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Festival Nazionale dei Paesi in racconto ad Anghiari

Si è svolto ad Anghiari il 2-3-4 Settembre il 1° Festival nazionale delle città e dei paesi in racconto. Vi daremo conto etestimonianza e di questo bell'evento. Cominciamo con qusta importante e bella introduzione di Carmine Lazzarini

Saluto inaugurale
di Carmine Lazzarini
Carissimi amici di Anghiari, ho voluto essere presente almeno alla inaugurazione del I° Festival delle “Città e dei Paesi in racconto”, un evento a cui tenevo in modo particolare, dato che realizza aspettative e sogni a cui tendevo da molti anni. Purtroppo, per motivi personali, non potrò seguire le giornate di questa bella occasione di incontro. Ma abbiamo teorizzato insieme la necessità di salvaguardare i momenti più profondi del ‘privato’ e del ‘personale’ dall’invadenza delle scadenze pubbliche. In questi mesi mia moglie, ed io con lei, siamo impegnati in un passaggio per molti aspetti decisivo della nostra vita. Un’incoerenza, se mi fossi allontanato in questi giorni e l’avessi lasciata sola con la sua sofferenza. Una specie di tradimento. Un nostro vicino, corpulento e taciturno, che Giusi chiama “il Vichingo”, vedendola pensierosa, qualche settimana fa le disse: “Signora, per favore, ci regali ancora il suo sorriso!”. Ecco, in questi giorni le sto accanto proprio per ridarle questo sorriso.

Non vi dispiaccia se nel salutarvi in un momento di festa vera, di intensa gioia nel ritrovare ad Anghiari amici e ospiti venuti da ogni parte d’Italia, richiamo una nota di tristezza. Al contrario può essere utile farlo, per ricordare insieme che le identità territoriali qui presenti, i tanti racconti pubblici e privati che troveranno voce in questa cornice della valle Tiberina, spesso tesi a presentare le “glorie patrie”, i volti migliori delle comunità di paese e di città, non possono e non devono mai accantonare le tante storie dolenti, dimenticate, disperse, di cui è intessuta la vita sociale e familiare, l’intersoggettività delle città e dei paesi, la vita di ciascuno.

Come è pericoloso fissare l’identità di una persona nello stereotipo dell’atto più bello o più terribile della sua esistenza, che è sempre varia, molteplice, pluristratificata, ambigua, così è per le comunità, la cui identità narrativa non può essere stravolta da racconti monodimensionali. Troppo spesso la memoria è usata non tanto per ricordare insieme la complessità della vita, ma per schiacciare le differenze, annullare chi ha memorie diverse, obbligare al ricordo omologato.

L’abuso della memoria e la selezione tendenziosa dei ricordi è uno dei delitti culturali più presenti nella nostra tradizione, come ci hanno suggerito Todorov e Ricoeur, ed anche Derrida, che collegava il problema all’impossibilità/necessità del perdono. Perciò è indispensabile accogliere le voci del Festival nella loro polifonia, che esalti la molteplicità di letture, di immagini, di interpretazioni. Questo non è relativismo, ma rispetto delle singolarità, e invito a trovare il dialogo con gli altri a partire dalla molteplicità che ognuno scopre in sé e nella sua storia di vita.

In questo periodo di preparazione del Festival, vedendo tante persone all’opera, tra cui i formidabili amici di Anghiari, ognuna che porta il suo piccolo o grande tassello ad un mosaico che si intravvede armonico, mi sono chiesto il significato di questa iniziativa, al di là di quanto esplicitato dal programma. Una domanda inutile, in fondo. Si sa che il senso del fare sta nell’intrecciare rapporti reinventando insieme nuovi modi di vita e di significazione. Ma le interrogazioni ritornano, perché è proprio degli autobiografi di matrice fenomenologica essere coscienze inquiete.

