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Rompete il silenzio

Quando il silenzio è complice


























Lettere

Scrive Stanley Cohen in Stati di negazione (Carocci): “Il silenzio è spesso
un modo per mantenere segreta a noi stessi la verità che non abbiamo
il coraggio di affrontare”

di Umberto Galimberti


Le chiedo un parere su ciò che si intende oggi per silenzio.
Le troppe parole, forzate in significati strumentali, impoverite e spesso tradite creano rumore, confusione.
Ma mi chiedo: non è forse peggiore l’elogio del silenzio, del non-pronunciato, del vuoto?
Vedo il silenzio come una gabbia, una fitta rete che impiglia la vita degli uomini con la “complicità” della paura, della solitudine, dell’invidia.
In questa ricca parte del mondo, il silenzio fa dormire sonni tranquilli a coloro che investono denaro per le armi, che invitano, tramite i media, alla difesa personale, che convincono a investire molto nella sicurezza.
Mentre l’urlo, il grido di dolore delle popolazioni che lottano per la vita restano inascoltati, cadono nel nulla.
Mi arrabbio col silenzio che va contro la tolleranza, la partecipazione, la percezione dell’altro e dunque l’altruismo.
A mio avviso, laddove c’è silenzio si nasconde sofferenza, violenza, sopraffazione perché nel silenzio vedo egoismo.

Adriana Martinoli - Roma

Il silenzio, spesso, è una grande macchina di falsificazione, talvolta più efficace delle parole che mentono. Ad esempio che atteggiamento assumiamo di fronte alle immagini televisive che ci fanno vedere profughi in fuga dai loro Paesi per fame o per ragioni politiche, bambini africani che muoiono di fame o di Aids, cadaveri nei fiumi, volti contorti nello strazio e nella disperazione?

Spesso decidiamo di evitare queste informazioni, qualche volta non sappiamo neppure quanto escludiamo e quanto accettiamo. Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi. E se il silenzio politico è cinico, calcolato ed evidente, il nostro silenzio interiore, quello che si muove tra consapevolezza e inconsapevolezza, è disastroso, perché toglie ogni speranza a una possibile reazione e inversione del corso degli eventi.

Tra il 1915 e il 1917 un milione e mezzo di armeni sono stati massacrati dai turchi o sono morti durante la deportazione. Nonostante i fatti fossero minuziosamente riferiti dai documenti ufficiali e dalle testimonianze dei sopravvissuti, ci vollero ottant’anni perché alcuni governi europei riconoscessero il genocidio ancora non riconosciuto dagli Stati Uniti, da Israele, e naturalmente dalla Turchia.

Vent’anni dopo in Germania venivano sterminati nei vari campi di concentramento milioni di ebrei, zingari, omosessuali. Lo storico americano Gordon Horwitz ha intervistato le persone che vivevano intorno a Mauthausen. Molti degli intervistati hanno risposto che vedevano dei fumi e sentivano delle dicerie su quanto accadeva in quel campo. Nessuno cercò di mettere insieme le notizie o di informarsi su quanto stava accadendo. Qui il silenzio assume la forma laconica dell’indifferenza.

Per catturare Bin Laden gli americani e i loro alleati hanno ammazzato 5000 afghani civili, non importa se uomini, donne, bambini. Erano innocenti tanto quanto le vittime americane delle due torri. Qui il diniego si manifesta con una frase che è girata ovunque come un dettato ipnotico che tranquillizzava tutte le coscienze. La frase è: “Mi dispiace per la popolazione innocente, ma ci voleva una risposta”. Niente impediva che al posto di questa frase ce ne ponessimo un’altra: “Siamo disposti a uccidere 5000 innocenti pur di catturare Bin Laden?”.

Ma oltre al silenzio, anche il linguaggio è un grande alleato della falsificazione, che può essere letterale: “Non è successo niente”, “non c’è stato alcun massacro”, “non sarebbe potuto succedere senza che noi lo sapessimo”; interpretativo per cui la pulizia etnica si chiama “scambio di popolazioni”, un massacro civile “danno collaterale”, una deportazione “trasferimento di popolazione”, una tortura “pressione fisica”. Oppure, ed è il più diffuso, la falsificazione può essere implicita e ciò avviene quando non si negano i fatti, si esclude solo che questi fatti interpellino proprio noi.
I bambini che muoiono di fame in Somalia, gli stupri di massa delle donne in Bosnia, i massacri di Timor Est, i senzatetto nelle nostre strade sono fatti riconosciuti, ma non sono percepiti come un elemento di disturbo psicologico o carichi di un imperativo morale ad agire.

Il diniego implicito che qui scatta è lo stesso per cui, di fronte a un incidente stradale, i testimoni si dileguano, perché “il fatto non ha niente a che fare con loro”, perché “ci penserà qualcun altro”.
Ogni tipo di diniego comporta una falsificazione della nostra condizione psicologica. Nel diniego letterale non si vuol sapere ciò che si sa, e in quello interpretativo si vuole evitare, attraverso una riformulazione di comodo dei fatti, di essere interpellati legalmente o moralmente, in quello implicito si visualizzano i fatti come estranei alla propria competenza, in modo da sentirsi esonerati da un pronto intervento.

Per arrivare a queste conclusioni è necessaria una falsificazione del nostro apparato cognitivo (non riconoscere i fatti che si conoscono), emozionale (non provocare sentimenti di fronte a fatti che li sollecitano), morale (non riconoscere nei fatti alcuna valenza di ingiustizia o di responsabilità) e di azione (non agire in risposta a quanto conosciamo). Se delle parole non possiamo fidarci sempre, del silenzio non fidiamoci mai.

Umbero Galimberti