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L'elettore è analfabeta?

In politica rifiutiamo di farci rappresentare da persone che non ci considerano intelligenti




































L’elettore è analfabeta?
In politica rifiutiamo di farci rappresentare da persone che non ci considerano intelligenti
Risponde Umberto Galimberti


Una cosa che mi colpisce girando in questo periodo per le strade di Milano sono i manifesti propagandistici delle forze politiche, non più elettorali ma solo autoreferenziali. Quello che salta all’occhio è prima di tutto la sproporzione quantitativa di uno schieramento sull’altro (non serve dire quale). Questo mi fa pensare, banalmente, a quanto in questo scorcio storico la politica dominante sia legata al potere economico. E mi chiedo come si spezza il circolo vizioso che lega sempre più strettamente potere e ricchezza in un meccanismo che si autoalimenta e solidifica in modo esponenziale. Per inciso, ci si chiede dove sono i confini di ciò che chiamiamo democrazia (il segreto di stato posto sulle proprietà del sovrano e della sua corte è più della monarchia, mi pare). Ma per tornare ai manifesti, quello che mi turba di più è la ossessiva e sempre più alienante riproposizione di facce. Facce enormi, neppure belle, facce scontornate, fluttuanti su vuoti fondali colorati. Facce in luogo di enunciati, progetti o anche solo slogan. La relazione tra elettorato ed eletto diventa sempre più bidimensionale, come la fotografia del volto che ne veicola ormai tutto il contenuto. Senza più la terza dimensione dell’identità ideale. Ciò che accomuna quasi tutte le attuali rappresentanze politiche organizzate è infatti lo sforzo di nascondere il passato sotto il tappeto, cancellare i segni di qualsiasi cosa che possa somigliare a una ideologia, a una storia politica, a un retaggio sociale.
Ora parlano solo le facce. E fanno paura.
Michele Sancisi,
Milano - michelesancisi@virgilio.it

Quando ho ricevuto la sua lettera sono andato a riguardarmi i manifesti elettorali del periodo degasperiano di sessant’anni fa. Non c’erano le facce dei leader, ma quelle della gente comune da terrorizzare, onde difenderla dal pericolo comunista.
Un padre stringe al petto suo figlio e sotto: “Vota! In Russia i figli sono dello Stato”. Una spada, con inciso sulla lamina “vota cristiano”, difende una famiglia dal “divorzio e libero amore”.
Un Garibaldi (della cui immagine i comunisti si erano appropriati per via della camicia rossa e perché molto amato dagli italiani), guidando una truppa d’assalto, scaccia Togliatti al grido “va’ fuori d’Italia, va’ fuori stranier”.
Uno scheletro con la stella rossa in testa minaccia di occupare l’Italia, e allora: “Vota, o sarà il tuo padrone”. Una bomba innescata, con incisi falce e martello, pronta ad esplodere: “Salvati”. Un mostro rosso con le fauci spalancate si avventa sull’altare della Patria e lo distrugge. Un altro con un ghigno sinistro sta per piombare sull’Italia impugnando falce e martello, mentre il manifesto avverte: “Attenzione! Il comunismo ha bisogno di uno stivale”.
C’erano poi i manifesti, non da guardare ma da leggere, come questo: “Nel paradiso dei comunisti i lavoratori saranno trattati da schiavi, le università insegneranno a costruire bombe atomiche per l’imperialismo russo, i templi serviranno ai balli, la gioventù sarà proprietà dello Stato padrone, la civiltà sarà il sole dell’avvenire che in Russia e altrove piange lacrime e sangue”.
L’esemplificazione potrebbe continuare, ma già da questi pochi esempi risulta che i valori proposti sono: nazionalismo conservatore, fede cristiana strumentalizzata all’egemonia della democrazia cristiana, esaltazione di luoghi comuni inerenti a una visione stereotipata della famiglia e rozzamente ricattatoria, equazione tra comunisti e biechi sovvertitori di qualsiasi regola di convivenza umana. Manifesti quindi che, come faceva notare Luigi Lombardi Satriani: “Se non fossero stati firmati Spes o Comitato Civico avrebbero potuto essere firmati senza alcuna modifica: Partito nazionale fascista o Movimento sociale”.
Questo non significa che i democristiani dell’epoca erano come i fascisti. Il fatto però che, per la loro propaganda elettorale, hanno adottato un linguaggio così grossolano, approssimativo, deformante, prelevato dalla precedente dittatura, ritenendolo più persuasivo, lascia intendere quanto disprezzassero i cittadini italiani, considerati interlocutori capaci di intendere solo un linguaggio elementare, grossolano, approssimativo. Infatti al posto di argomentazioni vengono usati imperativi ripetuti, senza che sia rivolta alcuna attenzione all’intelligenza dei destinatari, globalmente assunti come bambini da terrorizzare, secondo i criteri funzionali della perpetuazione del concetto di autorità e di una rozza pedagogia intimidatoria e terroristica.
L’invito a difendersi è una costante della maggior parte di questi manifesti: difendere, recintandole con i voti, le proprie linde casette e le proprie sventurate campagne dalle grinfie comuniste, sinistramente protese su di esse; difendersi dal trabocchetto delle liste civiche perché dietro esse c’è Baffone sol che le si votasse invece di votare le liste governative.
Oggi non abbiamo più manifesti scritti perché nessuno ha la pazienza di leggerli, e neppure scene di vita reale perché la società si è diversificata. Abbiamo solo facce che non promuovono idee, ma chiedono solo un’adesione viscerale e fideistica a una persona, a cui si delega la propria sorte, senza nessun invito a decisioni razionali, coinvolgenti anche a livello emotivo, per un serio impegno politico.
Ancora una volta una bassa considerazione degli elettori, ritenuti incapaci di intendere un altro linguaggio che non sia elementare, grossolano, ottundente, approssimativo. Da allora, nessun passo avanti.