Questo sito contribuisce alla audience di

Come è oscena la TV

Disponiamo di una televisione ad alta definizione per esporre una sessualità a bassa definizione




































Come è oscena la TV
Disponiamo di una televisione ad alta definizione per esporre una sessualità a bassa definizione
Risponde Umberto Galimberti
Sono una ragazza di 19 anni. Le voglio raccontare di un sabato sera trascorso a casa mia, per il desiderio di stare semplicemente in compagnia di me stessa. Ero immersa nello studio, quando, pervasa dal bisogno di un po’ di svago, ho inconsciamente acceso il televisore. Non avrei mai voluto assistere a spettacoli così spietatamente penosi e totalmente spogliati di dignità. Uomini sopraffatti dal desiderio di vedere la donna dei loro sogni nuda, a tal punto da lasciare che un pubblico intero li derida, mentre vengono fatti entrare in una doccia da cui esce schiuma bianca, e poi fatti uscire e vestire di un grazioso tulle, per danzare divertiti davanti alla loro bella e ironizzare così sulla loro mascolinità.
È squallido come il sesso serpeggi continuamente in ogni scenario che questa tv ci propone; è vergognoso come si insinui infallibilmente tra le parole, i gesti, le immagini, provocando, sempre e comunque, un richiamo sessuale, per quanto questo possa essere fuori luogo.
Ma non ce ne accorgiamo perché tutto viene sottilmente mascherato da un falso pudore, da un’ipocrita generosità nell’inglobare ogni allusione nella normalità, nella vita quotidiana, esortandoci magari a sorriderci sopra, a divertirci con loro, a diventare complici di questa miseria dilagante. E mentre lo sguardo, perplesso in un primo momento, lasciatosi convincere in un secondo, cede arrendevolmente di fronte alla volgare tentazione, la mente si ammutolisce, la carne si lascia guidare, la dignità umana si frantuma, la padronanza di sé viene meno.
Mi chiedo: come facciamo ad accontentarci di così poco? Non lo accetto. Finché verremo apaticamente, acriticamente inebetiti da quel potente mezzo di acculturazione, non ci renderemo mai conto che anche questa è una forma di violenza, seppur dolce, che agisce subdolamente sulla nostra attività d’essere.
Nel momento in cui il disgusto si è tramutato in rabbia, ho spento impulsivamente il televisore, promettendo a me stessa di rimanere guardinga, seppur nel mio piccolo. Cordiali saluti.
Annalisa Giudetti - Roma

Io penso che la vera pornografia non sia quella hard che si proietta nelle sale a luci rosse per gli amanti dell’anatomia e della noia, ma quella soft giocata su tutti i registri: dalla pubblicità, dove si vorrebbe far desiderare un prodotto con la stessa intensità con cui si desidera il sesso, all’esposizione incontrollata di sesso in edicola, al cinema, in televisione, in Internet, perfino in quella solitudine monastica e onanistica che sono le chat-line, dove il principio della distribuzione massiccia di sesso rende normale ciò che è ovunque diffuso.
E allora, nonostante il suo innegabile tripudio e la sua ostentazione senza limiti, a me vien da dire che, nella nostra consumata cultura, non c’è più sessualità, perché ciò che si persegue è la parodia della sessualità, dove ciò che si celebra è solo l’estinzione del desiderio e il suo inganno.
Infatti, nel proliferare incontrollato di immagini sessuali, sulle strade, sugli schermi, sulla carta stampata, la sessualità è estinta in ciò che ha di potenzialmente sovversivo e creativo, perché ciò che si lascia circolare sulle strade, sugli schermi, sulla carta stampata è solo la ripetizione monotona di una promessa mancata. Nel sesso, infatti, parla l’altra parte di noi, quella follia notturna che l’io diurno tiene a bada per garantire la vita di ogni giorno. L’ostentazione indiscriminata della sessualità non libera quella follia, ma ribadisce a ogni insorgere del desiderio l’ineluttabilità della sua sconfitta.
L’alleanza tra amore e morte appare qui in tutta la sua evidenza, perché la continua esibizione della sessualità non offre sesso, ma professionismo, produttivismo e ripetizione: le regole diurne dell’io, non gli sconfinamenti di quella follia notturna che ci abita e che trova nella sessualità non professionale, non pubblicizzata, non ripetitiva, la sua prima parola.
Di qui l’invito a oltrepassare l’immaginario sessuale per entrare davvero nel gioco, dove da esperire non ci sono più le solite oscillazioni tra codici e devianze, ma più semplicemente - e qui la semplicità diventa abisso - incontro con il ritmo dell’indicibile, di “ciò che non si riesce a dire” (Platone), di “ciò che non si può dire” (Freud) perché abita l’inconscio o, come vuole ancora Platone, il “fondo enigmatico e buio”, quell’inarticolato che resta al di là dell’articolazione di tutte le parole.
Questa parola temuta, questa parola da cui ogni giorno con le nostre regole ci difendiamo, questa parola che parola non è, ma piuttosto spasmo e grido, è tenuta a bada dalla sovraesposizione della sessualità, che svolge l’unico compito di farci assaporare non le cose come veramente sono, ma le immagini rarefatte e inscrivibili in quei testi e contesti, dove a essere fuori scena è sempre e solo la sessualità in quel che di più profondo ha da dirci.
Per questo la sessualità è “o-scena”. La “scena”, infatti, è occupata solamente dalla sua recitazione, se non addirittura dalla sua parodia. E se questa fosse la macchina più sofisticata di censura che, con dosi massicce di sessualità esibita o allusa, ha come scopo quello di estinguere il desiderio e il suo potenziale creativo?