Per trovare alcuni spunti di risposta, mi è nato nella mente un paragone. Quando insegnavo alle superiori, ai miei studenti spesso lontani della finezza letteraria, raccomandavo di cogliere le caratteristiche delle voci narranti: il chi racconta e il come racconta. Dal narratore all’Ariosto che, quasi l’occhio di Dio sereno e attento, contempla come dall’alto la molteplicità, gli intrecci e le trame quasi infinite delle umane vicende, alle voci monologanti, che invece ricreano il mondo partendo dal proprio io, dai propri fantasmi o dalle personali nevrosi; dalle voci liriche alle narrazioni dialogiche e polifoniche alla Bachtin; dalla narrazione anonima, popolare e corale, frutto di regressione e straniamento di un Verga, ai tanti racconti in cornice, dal Decameron alle Mille e una notte, da Cuore di tenebra alle Città invisibili, dove un racconto ne contiene un altro, che ne contiene un altro ancora e così via.

Penso che questa dei racconti in cornice sia una bella metafora del Festival anghiarese, dove la cittadina, con la sua tradizione memoriale, il suo affresco che non c’è, le architetture, le strade, le botteghe, i cortili, la sua università dell’autobiografia, si offre come sfondo alle intenzionalità narrative di narratori per diletto; come contesto, che consente alle più diverse realtà territoriali di esprimersi, di raccontare la storia di soggetti, che hanno lasciato tracce, segni, testimonianze nelle più diverse parti d’Italia e che mai avrebbero pensato di incontrarsi nella città dell’autobiografia. Di queste voci andranno colte non solo la tensione a testimoniare la coerenza identitaria o il gusto di un’appartenenza, ma anche la qualità del racconto: da quelle documentarie a quelle liriche, da quelle memoriali e nostalgiche a quelle utopiche, da quelle ossessivamente individualistiche a quelle corali, che in ogni caso hanno alle spalle un paesaggio originario dal quale ripartire come promessa di futuro.

Le realtà presenti nel primo appuntamento delle “Città e dei paesi in racconto” testimoniano che la ricerca storica, antropologica, autobiografica sul territorio assume l’immagine di Giano bifronte: con uno sguardo rivolto all’indietro, al passato, in modo che si sia consapevoli del cammino compiuto, e di che cosa le persone che incontriamo quotidianamente portano dentro di sé; ma anche con uno sguardo rivolto in avanti, tendente a scrutare il futuro che ci corre incontro e che vogliamo per quanto possibile contribuire a determinare; una ricerca a più voci al cui centro c’è l’interrogarsi nel presente di individui e comunità, che vogliono collocare il proprio operare in un orizzonte condiviso di senso senza negare le differenze.

All’origine di questi iniziative memoriali, sta il desiderio di mettere in luce identità narrative territoriali, su cui innestare linee di convivenza, che aprano al meticciamento e al futuro senza scindersi dai più diversi passati. Anche sulla base di storie e di racconti raccolti e offerti con amore, il territorio ridiventa un testo leggibile: con luoghi, strade, canali, cascine, osterie che si riconoscono e in cui ci si riconosce. Si tratta del superamento di quello che è un rapporto privatistico e consumistico con l’altro e col territorio, per acquisire e interiorizzare una concezione di appartenenza personalizzata e comunitaria insieme, grazie alla quale ognuno come singolo - ogni famiglia, ogni gruppo, ogni categoria sociale - riacquista un territorio: lo riceve dal passato, lo rinnova e lo consegna alle generazioni successive, innanzitutto attraverso il racconto e lo scambio delle storie. Noi infatti passiamo, ma il territorio resta. E devono restare le storie e i racconti, che la memoria individuale o collettiva, orale o scritta, mantiene in vita, per arricchire e ridare senso ad ogni singola esistenza.

