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Lettere a Umberto Galimberti : Quanto deve soffrire una madre

Si attribuisce all'istinto materno quell'amore incondizionatoche sacrifica le madri per i figli in un cammino di dolore miracoloso. Ma cosa significa questa disponibilità al sacrificio.











Sono madre di tre figli e ho tanto lavorato in casa e fuori, per assicurare loro una vita sana e serena. Purtroppo due di loro hanno fatto di tutto per rovinarsi la vita. Io ho lottato molti anni per sottrarli a quel copione che avevano deciso di recitare fino in fondo, ma quando mi sono resa conto che, per l’atroce senso di impotenza, insieme alla loro se ne stava andando anche la mia vita, ho deciso di sottrarmi io ad un destino di mater dolorosa. Me ne sono andata, ho ricominciato una vita di lavoro e di relazioni in un’altra città lasciando che decidessero da soli se salvarsi o no. Dopo qualche tempo hanno deciso per il meglio e, avendo affrontato un lungo periodo di recupero, ora sono rientrati nella normalità e hanno ritrovato da parte mia affetto e sostegno, ma non completa disponibilità. Non sono infatti tornata nella mia città. Matilde Caponi, Venezia

La sua storia solleva un problema che potrebbe essere formulato così: esiste ancora l’amore “incondizionato”, quello dei padri e delle madri per i figli, qualunque cosa facciano i figli? O esiste ormai solo l’amore “condizionato”, quello che fissa una soglia al dolore oltre il quale la difesa di sé a cui le tragedie della vita molto spesso riducono l’amore per sé, chiede il congedo dagli altri, anche quando gli altri sono i nostri figli? L’amore incondizionato per i figli è stato chiamato “istinto materno”. Io non credo che gli uomini, a differenza degli animali, siano provvisti di istinti, e tantomeno di quell’”istinto materno” di cui, oltre una certa soglia, non sono provvisti neppure gli animali. Quindi quell’amore incondizionato, tanto sbandierato come “istinto materno”, è forse quel non volersi rassegnare a quella sconfitta che i figli spesso infliggono ai genitori. Non accettiamo di essere stati genitori mal riusciti e allora, per non ammettere questo, stiamo intorno ai nostri figli, fino a morirne. Lei non ha fatto questa scelta e, come quei genitori di Verona che sono andati a cancellare il figlio tossicodipendente dallo stato di famiglia, si è separata dai figli e con questo atto ha comunicato a se stessa, prima che a loro, che le sue risorse d’amore erano finite e nessun “istinto materno” gliene forniva di nuove per continuare ogni giorno a morire. Io credo che lei abbia continuato ogni giorno a morire, ma ha evitato di farne spettacolo davanti ai suoi figli. Non ha giocato la carta dell’amore incondizionato per nascondere anche il rifiuto che ogni amore porta dentro di sé come suo rovescio. Non so dirle se ha fatto bene o ha fatto male. Posso dirle che con il suo gesto ha confessato a se stessa e ha detto ai suoi figli che l’amore, anche quello materno, non è mai disgiunto dalla sua ombra. E dopo tanto, quotidiano dolore, era forse giunto il tempo di assaporare il lato oscuro dell’amore, quello che conosciamo in occasione di ogni congedo e di ogni distacco.

La riproduzione di queste lettere è fatta con l’unico scopo di divulgare gli scritti del filosofoUmberto Galimberti che riteniamo capaci di offrire sempre uno sguardo sul mondo che genera apertura e riflessione fuori della vulgata dell’industria culturale e del senso comune.

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Per gli altri la Salute è la convinzione che l’esistenza è una tana in cui si può starci caldi. La Terra gira. Che giri per gli altri. Loro non lo sanno. Ma io sono malata. Perciò autentica. Perciò donna. Stravolgo le proverbiali banalità. Io non sono mai stata malata. Perciò non guarirò mai. Fino alla Catastrofe mi soccorrerà il mio mondo interiore. Giammai gli altri si studiano l’Anima allo specchio. Io, sì. E se ho raggiunto la luminosa meta con il sudore perché contagiarla con la salute. Gli altri devono guarire dalla salute. La mia malattia non è pochezza. Non distilla veleno. Ma Solarità. A me dovete credere e non credere. Non so camminare nel tempo. Mi annichilisco. Però nei drappi della mia Anima mi beo. Lei è la mia incantatrice. Perché gli altri mi tolgono il respiro. Io me ne andrò. Prima di voi. Così, voi camminerete nel Buio ingannati. Mentre io muoio nel rigagnolo, vivo fissando la mia stella, che non è di cartone. Mariangela D.F., Sarno

Quando l’anima incontra la malattia resta sempre perplessa, ma soprattutto incomincia a raccontarsi con parole insolite che sgorgano da quella riflessione che è poi il riflesso che l’anima ci invia quando il mondo si è fatto opaco e buio, puro evento geologico che trascina nel suo giro tutti gli esseri che rumorosamente lo popolano, senza che una sola voce di quel rumore riesca a far breccia nella nostra anima. Nella sua solitudine impenetrabile l’anima allora si sente più autentica, più luminosa, piccolo frammento di quello che lei chiama solarità. Ma senza il mondo intorno anche il sole non sa perché e per chi splende. E allora l’insensatezza si fa greve, pesa, toglie il respiro. Invita ad andarsene prima degli altri, senza gli altri, per lasciare gli altri nell’inganno del buio che scambiano per luce. La voglia di diventare una stella del firmamento che guarda l’inutile affaccendarsi degli uomini si fa forte. Ma veda di resistere alla tentazione. Anche le stelle ogni tanto hanno nostalgia della terra. Intorno la metà di agosto molti le stanno a guardare in questa loro discesa. Lo faccia anche lei quest’anno. E per tanti agosti ancora. Lo faccia accanto a qualcuno, e ceda a lui un po’ di quell’incanto e di quel fascino che la sua anima vuole tutto per sé.