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La libertà è un bene immenso, senza non si vive, si vegeta

Quando si intuisce di essere ignoranti si compie già il primo passo per uscire dal buio. Decisi di tenere un diario.

Un intervento di Nuto Revelli in occasione del conferimento della laurea Honoris causa

A lezione nel mondo dei vinti

di Nuto Revelli

La laurea Honoris causa che questa prestigiosa università mi ha conferito, mi inorgoglisce perché premia il mio impegno di cultore delle “fonti orali”. Ma soprattutto mi intimidisce perché la maggior parte del merito delle mie indagini spetta agli autori delle storie di vita che ho raccolto, ai protagonisti del mio “mondo dei vinti”.

Avevo 20 anni nel luglio del ‘39 quando conseguii presso l’istituto tecnico di Cuneo il diploma di geometra. La guerra era alle porte. Non per niente domandai subito di venire ammesso in un’accademia militare per imparare quel mestiere. Altro che geometra. Trascorsi due anni a Modena, in quella scuola severa come un seminario. Poi, con il grado di sottotenente, fui assegnato al II reggimento alpini della divisione Cuneense, che era appena rientrato dall’Albania.

Erano stanchi i miei alpini, dopo le esperienze non certo esaltanti del fronte occidentale e del fronte greco-albanese. Diventarono i miei “maestri”. Dialogavo con loro, li ascoltavo. Mi intimidivano. Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano la famiglia, la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una “licenza agricola”.

Nel luglio del ‘42, con il V reggimento alpini della divisione Tridentina, fui inviato sul fronte russo. Conservo un ricordo preciso di quanto fosse immensa la mia ignoranza. Appartenevo alla categoria dei cosiddetti “colti” ma a malapena sapevo dove fosse collocata geograficamente l’Urss. Non mi rendevo conto di appartenere a un esercito di aggressori. I tedeschi vincevano anche per noi e li consideravo alleati preziosi. Andavo a migliaia di chilometri da casa mia, ad ammazzare o a farmi ammazzare, ma per che cosa? Per la “Patria”. Quale “Patria”? Quella del fascismo, della monarchia, dei Savoia?

Quando si intuisce di essere ignoranti si compie già il primo passo per uscire dal buio. Decisi di tenere un diario. Mi ripromettevo di elencare i momenti più significativi dell’esperienza che stavo per vivere, di registrare i miei stati d’animo, miei sentimenti più intimi. Volevo imparare, volevo capire.

Durante il viaggio _ a Stalbtzy _ intravidi gli ebrei, quelli dei campi di sterminio dei quali ignoravo l’esistenza. Erano una sessantina di relitti umani _ donne, uomini, bambini _ scalzi, sporchi, coperti di stracci. Tutti marchiati con la stella gialla. Sembravano fantasmi. Si trascinavano lungo la nostra tradotta implorando un pezzo di pane. Odiai le due SS che li controllavano da lontano con i mitra spianati. E dissi a me stesso: “Questa è la guerra dei tedeschi, non la mia guerra”. Ero ignorante, ma incominciavo a interrogarmi, a scegliere, a capire. Poi la vita di linea, sul Don, e nel gennaio ‘43 l’inizio della fine, il disastro. Ricordo tutto dei giorni e delle notti della ritirata, di quell’interno. Il 20 gennaio _ terzo giorno della ritirata _ nell’immensa piana di Postojali, nei 25 gradi sotto zero mi resi conto che avevo capito tutto. La nostra colonna _ 30 o 40 mila uomini allo sbando _ sostava da ore in attesa di ordini. Eravamo più morti che vivi. Maledii il fascismo, la monarchia, le gerarchie militari, la guerra. Avevo capito tutto, ma troppo tardi!

“Ricordare e raccontare”, questa la parola d’ordine che mi portai nel cuore da quell’esperienza tristissima. Nei giorni dell’8 settembre ero a Cuneo e se scelsi istintivamente di lottare contro i fascisti e i tedeschi fu perché sentivo nella mia coscienza il peso enorme di quelle decine di migliaia di poveri cristi _ la maggior parte “contadini in divisa” _ mandati a morire per niente in quella guerra maledetta. Furono importanti i mesi che trascorsi nelle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà”, con “maestri” come Livio Bianco e Duccio Galimberti. In quei venti mesi diventai adulto.

Soprattutto Livio mi era vicino. Io lo aiutavo a risolvere i problemi pratici, quelli militari. E lui mi insegnava l’abc della cultura politica, e a dare un senso all’esperienza che stavo vivendo.

Nel ‘46 sentii l’obbligo di gridare la mia verità. Pubblicai il mio diario di Russia. L’informazione era vaga, per non dire inesistente. Le fonti ufficiali tacevano. E le famiglie della provincia di Cuneo che avevano perduto un loro congiunto sul fronte russo, circa 7000, continuavano a illudersi che tutti gli “assenti” fossero vivi, prigionieri. Per l’autorità militare, quasi tutti gli “assenti” appartenevano alla vastissima categoria degli scomparsi nel nulla, dei “dispersi”: cioè dei non vivi e non morti.

Nel ‘62, con la Guerra dei poveri, conclusi il mio discorso autobiografico. E decisi di dare una voce agli ex soldati, a chi aveva sempre dovuto subire le scelte degli “altri”, ai pochi superstiti della prigionia di Russia. Pubblicai La strada del Davai. Poi L’ultimo fronte: raccolsi le lettere che i caduti e i “dispersi” avevano inviato alle famiglie dai vari fronti di guerra, soprattutto dal fronte russo. Erano difficilmente raggiungibili quei piccoli “archivi familiari”, custoditi gelosamente dalle madri, dalle spose, dalle sorelle dei caduti e dei “dispersi”. Bisognava acquisire quegli epistolari senza procurare nuovi traumi e sofferenze. Occorreva molta umiltà e prudenza nel chiedere.

Centinaia di lettere le acquistai da uno straccivendolo di Cuneo: l’autorità militare le aveva cedute come carta da macero. Non poche di quelle lettere le restituii poi alle famiglie perché erano preziose come tanti testamenti.

Ma assistevo al grande esodo dalla campagna povera, all’abbandono delle aree depresse della montagna e dell’Alta Langa, come risposta all’industrializzazione troppo rapida della pianura. Era un vero e proprio terremoto. Si contavano a migliaia i contadini, i montanari che diventavano manovali dell’industria. Un patrimonio di forze, esperienze, mestieri, destinato a disperdersi. Altro che “difesa dell’ambiente” e “governo del territorio”. Con l’esodo indiscriminato, caotico, in non poche aree della nostra collina e della montagna si sfilacciava il tessuto sociale, si estendeva il deserto.

Raccolsi le storie di vita de Il mondo dei vinti e de L’anello forte per dare voce a chi era costretto, ancora una volta, a subire le scelte sbagliate degli “altri”. Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell’ignoranza, come eravamo cresciuti noi della “generazione del Littorio”. Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta.