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subcomandate Marcos

Istruzioni per cambiare il mondo -------------------------------------------------------------------------------- Costruisci un cielo pittosto concavo. Dipingilo di verde o di caffè, colori belli e terrestri. Spruzza di nubi a discrezione. Appendi con attenzione una luna piena ad occidente, diciamo a tre quarti all'orizzonte. Verso oriente fai levare, lentamente, un sole brillante e potente. Riunisci uomini e donne, parla loro lentamente e con affetto, cominceranno a camminare da soli. Contempla il mare con amore. Riposa il settimo giorno. II Riunisci i silenzi necessari. Forgiali con sole e mare e pioggia e polvere e notte. Con pazienza affila uno dei suoi estremi. Scegli un vestito marrone e un fazzoletto rosso. Aspetta l'alba e marcia verso la grande città. A vederti, i tiranni fuggiranno terrorizzati, urtandosi gli uni con gli altri. Ma... non fermarti!... la lotta è appena cominciata. Subcomandante Marcos --------------------------------------------------------------------------------








Inserito il - 17/10/2004 : 21:36:26

Marcos è un gay a San Francisco
Un nero in Sud Africa
Un asiatico in Europa
Un chicano a San Isidro
Un anarchico in Spagna
Un palestinese in Israele
Un indigeno per le strade di San Cristobal
Un ebreo in Germania
Una femminista in un partito politico
Un pacifista in Bosnia
Una casalinga in un qualunque sabato sera
Una qualunque una del Messico
Uno studente in sciopero
Un contadino senza terra
Un editore underground
Un lavoratore disoccupato
Un dottore senza pazienti
Per essere sicuri
Uno zapatista nel sud est del Messico
Per qualcuno Marcos è un essere umano,
tutti gli esseri del mondo.
Marcos rappresenta tutte le minoranze sfruttate
vittime di intolleranza che resistono,
dicono basta e chiedono dignità.

hasta siempre

Viva la vida, muera la muerte!! EZLN

(tratto da hastasiempre

L’11 marzo 2001 una marea umana accompagnava un carro tirato da buoi….sopra vi era la Comandancia dell’ejército zapatista de liberaciòn nacional ( E.Z.L.N. ) che 7 anni fa è insorta contro lo Stato Messicano per chiedere che fossero rispettati i diritti degli indios, gli unici eredi di quella civiltà millenaria, legittima “proprietaria” del “nuovo mondo” invaso e colonizzato dagli europei.
A capo della Comandancia vi è il SubComandante Marcos, un giovane intellettuale di città convertito alla cultura indigena: è un bianco, ma copre il suo viso con un passamontagna, percorre a cavallo le oscure selve messicane e appare nel buio, accompagnato sempre dal suo computer portatile. Colto, acuto, ironico, figlio della borghesia ha una duplice identità: la sua, sconosciuta (molti dicono sia stato un professore di filosofia e arte, ed altri, come Rosario Ibarra de Piedra, pioniera della lotta per i diritti umani in Messico, dicono di vedere in lui Jesùs Piedra Ibarra, desaparecido politico); l’altra, quella di un guerrigliero al servizio di un popolo oppresso.

Ha nel nome un ruolo, quello di subcomandante di un esercito che, armato soprattutto di internet e della ultracentenaria pazienza india, lotta per ridare vita e dignità alle popolazioni precolombiane del Messico.

Il suo è il ritratto di chi, “comandando ubbidendo” , si è messo al servizio dei perdenti della Terra, dei dimenticati, dei non riconosciuti che, stanchi, ma non più disperati, hanno imparato a non arrendersi mai, a nessuna condizione. La voce di questi popoli si propaga attraverso quella maschera nera: quella voce, che afferma che in questo nuovo mondo bisogna essere decisi a non cedere il passo al pensiero unico della globalizzazione, che vede nella propria differenza, nella propria non riducibilità a un modello occidentale, l’unica strada per riappropriarsi di se stesso e della propria memoria.

A partire dal XVI secolo, i popoli indigeni hanno subito una sistematica campagna di “riduzione” (Reducciòn indigena) che dura fino ai nostri giorni. La reducciòn consiste nel costringerli ad abbandonare i loro villaggi, per aggrupparli in altri più grandi e più controllabili da parte del potere, in modo che perdano la loro lingua e cultura.

Tuttavia essi hanno conservato la loro identità nonostante gli oltre cinquecento anni vissuti sotto ogni genere di sopraffazione. Lo storico Jan de Vos dice che gli indios del Chiapas “continuano a formare un settore distaccato dalla rimanente società chiapaneca perché convinti di essere figli della madre Terra, per il loro orgoglio di appartenere a una comunità etnica unica al mondo e per la perseveranza nel parlare le loro antiche lingue e conservare le usanze ancestrali”. Questa perseveranza è la resistenza indigena, in molti casi velata, che sfocia in altri in sollevazioni armate o in spostamenti in luoghi disabitati, fuori dal controllo del potere.

(DA SPAZIOWIND.LIBERO.IT)