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In morte di Enzo Baldoni

Non l'ho mai conosciuto. Non sapevo chi era. Ho letto, come tanti, i suoi diari, i suoi blog e ho scoperto un uomo pieno di gioia di vivere, con quel particolare modo di essere contro l'ingiustizia che è proprio di chi possiede la poeticità dell'esistenza e la persegue con coerenza. Per molti questo significa essere strani, per altri pazzi, per altri ancora "pirlacchioni".

 

La verità è che gli uomini come Enzo ci fanno paura, perchè incarnano ciò che vorremmo fare e non facciamo e dicono le cose che non diciamo, e che spesso  ( come nelle cose più intime dei suoi diari) non ci diciamo.

Sono uomini che sanno “giocare” la vita o “danzarla” come è più in voga dire oggi.

A me viene in mente un altro “pirlacchione”   Francesco d’Assisi, che prende e va dal Sultano, nel pieno delle crociate a dire e sentire, a testimoniare e  conoscere. Per sua fortuna non incontrò briganti nè all’andata, nè al ritorno, come forse qualcuno si augurava.

Adesso, che l’ho conosciuto, mi manca. Non come un eroe del nostro tempo, ma come un compagno di viaggio, un narratore coraggioso di storie vere raccolte per il mondo.

Credo che stia a noi, che ne apprezziamo la vita, trasformare la sua assenza in tensione e consapevolezza civile, in tempi in  cui le barbarie assumono la forma antica della ottusa crudeltà, ma anche quella più moderna della (neanche tanto) sottile derisione  e dell’occultamento continuo della verità.

A Enzo, per vicinanza , dedico questa mia poesia:

Andiamo lucidi Noi viviamo ancora

Stipati di rigore fino agli occhi

Porto con me lo scarto e la Mancanza

E il sogno

Di prosciugare un giorno

La palude del discorso

 

Occorre arare il tempo

Posare il pane sulla pietra

Non fermarsi

Nella casa delle vipere

 

Tenere il naso nel cespuglio

Spingere capre nei resti della guerra

Vivere dei resti della terra

Erranti