In un passaggio storico in cui ci si affanna a trovare radici monolitiche per fedi traballanti; a celebrare identità granitiche che vogliono respingere ai margini l’apporto molteplice degli individui e delle culture; nel quale sembra ritornare l’esigenza di una filosofia della storia quasi di stampo provvidenzialistico - dove la provvidenza, guarda caso, si sposa sempre con il potere - domandiamoci: che non sia proprio questo il senso educativo del Festival di Anghiari, cioé promuore luoghi di memoria e di racconto dove ciascuno possa ricercare o ridefinire se stesso attraverso il racconto le ’sue’ memorie, delle ’sue’ origini, ricercando o ridefinendo un nuovo rapporto con i luoghi della propria esistenza?

Ciò che spesso colpisce dei testi che andremo ad incontrare in queste giornate è quasi un tratto comune: la tendenza a ricercare uno sfondo, un paesaggio originario, un luogo della memoria, da cui fare rinascere nuovi racconti. Qui sembrano incontrarsi i vissuti dei narratori per diletto e quello dei grandi scrittori. Scriveva Calvino poco prima di morire:

“La città che ho sentito come la mia città più di qualunque altra è New York… Questo avveniva nel 1960. Non ho cambiato idea, per quanto da allora in poi abbia vissuto la più parte del tempo a Parigi, città dalla quale non mi stacco che per brevi periodi e dove forse, potendo scegliere, morirò. Ma New York ogni volta che ci vado la trovo più bella e più vicina a una forma di città ideale. Sarà anche che è una città geometrica, cristallina, senza passato, senza profondità, apparentemente senza segreti; perciò è la città che dà meno soggezione, la città che posso illudermi di padroneggiare con la mente, di pensarla tutta intera nello stesso istante. Ma detto questo, quanto si vede New York nelle storie che ho scritto? Pochissimo […] E Parigi? Non troverei certo molto di più. Il fatto è che per me i processi dell’immaginazione seguono itinerari che non sempre coincidono con quelli della vita. Come ambiente naturale quello che non si può respingere o nascondere è il paesaggio natale e familiare” (1985).

Non diversamente Dino Buzzati, che evoca un altro sfondo, la casa della sua infanzia:

“Rappresenta uno dei fondamenti del mio ‘mondo’ poetico - o piuttosto di quello che ho dentro di poetico… Le soffitte… le cantine… il granaio… l’odore del fieno… Anzi devo dire che i giochi e le esperienze di bambino che più io ricordo con una specie di incanto favoloso, sono l’esplorazione di queste soffitte… Gli scricchiolii, la sera, la porta chiusa o aperta, di notte nel buio… Questo tipo di mistero - parlo del mistero della casa ma anche del mistero dei rumori del giardino - implica la presenza di entità sconosciute, probabilmente immaginarie… Chi è che passa nel corridoio, di notte? Sono i topi o è il vecchio nonno morto in peccato mortale? E perché il mistero della casa è più denso di quello del bosco? Perché nella casa è abitata tanta gente. E questa gente ha lasciato qualche cosa nei muri. Ho la sensazione, anzi sono convinto, che i muri assorbono qualche cosa di coloro i quali ci vivono in mezzo… E’ soprattutto il senso del tempo, il senso di tutti quelli che sono vissuti prima di me e sono lì, il senso del domani che non si sa cosa sarà, il senso di questi muri che vogliono dire qualche cosa e non si riesce a capire che cosa dicano…” (1971)

Penso che sia questo il modo più fruttuoso ed utile per ritrovare una cultura come la intendeva Hannah Arendt, quando poneva il suo fondamento nel fatto che gli uomini sono individui “generati”, hanno un’origine (fisica, corporea, ambientale, culturale, familiare, personale) da cui dipendono volenti o nolenti, ma che non li condiziona fino in fondo, perché, in quanto generati, sono initium, hanno in sé capacità di iniziare qualche cosa di nuovo a loro volta, di dar luogo all’inatteso (Arendt 2000). Questa riconoscibilità della propria origine, è giusto si trasformi in ri/conoscenza (nuova conoscenza, riconoscimento di valore), con lo scambio delle narrazioni tra generazioni, con l’incontro tra antiche memorie e vissuti del presente, giungendo ad una ri/conoscenza reciproca tra i vecchi e i nuovi abitanti della terra. Ecco dunque un altro dei possibili sensi di questo primo Festival di Anghiari, una cultura della riconoscenza!

