
Bonaventura, ovvero come si rappresenta un classico. È con questo spirito che bisogna proporre per le scene il testo di Sergio Tofano.
Oggi il suo Bonaventura è come un classico della nostra storia teatrale, sia perché, essendo stato scritto da un attore di razza, rispetta le sacre leggi del palcoscenico; e poi perché è scritto, oltre che da un attore di razza, anche da un intellettuale di razza. Tutti notano, a una prima lettura, che i personaggi di Tofano sono discendenti diretti della più nobile tradizione teatrale italiana: la Commedia dell’Arte.
Si dirà: non ci allarghiamo troppo coi massimi sistemi, trattasi di teatro per l’infanzia. Ma Strehler diceva: «Non esiste una favola per ragazzi o una favola per adulti. Dire “teatro per ragazzi” significa ghettizzarlo. La favola è per tutti». A riprova degli effetti benefici di questo spettacolo “per ragazzi” basta citare la recensione deliziata (1927) di Silvio D’Amico: «Volendo sostenere, com’è ovvio, che Tofano attore e Tofano disegnatore son tutt’uno: e le cose più carine che il primo ci dà, ce le dà quando diventa, con quella grazia elegante di stilizzato sapore grottesco, uno dei suoi propri pupazzi.
Immaginatevi dunque quel ch’egli fu nello spettacolo di ieri: autore, attore, inscenatore e personaggio mitico; tutti riuniti in una persona sola».
A proposito del “teatro per ragazzi”, Tofano scriveva in un articolo del 1937: «Per carità, niente quadretto familiare, niente oleografie patetico-sentimentali; non gesti edificanti di scolaretti probi né nobili azioni di balilla eroici. Facciamoli ridere, vivaddio, a teatro, risvegliando in essi il senso della bontà; più benefica quindi dei predicozzi, dei pistolotti e, soprattutto, della retorica».
Tutto questo con dei “pupazzi” che si chiamavano Contessa della Ciambella o Barone Partecipazio. Ma, in questo autore tanto amato da Calvino per la sua leggerezza, quello che contava soprattutto era il buon gusto. Perché “il cattivo gusto è più attaccaticcio della scarlattina”.

Angela Platania








