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Amelia Rosselli - Diario ottuso

Con Diario Ottuso, Amelia Rosselli, aveva tentato un esperimento di prosa selvaggia. "Partì - recita una frase di Diario Ottuso - partì senza dire a nessuno che partiva; partiva ed era obbediente ad altri nel partire”. Una scrittura inquietante, reale, dura con la violenza di una parola alienata ma non diversa fino a coniugare l'emozione con il furore della mente. C'è uno spazio infinitamente più vasto di questa stretta contrada che davvero "trema d'ingiuria" ed é TEMPO doloroso, rallentato; sistema complesso all'interno del quale le parole sono suoni e insieme pensieri.

Ottuso.
Come a intendere ciò che non è compreso; e come comprendere del resto, se non vivendolo un conflitto interiore così forte,un buio fatto di interrogativi, alla ricerca della verità impossibile?

Diario ottuso (1954-68) è un esempio di prosa della scrittrice ma di una prosa «difficile, interiore quanto la poesia» dice la stessa autrice , evidentemente autobiografico.

Ma cosa poteva non essere autobiografico in una donna mossa eternamente dall’amore e dal dolore?
Verbi come partire, fuggire, non sapere, non capire accompagnano quest’opera, fatta di pensieri, seppur in prosa, profondamente poetici, di un avventura verso il «terreno nero».

«Ah, potessi avere la leggerezza della prosa» dichiarava essa stessa.

Ma la leggerezza non le appartenne mai.
Le appartennero piuttosto la provocazione, la furia, la perentorietà, l’immaginazione delirante.
La passione che cercava una collocazione, la lingua che cercava una risposta, in tutte le lingue che sapeva, che conosceva, come l’esperienza della raccolta Sleep (1992) ci dimostra, «la vita scritta su carta, là scorre il mio seme folle alla morte».

«Io non sono quello che apparo» aveva scritto in Documento.
L’envers dit la verité, aggiungiamo noi.

Importante in questa dichiarazione della Rosselli la sorpresa che l’autrice mostra nei confronti de La libellula, che definiva un testo ‘trascritto’, come se appartenesse ad un’altra persona.

E cos’è quel
lume della verità se tu ironizzi? Null’altro
che la povera pegna tu avesti dal mio cuore lacerato.
Io non saprò mai guardarti in faccia; quel che
desideravo dire se n’è andato per la finestra,
quel che tu eri era un altro battaglione che
io non so più guerrare; dunque quale nuova libertà
cerchi fra stancate parole?

Vale l’osservazione di Charles Baudelaire sull’esistenza di un’estetica, o di un ordine, ‘impossibile da confinare in una definizione’, inattuabilità, proprio per questo, fondante per la poesia.

Il linguaggio della Rosselli si rifiuta di concedere giustificazione ai suoi nessi, di sistemarli in un organismo logico dichiaratamente metafisico, anzi li pone come rimemorazione, automatismo dell’esistenziale-affettivo.

Ciò che lo stimola è la fenomenologia del ricordo, verbalizzato tramite catene associative solo ingannevolmente spontanee.
Infatti, non si tratta di un abbandono della parola ai percorsi sconnessi della memoria, ma di una riconquista di ciò che sembrava destinato alla deriva, come accade alla mente afasica nella sua quotidiana lotta per la riconquista della facoltà della parola.
La sperimentazione della parola ’soave’ è esperienza dell’informazione data all’esterno della memoria personale e collettiva che si vede dispersa e, quindi, ricongiunta al cuore dell’afasia; esperienza, questa, forse, pre-verbale, appartenente alla libido pre-edipica, fuori e oltre la trappola logica del linguaggio quotidiano, e dunque abitatrice del procedimento poetico stesso:
(testo ripreso da Libero di volare) su Tiscali Blog non per plagio, ma per diffondere bellezza)

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