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Il futuro che ci spaventa

Due psichiatri francesi, Bensayag e Schmit, scrivono nel loro libro L'epoca delle passioni tristi (Feltrinelli): "Come è possibile educare, trasmettere e integrare i giovani in una cultura dove il futuro da promessa è diventato minaccia? Eppure questo cambiamento passa pressoché inosservato"



















     
     


















Il futuro che ci spaventa
Due psichiatri francesi, Bensayag e Schmit, scrivono nel loro libro L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli): “Come è possibile educare, trasmettere e integrare i giovani in una cultura dove il futuro da promessa è diventato minaccia? Eppure questo cambiamento passa pressoché inosservato”
Risponde Umberto Galimberti
Ho letto il suo articolo “Noi malati di tristezza” pubblicato qualche settimana fa su Repubblica. Chiamata in causa come membro delle oscure file degli “adolescenti moderni” oggetto di continuo monitoraggio e dibattito, ho sentito il bisogno di far sentire la mia voce, visto che nell’articolo si parlava anche di me che non mi riconosco nell’adolescente edonista “cristallizzato nel presente”.
Sono una studentessa sedicenne con una testa affollata di sogni, aspirazioni e progetti più o meno nitidi. Mi piacerebbe studiare lettere per dare un ordine a scaffali di libri che disordinatamente ho accumulato in letture voraci e appassionate, per dare un senso ai fogli che riempio fitti di parole… Poi magari giornalista, scrittrice… Tanti progetti inevitabilmente egocentrici che cozzano con un presente dominato dalle passioni tristi, inconciliabili con la crisi dell’uomo e della società. Avverto anche io, alternativamente con dolore e rabbia tutto questo e sento abbastanza chiaramente il peso di questo futuro che tra poco ci consegnerete, fumoso e ingarbugliato. E allora mi chiedo: a cosa potrò mai servire con i miei libri? Che contributo potrò dare a divellare la matassa con solo un fascio di fogli in dote? Non nutro la chimera di “cambiare il mondo”, ma neanche sento di poter fare un passo indietro per scansare la magra eredità o di poter chiudermi nell’universo egocentrico che avevo a grandi linee già ricamato… Ma anzi, nei confronti di questo mondo ammalato, provo una sorta di responsabilità, un “dovere morale” che mi induce a impegnarmi al massimo, sacrificando i miei progetti in carta patinata e fiocchi rosa senza compromessi.
Non pretendo certo di farmi portavoce di una generazione di adolescenti, questo è solo la mia personale visione del futuro, un futuro-responsabilità che sprona a reagire ma che anche tarpa le ali ai sogni…
Lettera firmata, Napoli

Non so perché ha voluto che omettessi la sua firma in calce a una lettera così bella. Peccato. Ora le racconto un episodio: un giorno una mia laureata mi disse che voleva concorrere a un dottorato di ricerca in filosofia. Le chiesi a che scopo, dal momento che il dottorato durava tre anni e, vista la quasi impossibilità di intraprendere una carriera universitaria, lei avrebbe semplicemente ritardato di tre anni il suo ingresso nella vita. “Non importa - fu la sua risposta - almeno per tre anni faccio quel che mi piace”.
Niente di biasimevole. Solo un piccolo sintomo di uno scenario spaventoso. Il sintomo dice che i giovani, impegnati o disimpegnati che siano, oggi tendono a vivere nell’assoluto presente perché, sia che lo ammettano sia che non lo ammettano, il futuro fa loro semplicemente paura. Non perché non si trova lavoro e neanche perché non si trova l’uomo o la donna della propria vita, ma perché, con il crollo delle tradizioni, con l’apertura degli scenari da locali a mondiali, con l’assunzione del denaro come unico valore che mortifica tendenze, inclinazioni, vocazioni, il futuro è diventato semplicemente indecifrabile e non ci sono mappe per riuscire a orientarsi.
La crisi, di cui lei già a sedici anni avverte i primi sintomi, non è tanto individuale quanto storico-epocale. Ciò che è venuto meno è la fiducia nel futuro che nella nostra cultura era stata alimentata prima dalla religione con la figura della salvezza, poi dall’utopia e dalla rivoluzione con la promessa o l’immaginazione di un mondo migliore, infine dalla scienza che sempre ha guardato e ancora guarda il futuro in termini di progresso.
Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie, esplosione di violenza, forme di intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il futuro dall’estrema positività della tradizione giudaico-cristiana all’estrema negatività di un tempo affidato alla casualità.
Come dicono gli psichiatri autori del libro L’epoca delle passioni tristi, a cui fa riferimento la sua lettera, il futuro da promessa è diventato minaccia. E questo perché se è vero che la tecnoscienza progredisce nella conoscenza del reale, contemporaneamente ci getta in una forma di ignoranza molto diversa, ma forse più temibile, che è poi quella che ci rende incapaci di far fronte alla nostra infelicità e ai problemi che ci inquietano, perché la crisi attuale è qualcosa di diverso dalla altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà.
A questo punto tra il futuro-promessa che non c’è più e il futuro-minaccia che incombe, la via potrebbe essere proprio quella da lei segnalata: il futuro-responsabilità, i cui modi di attuazione, cari giovani, sono esclusivamente nelle vostre mani. Importante è che voi crediate nella vostra forza biologica da cui discende il vostro diritto-dovere di fare storia.