I civitoti in pretura

Catania, Teatro Musco, dal 08/01/2009 al 15/02/2009

Scritto nel 1893, l’atto unico I civitoti in pretura è il primo lavoro drammaturgico del ventenne Nino Martoglio, nato a Belpasso, in provincia di Catania, nel 1870. Ed anche il più rappresentato. Il testo è un piccolo gioiello di comicità, ottimo esercizio per un ritorno alle radici, attraverso il recupero del dialetto, in questo nostro tempo di globalizzazione e omologazione. Il direttore del Teatro Stabile Giuseppe Dipasquale lo ha dunque prescelto per aprire il filone “Del comico o del popolare”, che costituisce una delle linee direttrici del cartellone, in un’ottica mirata a valorizzare l’identità della cultura e della tradizione isolane . Della pièce martogliana lo Stabile allestisce una nuova produzione che sarà in scena dall’8 gennaio al Musco, nell’adattamento in due atti firmato da Turi Giordano, che cura anche la regia. Scene e costumi sono di Oriana Sessa, le musiche di Gianni Bella, le luci di Franco Buzzanca. Un team di qualità per una protagonista d’eccezione, Guia Jelo, qui affiancata da un cast corale che annovera Leonardo Marino, Orazio Mannino, Rossana Bonafede, Olivia Spigarelli, Riccardo Maria Tarci, Toni Lo Presti, Aldo Toscano, Raniela Ragonese, Santo Santonocito, Adelaide Messina, Plinio Milazzo, Fabio Costanzo, Giovanni Vasta, Alessandro Idonea.

Martoglio, il “Goldoni siciliano” come lo definì Vittorio Emanuele Orlando, decise di volgersi al mondo teatrale nel tentativo di riportare alle platee di tutta Italia il teatro dialettale siciliano, che l’attore Giuseppe Rizzotto aveva divulgato anni prima. E Martoglio raggiunse ben presto una straordinaria notorietà, avendo scoperto alcuni attori isolani dotati di eccezionali capacità, come Giovanni Grasso, Marinella Bragaglia, Angelo Musco. Cominciò così a fiorire quel repertorio dialettale di cui Grasso, incupendo le tinte, sarebbe stato l’espressione tragica e Musco, con l’estemporaneità delle sue battute, l’espressione comica e beffarda sino al delirio buffonesco. Suo merito fu anche aver scoperto interpreti destinati a segnare un’epoca come, oltre a quelli già citati, Mimì Aguglia, Virginia Balistrieri, Rosina Anselmi; attori e attrici di forte temperamento, in grado di infiammare le platee. Come lo è la primadonna dell’odierna edizione. «L’idea iniziale - sottolinea Turi Giordano - me l’ha indicata quel mostro di bravura che è Guia Jelo. Lei mi ha suggerito di mettere in scena una Cicca Stonchiti (la protagonista de I Civitoti) “diversa” dal solito cliché per farne una donna piena d’umanità, che assurge quasi ad “eroina della Civita”. Lavorando su questa idea e riprendendo le tre stesure che Martoglio aveva fatto del testo in questione, ho assemblato un nuovo copione, reinserendo battute e personaggi che col tempo erano stati eliminati (come ad esempio il Don Tartaglia napoletano), aggiungendovi il personaggio dello stesso Martoglio che narrerà al pubblico come si svolse la prima messa in scena della sua prima opera teatrale. Inoltre ho preso alla lettera la didascalia che dice testualmente: “sceni satirichi - farsischi” cercando di mettere in risalto più la satira che la farsa; difatti durante l’intero spettacolo vi saranno “gags” e “riferimenti” che metteranno alla berlina l’attuale stato in cui si trovano le Preture italiane».
Una lettura in linea con lo spirito martogliano, che conferisce alla parlata dialettale un’importanza determinante nel rendere costume, indole, ambienti preferiti dei siciliani. Martoglio dibatte così svariati argomenti, riferendo di avvenimenti di politica municipale, di mondanità contadina e folclorica, istanze socialisteggianti, iniziative sociali, conflitti di classe.
Lo spettacolo riserva ancora altre sorprese. Spiega ancora Giordano: «Ho aggiunto un po’ di quel sapore da “vaudeville” in voga negli spettacoli fine-ottocento e che tanto piacevano al pubblico. Proprio per questo mi avvarrò di musiche, scritte per l’occasione da un catanese doc che risponde al nome di Gianni Bella. Come si vede, questi Civitoti non potevano essere affidati a mani migliori, scusate l’immodestia: protagonista, regista e musicista, sono tutti “marca liotru”, catanesi purosangue, cosa che, considerata nelle sua giusta dimensione artistica, potrà infondere allo spettacolo quella “liscìa” e quegli umori tipici della nostra città. Il tutto, ovviamente, rispettando la tradizione di quel glorioso teatro siciliano che si sta cercando di riproporre in maniera moderna destoricizzandolo».

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