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Lettera sul suicidio

Ma che significa porre fine alla propria vita? Significa disabitare una virtù su cui il cristianesimo ha insistito molto senza riuscire a farsi molto capire. Parlo della "speranza" che la religione cristiana mette a fianco alla fede e alla carità, virtù più note della speranza, più comprensibili, più pratiche.


























Lettere
Il passato è ora
Scrive Montaigne:
“La vita dipende
dalla volontà altrui,
la morte dalla mia”
di Umberto Galimberti

Da sempre lo considero una delle tante scelte che una persona può fare nella vita, tragica o drammatica che sia, ma sempre risolutiva di una situazione esistenziale insopportabile; ma solo raramente posso parlarne, perché tutti, anche io, siamo impigliati nella morale cattolica che considera il suicidio una scelta di viltà, di rinuncia e naturalmente immorale. Mi piacerebbe conoscere il suo pensiero in proposito. Per sua informazione: ho 65 anni, ho avuto una vita con alti e bassi e un solo momento di vera disperazione, che il tempo e la fortuna hanno disperso. Ho pensato al suicidio in quella occasione, ma come possibilità, mai sono arrivato vicino all’attuazione. Il massimo che ho realizzato sono stati dei “piccoli suicidi”, come ho chiamato alcuni ricorsi sporadici a sonniferi. Adesso ho una vita che posso definire felice, ma l’idea del suicidio come concetto e come possibilità di “uscita” mi accompagna sempre.
Lettera firmata

In una sua prefazione a un libro sul suicidio, il filosofo Carlo Sini scrive: “Si vive con gli altri, si muore agli altri”. Questa condizione generale diventa dramma quando la decisione di morire agli altri la prendo io.
Condannato e santificato, il suicidio è stato giocato su mille registri. Luogo eminente della libertà, il suicidio ha affiancato i sentieri della debolezza e della codardia, presentandosi a tutti i tribunali: quelli degli uomini che si lasciano sopravvivere alla propria morte e quelli di Dio da sempre creatore e signore della vita.
Ma che significa porre fine alla propria vita? Significa disabitare una virtù su cui il cristianesimo ha insistito molto senza riuscire a farsi molto capire. Parlo della “speranza” che la religione cristiana mette a fianco alla fede e alla carità, virtù più note della speranza, più comprensibili, più pratiche.
Ho sempre pensato che la speranza non riguarda il futuro, non confina col sogno, non accompagna l’augurio, non frequenta l’auspicio, non attende. Questa proiezione in avanti non ha facilitato la comprensione di questa virtù, l’ha semplicemente abbandonata alla genericità del “finché c’è vita c’è speranza”. Ma andiamo in fondo a questo dire comune e scaviamone il senso a partire da quel cumulo di anni che abbiamo, e da cui prende avvio a ritroso il nostro passato. Qui è la custodia della nostra identità, quella che si vuole abolire in un colpo col gesto suicida.
Ebbene, dipende da noi stabilire se il nostro passato è definitivamente passato o perdura col suo potenziale di avvenire. Qui la religione, grande custode della psiche, e la psicoanalisi, modesta custode della psiche, offrono due diverse soluzioni. Quando con ogni donna che incontro non cesso di ripetere atteggiamenti ed emozioni che ho provato quando ho incontrato quella prima donna della mia vita che era mia madre, un passato in me non è passato, ma continua come trama perenne della mia condotta.
La psicoanalisi tenta di rendere definitivamente passato questo passato, in modo che dalla sua liquidazione possa inaugurarsi un futuro. La religione, che non crede a queste liquidazioni, perché conosce di quali profondità si nutre quell’identità che nel suo linguaggio si chiama “anima”, invita alla riassunzione del proprio passato per evitare che, con la sua chiusura, esso diventi il senso inoltrepassabile della mia vita.
Sia Giuda sia Pietro hanno tradito Gesù, ma mentre Giuda, suicidandosi, ha assegnato al passato il compito di esprimere tutto il senso della sua vita, Pietro ha conosciuto la fatica di ri-assumere il proprio passato togliendogli l’onore di dire l’ultima parola sul senso della sua vita. Questo è lo spazio dove si gioca la speranza o il gesto suicida.
Sperare non significa guardare avanti con ottimismo, ma guardare indietro per vedere come è possibile configurare quel passato che ci abita, per giocarlo in possibilità a venire. Suicidarsi invece è decidere che il nostro passato contiene il senso ultimo e definitivo della nostra vita, per cui non è più il caso di ri-assumerlo, ma solo di porvi semplicemente fine.
E così sia la speranza sia il suicidio giocano i loro dadi sul passato e sul senso che il passato viene assumendo per me. E siccome sono io a dar senso al passato, nella speranza c’è la libertà di conferire al passato la custodia di sensi ulteriori, e nel suicidio l’illibertà di chi nel passato vede solo un senso inoltrepassabile e perciò definitivo. Ma siccome il senso non è in giro come in giro ci sono le cose, ma dipende da noi conferire o togliere senso, in ogni suicida c’è un tratto di infedeltà all’essenza dell’uomo, che è custodita nella possibilità di esistere solo se non smette il lavoro della creazione del senso.
Naturalmente più il senso viene sottratto alla creazione degli individui, più è descritto e prescritto in quella soggettività sovraindividuale che trent’anni fa chiamavamo il Potere o il Sistema, e che oggi, più lucidamente, chiamiamo la Tecnica, allora il suicidio può diventare più frequente e più naturale perché, se rispetto a me il senso è deciso sempre altrove, io sono privato fin dall’inizio della mia essenza di creatore di senso e, ponendo fine alla mia vita, pongo fine a qualcosa che non è mai stato.
Ma non sembra questo il rischio a giudicare dalla felicità che oggi tutti gli uomini provano ad abitare il tempo della tecnica e a consumare i prodotti della tecnica. Eppure proprio qui, sottilmente, a nostra insaputa, prende avvio quel domani così identico all’oggi e allo ieri che costituisce la trama nascosta dell’insensatezza che, un certo giorno, diventa gesto. Un gesto che, al di là delle fantasie eroiche che sempre lo accompagnano, in realtà affonda nell’indifferenza della terra che tutto seppellisce.

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