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Anima gemella? No grazie!

"Anima gemella" e "mezza mela" sono parole da cancellare dal dizionario. Più pericolose di un'intossicazione alimentare o di colpo di sole nel deserto del Sahara, creano illusioni. Combinano danni




















Lettere
ciascuno a casa sua
Scrive Roland Barthes
in Frammenti di un discorso amoroso (Einaudi): “Io desidero il mio desiderio,
e l’essere amato non è altro che il suo accessorio”
di Umberto Galimberti

“Anima gemella” e “mezza mela” sono parole da cancellare dal dizionario. Più pericolose di un’intossicazione alimentare o di colpo di sole nel deserto del Sahara, creano illusioni.
Combinano danni. Per fortuna non ci ho mai creduto. Cinica? Solitaria incallita? No. Semplicemente consapevole che bisogna spostarsi dal solito punto di osservazione per vedere le cose da un’altra prospettiva. Leggere con attenzione per percepire il “sottotesto” (Stanislavskij). Allontanarci dal dipinto per coglierlo nel suo insieme.
Allora l’immagine diventa più chiara, più armonica: continuando la metafora bucolica, insomma, scompare quella della “mezza mela” che cerca con affanno l’altra metà (sei tu? Sarai tu? Combaciamo davvero bene? Oddio no, ne manca un pezzetto ma facciamo finta di…) e appare quella delle “due mele intere” che s’incontrano. Qualità diverse? Io ranetta e tu Golden? Nessun problema. Non si pretende la fusione. Importante è la reciproca completezza. Così se si piacciono, le due mele, decidono di fare un pezzo di strada, insieme, sperando, certo, che sia possibile.
Solo così, credo, oggi si può parlare di coppia. Solo così una coppia può essere autentica.
Unione che tiene conto dell’individualità dell’altro, rapporto intenso ma non nel senso della frequentazione obbligata, scontata e asfittica. Immagino le proteste. Le suscito quasi sempre quando esprimo il mio “coppia-pensiero”. Poco romantica. Troppo teorica. Obiezione: si può costruire davvero una storia su queste basi?
Sì, ne sono convinta (e posso esibire le prove) a patto però di saper e voler vivere la presenza nell’assenza. Sembra un gioco di parole? Forse. Ma è un gioco più difficile da esprimere che da fare. Perché che cos’è la presenza nell’assenza se non quel meraviglioso filo di seta, solido ma elegante, resistente ma non soffocante fatto di scambio, complicità, ironia, comprensione? Di rispetto. Rispetto delle assonanze ma anche diversità, dell’unicità dell’altro, del suo mistero, del suo privato.
La comunicazione reale non tiene contabilità delle ore, delle conferme o delle rassicurazioni. C’è. Esiste. Un rapporto per mantenersi vivo deve avere coraggio di nutrirsi anche di attesa, rinvio, differimento. Esserci e sottrarsi. Inventarsi e reinventarsi.
Sempre.
L’abitudine, la quotidianità, la contiguità forzata spengono le cariche di freschezza più forti. Spesso poi, costituiscono un alibi per mascherare insicurezze e carenze.
Non parlo di “mancanza di impegno”. Anzi. Ci si spende molto in una storia così. Ma in modo diverso.
Perché dunque le curiosità reciproche non si esauriscano in rituali infiacchiti e svuotati, stacchiamoci dai luoghi comuni. Un lavandino-per-due-ogni-giorno non significa ti amo. La contiguità notturna obbligatoria spegne gli ardori. La tabellina del desiderio non si coniuga con la ripetitività.
Antonella Appiano - Milano

Tutti, chi più chi meno, abbiamo fatto esperienza che l’amore si nutre di novità, di mistero e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e la familiarità. Nasce dalla idealizzazione della persona amata, di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto privo di passione o nell’amarezza della disillusione.
L’amore svanisce perché nulla nel tempo rimane uguale a se stesso, specialmente quando si ha a che fare con le persone che la vita costringe a un inarrestabile cambiamento. Ma non è il cambiamento a degradare l’amore, siamo piuttosto noi a far di tutto per degradarlo, allo scopo di difendere il nostro nido dal rischio destabilizzante dell’avventura, che potrebbe sottrarci la sicurezza e l’accoglienza di cui, al pari dell’avventura, abbiamo un assoluto bisogno.
Impieghiamo infatti molto tempo a delimitare uno spazio familiare e a costruire una casa, ma fatichiamo a pensarci così bloccati dal bisogno di sicurezza da non sentire l’attrazione di essere, come dice Kerouac, ancora “on the road”. Così come è difficile immaginare dei nomadi così attratti dall’avventura da non sentire il monito di Nietzsche: “Guai a chi non ha casa!”.
Per risolvere questo conflitto lei propone la formula: “Ciascuno a casa sua”. E questo può voler dire o un alto grado di autonomia capace di tollerare la solitudine, il sospetto, la gelosia, o un alto grado di narcisismo per cui nessuna relazione è capace di scatenarci un amore per l’altro che superi l’amore per sé. Inoltre la sua formula esige che non solo lei, ma anche la persona che ama sia molto autonoma o narcisista. Il che riduce molto il campo delle relazioni, perché le restringe a quei pochi che sanno dire all’altro: “Con me, ma senza di me”.
Mi resta un ultimo sospetto. Non è che evitando la quotidianità e la materialità della convivenza si alimenti il desiderio che si infuoca nell’assenza, senza toccare l’amore, che nasce dal desiderio, ma non si esaurisce nel desiderio? Infatti, l’amore che si concede alla convivenza non conosce solo la consuetudine e la noia ma anche il cambiamento dei due che, quando è avvistato e accolto, riconfigura la quotidianità, sbilancia la familiarità, infrange le abitudini, rende insolito e nuovo il tempo. Ma per questo bisogna accorgersi dell’altro. Impresa difficile per chi ha un alto tasso di autonomia, o uno sconfinato amore di sé.

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