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La verità dei trans

Le rubriche dei lettori, nei quotidiani, ma sopratutto nelle riviste settimanali, rappresentano un interessante spaccato della vita reale. Una di queste rubriche è tenuta dal filosofo Umberto Galimberti sull' inserto settimanale dedicato alla donna del quotidiano "La Repubblica". Si tratta di scritti preziosi da due punti di vista principali: Il primo è quello delle lettere inviate, che descrivono o lasciano intuire frammenti di storie di vita della gente comune. Il secondo è quello dato dalla capacità di Galimberti di collegare questi elementi di vita quotidiana alle grandi questioni dell'esistenza, smascherando spesso i meccanismi del potere e le ipocrisie della cultura dominante. Tutto questo senza mai perdere di vista la umanità dei problemi posti ed il rispetto dell'interlocutore. Un insieme di tasselli che sorprendono e nello stesso tempo orientano nell'epoca della complessità.























La verità dei trans

Scrive Dostoevskij in Ricordi dal sottosuolo (Feltrinelli): “In quel momento mi si presentò con assoluta chiarezza, assurda e schifosa come un ragno, l’immagine della depravazione che, senza amore, brutale e spudorata, comincia direttamente da ciò che solitamente corona il vero amore”


Sono una transessuale di 42 anni, vivo a Bologna da 25 anni. Sono orfana di padre e madre e ho vissuto fino a 14 anni in un collegio poi per due anni ho vissuto a casa di un fratello maggiore. All’età di 16 anni sono scappata di casa senza farvi mai più ritorno e senza vedere più nessuno dei miei fratelli tutti molto più grandi di me.
Avevo deciso di vivere questa realtà senza creare problemi a loro. Ho iniziato allora le terapie ormonali seguendo consigli da transessuali più grandi di me. A mano a mano che passavano i mesi vedevo che il mio corpo stava cambiando e assumeva un aspetto sempre più femminile. Ero molto felice allora di questo. Trovare lavoro allora come ora era molto difficile per una transessuale o per meglio dire un uomo che sembrava una donna e così per mia scelta ho deciso di prostituirmi dall’età di 16 anni senza immaginare a quali tristezze sarei arrivata.
In questi ultimi anni ho lavorato per brevi periodi facendo pulizie di locali, la segretaria in qualche ufficio comunale ma sempre lavori saltuari non definitivi.
Premetto che sono una persona semplice, onesta, affidabile e mi reputo abbastanza intelligente. Purtroppo questa precarietà sul lavoro mi costringe ancora ad andare sul marciapiede per sopravvivere e io non ce la faccio più, sia fisicamente sia psicologicamente.
Gli uomini che vanno con trans o prostitute le vogliono giovani e belle e io non lo sono più. A questi uomini non interessa se sei una persona seria, affidabile, buona: vogliono solo la bellezza, la freschezza per il momento che ti usano.
Tornando al problema del lavoro mi sono rivolta anche ai servizi sociali ma mi hanno aiutato poco per non dire niente. Spero che un giorno anche io possa vivere una vita dignitosa, avere un lavoro fisso e gratificante. Che non sia l’occasione per ricominciare a piacermi un po’?

Una trans molto triste

Chissà come si fa crudele il cuore quando il riconoscimento arriva solo per la bellezza del corpo, ormai non più tuo, perché ridotto a semplice esca dell’immaginario altrui. Chissà come è difficile recitare la gioia della sessualità con alle spalle biografie così accidentate e sole, che però devono stare ben nascoste sotto la maschera del professionismo della felicità. Chissà cosa si prova ad abitare un corpo che esiste solo per altri, il cui riconoscimento non passa attraverso uno sguardo, una parola, ma brutalmente e unicamente attraverso il denaro.
Forse è un po’ per tutti così. Quanti impiegati devono essere, nonostante tutto, gentili e sorridenti, quanti operai devono essere contenti di avere un lavoro che, anche se monotono e ripetitivo, garantisce loro quel briciolo di dignità che il disoccupato non conosce. Ma la differenza rimane. Perché la prostituzione maneggia i desideri che si nascondono nelle parti più remote dell’anima, e li maneggia prescindendo dall’anima, esalata nell’epidermide di un corpo che si fa interprete di quanto si agita negli scantinati più profondi di noi stessi.
Terribile fraintendimento, perché non è vero che nell’incontro si consumano solo vicende corporee, si consumano vicende di anime messe a tacere. L’insoddisfazione nasce da qui. Si incarica la sessualità a tenere un discorso che non è il suo, un di-scorso economico, per chi riceve l’offerta, e un discorso di potere per chi ne fa richiesta. Un corpo a corpo tra denaro e potere giocato sul registro della sessualità, la quale dovrebbe aver parentela con l’amore che invece, nella circostanza, è il grande escluso.
In questo fraintendimento dei registri, dove potere e denaro si scambiano tramite la mediazione del sesso, che col potere e con il denaro ha scarsa parentela, c’è il massimo della perversione e insieme il suo fascino. Perversione perché nessun linguaggio va nel suo giusto verso. Fascino perché per un attimo si vive l’ebbrezza della confusione dei codici che portano tutti i linguaggi alla loro deriva.
Nel caso poi della transessualità salta anche il codice della differenza sessuale, più utile all’organizzazione genitale e all’ordine sociale di quanto non risponda a un ordine naturale. Nessuno infatti è “per natura” relegato in un sesso. L’ambivalenza sessuale, l’attività e la passività sono iscritte nella sessualità di ogni soggetto e non come termine assoluto legato a un determinato organo sessuale. Tutto il lavoro sociale consiste allora nel disperdere questa realtà irriducibile per ridurla ai segni della grande distinzione tra il maschile e il femminile, intesi come due sessi pieni, assolutamente distinti e opposti l’uno all’altro.
Nasce così l’immaginario sociale della sessualità, che, dopo aver risolto la differenza dei sessi nella differenza degli organi sessuali, consegna il sesso alla sua anatomia per rimuovere l’originaria ambivalenza erogena e per iscriverlo in quello statuto sessuale che, se da un lato gli consente di entrare, senza fraintendimenti nell’ordine sociale, dall’altro lo segrega, perché lo definisce.
Il transessuale rivela l’ambivalenza di ognuno di noi, la mette in scena, gioca con i codici e ride della loro rigidità. In qualche modo dice una verità e, a chi gliela paga, la concede. Poi il trascorrere degli anni rende minacciosa la festa della confusione dei codici. Si spengono le luci, anche quelle delle vie periferiche della città. Bisogna tornare in città. E per la verità che i transessuali hanno rivelato, qualcuno dovrebbe accoglierli. Glielo auguro di cuore.

Umberto Galimberti