come lo avevo sempre immaginato. Sono cresciuto per un anno e mezzo nutrendo un mondo immaginario e, ad un certo punto, quel mondo l’ho realizzato proprio come mi appariva. Le finestre di casa di Sasha, così come le mura di casa di Nicole, erano proprio quelle che avevo sempre avuto in mente.

Ci sono nel film riferimenti e citazioni cinematografiche?

Diciamo che ho scelto dei grandi esempi a cui ispirarmi. C’è una delle prime sequenze del film, quella di Sasha e Nicole che camminano su un ponte, che si ispira al film “Fino all’ultimo respiro” di Godard, dove Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg camminano e dialogano di spalle sugli Champs-Elysées. Ho fatto riferimento a film come “Harold e Maude”, perché vorrei considerarlo il nonno di questa storia. Quel film, così come “Parlami d’amore”, racconta di un amore libero e rivoluzionario che non bada all’età o alla forma. E poi Bertolucci che io amo sopra ogni cosa. E’ un vero maestro e non nego di essermi nutrito del suo cinema, delle sue musiche e dei suoi personaggi, al punto che anche gli ambienti e gli interni notte di “Parlami d’amore” sono ispirati ai suoi film. La camera da letto, ad esempio, per me è un tributo a “Ultimo tango a Parigi”. C’è una scena dove Sasha viene picchiato sul ciglio di una strada ed è una citazione di “Il conformista”. Ci sono anche riferimenti di altra natura, come il primo film di Alfonso Cuaròn, “Paradiso perduto”, che mi ha ispirato una scena tra Sasha e Nicole.
Per la colonna sonora ho attinto a piene mani dal cinema americano degli anni ’70 che rappresenta un mondo unico e irripetibile: “Harold e Maude”, “Tornando a casa” e “Una squillo per l’ispettore Klute”; tutti film meravigliosi con musiche e personaggi unici. Le musiche dei Jefferson Airplane, Buffalo Springfield, Bobby Hebb. “Sunny” di Bobby Hebb è una delle canzoni usate durante un ballo tra Sasha e Nicole. Si tratta di canzoni che più che raccontare un periodo, secondo me, raccontano uno stato d’animo, una libertà sentimentale e di pensiero che oggi abbiamo in qualche modo perso.

Il cast tecnico e artistico?

La Cattleya con me è stata molto generosa perché mi ha consentito di raccontare questa storia esattamente come l’ho sempre immaginata, garantendomi un cast tecnico e artistico di eccellente qualità. Ho avuto la fortuna di lavorare con Maurizio Millenotti, un genio dei costumi, e Arnaldo Catinari, direttore della fotografia, senza il cui apporto le immagini non avrebbero mai avuto lo stesso impatto. Anche il cast artistico è stato quanto di meglio un regista potesse sperare. Lavorare con Aitana Sanchez e Carolina Crescentini è stata un’esperienza indimenticabile, sia per l’enorme amore che riversano in questo lavoro, sia per la semplicità e l’immediatezza di cui sono dotate. Inoltre ho avuto il privilegio di dirigere Geraldine Chaplin e la cosa, devo ammettere, mi ha fatto un certo effetto. Anche il cast maschile è eccellente. Giorgio Colangeli aveva un compito non facile: il suo personaggio lo aspetti per tutto il film, e quando finalmente arriva ti aspetti una grande performance. E lui c’è riuscito perché è un grande attore. Max Mazzotta, nella parte di Fabrizio, mi ha stupito quando mi ha detto che era al suo primo ruolo drammatico. Max è un attore comico eccezionale, ma possiede anche una notevole predisposizione al dramma; il suo provino è stato talmente toccante che era come se non avesse fatto altro per tutta la vita. E poi c’è Flavio Parenti, la vera sorpresa del film. Flavio proviene dal mondo del teatro e alla sua prima esperienza cinematografica ha rivelato un modo assolutamente unico e particolare di recitare. Possiede carisma e una fisicità incredibile. E così tutti gli altri, come Andrea Renzi con cui ho lavorato in grande sintonia.

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