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Bambini a bordo

Più che dai programmi educativi, l'educazione passa dai gesti quotidiani a cui non prestiamo la minima attenzione di Umberto Galimberti












Sono uno studente universitario. Leggo sempre la sua posta, e nelle risposte “sento” quelle cose che non trovo nei trattati di psicologia. Vorrei raccontarle un’avventura autostradale, e sentire il suo autorevole parere. È domenica mattina, autostrada A-14 Bologna-Rimini. Dopo una settimana di grigiore cittadino mi confondo nella moltitudine di auto che si muove compatta come una nube di uccelli sulla strada del mare, attratta da una corrente più calda e da una promessa di pesce. Si corre veloci, a un tratto mi sorpassa un’auto di grossa cilindrata, con davanti un uomo e una donna e dietro due bambini; noto che una gomma posteriore è quasi a terra, e la macchina infatti è sbilenca. Avvertendo il pericolo, mi chiedo come posso segnalarlo all’autista che mi sta davanti. Il mio pedale del gas è a fine corsa, non ho speranza di raggiungere quell’auto e affidarmi a un leggibile labiale. Inizio allora a lampeggiare freneticamente, ma come unica risposta lui accelera e guadagna qualche metro. Non vedo vie d’uscita, ormai mi ha scambiato per il solito signor Lampeggiofisso. Penso anche di chiamare la Polstrada; ma subito desisto, realizzando che data l’alta velocità di quell’auto procurerei all’autista una sanzione severa. Comincio a clacsonare sperando che rallenti, anche solo per mandarmi a quel paese, ma in modo che io riesca a farmi capire. Invece niente, dal lunotto i bambini mi fanno le boccacce e dal finestrino del guidatore spunta una mano con l’inequivocabile silhouette del dito medio. A questo punto rinuncio, mi convinco che quella gomma non scoppierà mai. Non ce l’ho con quell’autista, forse al suo posto avrei fatto la stessa cosa. Mi domando se dobbiamo ritenere inevitabili la diffidenza e l’ostilità che sperimentiamo ogni giorno sulle strade, luoghi dove, mascherati da una carrozzeria, diamo sfogo agli istinti più regressivi e dimentichiamo spesso le buone maniere. È normale che davanti ad un evento o a un messaggio non verbale si pensi sempre all’ipotesi più negativa? All’inizio del mio viaggio autostradale evocavo l’immagine leopardiana di un nugolo di uccelli innocenti in volo verso il mare; mi chiedo ora se questi non fossero invece un esercito di corvi affamati e addestrati a cavarsi gli occhi.
Tommaso Martone - Bologna

La cosa più terribile della sua esperienza sono le boccacce dei bambini seduti sui sedili posteriori dell’automobile che la precedeva, con la gomma che si stava sgonfiando.
Quei bambini hanno già imparato che chi fa una segnalazione in autostrada è una persona ostile che si può insultare con la codardìa di chi si sente protetto da una carrozzeria e dall’alta velocità.
Hanno già interiorizzato il concetto di automobile non come mezzo di trasporto, ma come mezzo di offesa e di difesa, dove si possono scatenare gli istinti più beceri senza limitazioni, garantiti dall’impunità che il mezzo concede.
Quando a scuola qualche insegnante, nelle ore di educazione civica insegnerà loro qualche rudimento del codice della strada, quei bambini non capiranno di che cosa il professore parla, perché per loro automobile e strada sono sinonimi di potenza, libertà, sfogo di istinti che nessuna parentela hanno con la disciplina.
Fatta questa equivalenza di significati, quando avranno raggiunto la maggiore età, chiederanno macchine potenti per il sabato sera e, se non potranno averle, imposteranno la loro vita per procurarsele, perché hanno imparato che dentro quel mezzo nessuno ti può dir niente, sei solo tu e la tua potenza. E chi ti fa una segnalazione è uno che limita la tua libertà, sia che si tratti di un lavavetri, sia che si tratti di qualcuno che ti segnala che nella tua automobile qualcosa non va e forse, visto il significato che per te ha assunto l’automobile, qualcosa non va anche nella tua vita. “Ma come si permette?”.
Ma soprattutto quei bambini avranno imparato che nessuno può correggerti o farti osservare qualcosa, soprattutto se sei forte e potente o hai l’illusione di esserlo.
E tutto questo non vale solo per l’automobilista che lei ha incontrato sull’autostrada Bologna-Rimini, ma per tutti coloro che, a partire dalla loro potenza, pensano di poter aprirsi e percorrere tutte le strade del mondo, senza prestare ascolto a chi li avverte che su quelle strade trafficano altri viaggiatori, altre vite, altre storie, altre culture, che non si possono liquidare, a partire dalla propria potenza, con l’inequivocabile silhouette del dito medio.