Nel percorso che si sta delineando un ruolo assolutamente centrale ricopre l’Ente Locale, come istituzione che è più vicina ai cittadini di ogni condizione ed età, che si deve porre il compito di investire in cultura della memoria e della narrazione, cercando una difficile coerenza tra le esigenze della politica e quelle dei cittadini. Il regalo che l’autobiografia fa alla politica è proprio questo: farle ascoltare voci che essa non sa o non vuole sentire. Le scelte culturali, quelle educative, ma soprattutto quelle di salvaguardia/valorizzazione del territorio, devono trovare una loro armonizzazione nelle scelte dell’Ente Locale, in modo che ogni cittadino, ogni soggetto, prescindendo dall’età, dalla cultura, dalla professione, dall’appartenenza politica o religiosa, possa avere l’opportunità di scoprire in sé, nella molteplicità della propria storia di vita, la storia e le aspirazioni degli altri.

Come ho iniziato, vorrei concludere con una piccola storia augurale, che nasce dal privato. In una delle prime visite al day hospital mia moglie Giusi incontrò una persona inusuale, Rosy, uno scricciolo di donna, che portava una lunga cicatrice dall’orecchio destro alla gola, la quale subito le raccontò la sua avventura.

Era stata operata per un tumore alla mascella: aveva perso l’udito da un’orecchio e la voce per il taglio di una corda vocale. Suo marito da allora cominciò a farle vedere il mondo e una volta la condusse su un battello in un’insenatura dove si poteva sentire il canto delle balene. Ad un tratto, mentre nel silenzio si percepivano questi suoni provenienti dalle profondità, ecco che emerge un enorme cetaceo, proprio vicino al battello. Rosy cominciò a urlare, presa dall’emozione, e dal quel giorno a poco a poco seppe riutilizzare la propria voce.

Ecco, mi auguro che questo evento festoso di Anghiari assomigli non ad una balenottera, ma almeno ad un delfino, che emergendo improvvisamente nella realtà toscana e italiana, contribuisca a ridare voce, canti e racconti, a tante città e paesi che nel frastuono contemporaneo hanno dimenticato di avere una voce propria, tante storie da ricordare e da raccontare, tanti narratori straordinari.

Nota bibliografica
Il testo, assai sintetico, contiene molti riferimenti a testi, autori e riflessioni qui variamente e liberamente citati ed elaborati. Tenendo conto che le citazioni di Buzzati e Calvino sono tratte rispettivamente da due interviste a Y. Panafieu e M. Corti, metto in evidenza:

“Fare bricolage sociale con l’autonarrazione”, a cura di L. Anzaldi, L. Formenti, S. Tramma, in Animazione sociale, 12, 2003, pp.25-57.
H. Arendt (2000), Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano.
Z. Bauman (2003), Intervista sull’identità, Laterza, Bari-Roma.
D. Demetrio (2003), Ricordare a scuola. Fare memoria e didattica autobiografica, Laterza, Roma-Bari.
J. Derrida (2004), Perdono, Cortina, Milano.
C. Lazzarini, M. Morandi (a cura di) (2003), Castelverde. Storia di un territorio cremonese, Comune di Castelverde.
C. Lazzarini, C. Mustacchi (2004), Nell’orto dei diritti, FrancoAngeli, Milano.
P. Ricoeur (2004), Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, Il Mulino, Bologna.
T. Todorov (2001), Gli abusi della memoria, Ipermedium libri, Napoli.
S. Tramma, “La narrazione territoriale”, Adultità, 19, 2004